| Anno | 2026 |
| Genere | Documentario, |
| Produzione | Italia, Germania |
| Durata | 83 minuti |
| Regia di | Stefano Strocchi |
| Uscita | lunedì 22 giugno 2026 |
| Distribuzione | Indyca |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 3 recensioni. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 22 giugno 2026
Per anni ha ingannato esperti, collezionisti e case d'aste. Questa è la caccia all'uomo che ha trasformato la falsificazione in un'arte. In Italia al Box Office Truffa a regola d'arte ha incassato nelle prime 2 settimane di programmazione 2,7 mila euro e 1,7 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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Magonza. 2009. In un seminterrato la polizia tedesca rinviene più di mille statue in bronzo dello scultore svizzero Alberto Giacometti. In realtà sono opere contraffatte di finissima fattura, alla base di una delle truffe più incredibili mai architettate in Europa. I protagonisti? Uno sconosciuto gallerista di mezz'età, un eccentrico conte tedesco e un misterioso copista olandese. Insieme in pochi anni avevano allestito un mercato clandestino che dall'Europa si era radicato in tutto il globo. Un giro d'affari immenso, in continua espansione, reso possibile dalla perizia del suo autore e da vari intermediari sparsi tra i continenti. Il film ritrae Robert Driessen, l'uomo dietro i falsi, e ripercorre l'indagine internazionale per catturarlo, fino all'arresto in Thailandia nel 2015 e alla condanna.
Dopo la miniserie ArtCrimes, Stefano Strocchi scrive e dirige un convincente, incalzante doc investigativo imbastito su due binari: da un lato la biografia artistica a tutto tondo di un personaggio così singolare, dall'altro la lunga inchiesta necessaria per ammanettarlo con i suoi complici.
Per la precisione si tratta di una breve docufiction con ricostruzioni drammatizzate (un documentario in cui sono recitati gli eventi accaduti con uno stile realistico): i vari protagonisti, da Driessen, alla procuratrice Mirja Friedman, all'ispettore capo Ernst Schöller, raccontano e, sovente, reinterpretano sé stessi per fatti che si sono ormai conclusi.
Strocchi rivanga dunque il passato prossimo e riversa nella cinepresa il senso di stupore per eventi che sembrano sconnessi dalla realtà tanto appaiono surreali; la fascinazione per l'avventura spericolata del suo fautore; il paradosso morale, quasi scorsesiano, di un uomo che trova sé stesso ingannando gli altri e si perde nel momento in cui non può più farlo; l'anima true crime del racconto si lega a doppio filo alla microscopia psicologica del suo protagonista.
La scrittura dello stesso regista organizza la narrazione dividendo i personaggi intervistati in un invalicabile steccato morale: l'intraprendenza criminogena del singolo e dei suoi aiutanti è contrapposta ai tutori della legge; l'intuito tecnico e le scorribande favolose di Driessen sono messe a contrasto con la logica ricostruttiva degli agenti di polizia.
"La più grande truffa d'Europa", com'è stata ribattezzata, infatti, è una vicenda già filmica in sé - con potenziale da fiction - per densità di colpi di scena, eccentricità di aiutanti e oppositori, conflitti etici e scenari cinematografici. Strocchi, tra le altre cose, avrà mandato a memoria anche La migliore offerta di Tornatore, ma qui non c'è spazio per il romanticismo. Siamo davanti, piuttosto, a una scorribanda transcontinentale tra Thailandia, Germania e Svizzera, in cui la cinepresa cerca sempre il sommerso e inquadra centinaia di manufatti creati in un lampo e flussi sospetti di denaro, fughe da un capo all'altro del mondo, intrallazzi, scambi merce nei boschi e aste taroccate, camuffamenti d'identità, corruzioni e depistaggi. E poi oscuri galleristi, conti, intermediari occulti, aste da capogiro, musei raggirati, altoborghesi ingannati, malloppi calati in elicottero.
L'opera, così, rimarca tra le altre cose anche il lato tattile, originale, materico di un'opera d'arte in un processo potenzialmente replicabile all'infinito: sculture non tanto come lento parto di un'unica mente geniale, ma come riproduzione identica di un esecutore che mette esperienza, perizia artigiana e sfrontatezza al servizio della brama di ricchezza.
"Non mi considero artista, faccio arte..." ci tiene, infatti, a distinguere Driessen.
E così dicendo, solleva con candore egotico la questione cardine di tutta la genesi estetica nel mondo contemporaneo (e quindi anche del cinema): chi è l'autore di un'opera d'arte nell'era della sua riproducibilità tecnica e auto-generativa?
Un falsario olandese un po' sbruffone emigrato in Thailandia, un mercante di mezza tacca con base a Magonza, un sedicente conte del nord, tabagista e ludopatico, da un lato; dall'altro, un commissario e un ispettore di polizia, e una biondissima procuratrice al suo primo incarico. Non è difficile ammettere che di queste due squadre la più simpatica è la prima.