| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Italia |
| Durata | 75 minuti |
| Regia di | Loris Di Pasquale |
| Attori | Antonio Balbi, Alessia Bellotto, Riccardo Colasuonno, Elisabetta De Vito Filippo Gattuso, Gianfilippo Grasso, Sebastien Halnaut, Alma Noce, Daphne Scoccia, Simone Zambelli. |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 18 giugno 2026
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CONSIGLIATO SÌ
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Sette spettatori si riuniscono a teatro. Per soldi sono chiamati a salire sul palco agli ordini di tre aguzzini che li minacciano in abiti paramilitari. Chi passa tutte le prove, s'intasca centomila euro: un giovane camerata si fa pestare a sangue; una donna di mezza età si sfianca su un tapis roulant; un'altra si ubriaca fino a collassare; un ragazzo deve masturbarsi davanti alla fidanzata e poi a una ragazza stuprata, che successivamente viene pure strozzata da un prete. La sala teatrale diventa così il palcoscenico di un tremendo gioco al massacro che fa emergere il lato più ferino e insensibile dell'animo umano. In un'unica sera, in un unico spazio, tutti perdono senno e decoro.
Dalla Mostra di Pesaro arriva l'esordio al lungometraggio del premiato cortista Di Pasquale. Un'opera di sicuro dirompente, brutale e a tratti insostenibile, in cui l'ostensione compiaciuta della violenza vuole smascherare ipocrisie, egoismo e perbenismo della nostra società.
Nell'unità di luogo e tempo e nella varietà dei caratteri (sette vittime adulte della più varia
estrazione sociale, politica e culturale), infatti, il regista pesca da un tema classico -
l'avidità come il più potente rivelatore della bestialità umana - per arrivare a scandagliare i
nostri istinti repressi e poi esplosi: da quella degli aguzzini, di chiara eco squadrista, al loro
controllo delle vittime in uno spazio chiuso (il regime della paura); da quella sessuale (lo
stupro di una ragazza girato con tatto, ma comunque ributtante) a quella fisica, sia
individuale (il successivo strangolamento della giovane, altrettanto desolante) sia collettiva
indotta (le botte tra partecipanti per agguantare l'assegno); dalle violenze autoinflitte delle
dipendenze (alcol e cocaina) fino alla cancellazione stessa della vita.
È un cinema che, con tutti i suoi difetti, scalpita per reclamare visibilità, che ha fame di
scandalizzare per imporsi in un panorama già sovraccarico di mediocrità. Si tratta, infatti,
di una produzione indipendente a bassissimo costo: un'anomalia nel panorama
audiovisivo italiano.
Eppure, Punk State si gioca le sue carte migliori non menando e insanguinando, ma
allegorizzando la società dello spettacolo permanente e della performance: un mondo in
cui internet ha sbriciolato la separazione tra reale e finzione, pubblico e privato, osceno e
mostrato (rotta subito la quarta parete, gli spettatori sono anche attori e viceversa), e in cui
ognuno, in cambio di guadagno travestito da visibilità, diventa uno schiavo che ama le sue
catene: tutti si dilaniano, si fanno sfruttare e si umiliano per centomila euro, ma il
"mandante", chi organizza lo spettacolo, rimasto ignoto, è l'unico che si arricchisce.
Di Pasquale mostra una regia sicuramente distintiva, anche se non innovativa, che si
fonda su attesa, ripetizione ed esasperazione: allude all'orrido, sguazza nel grottesco,
calca la mano sulla brutalità e dilata i tempi, come nell'incipit in cui le botte al camerata
arrivano d'improvviso, mentre tutti attendono a lungo che inizi lo spettacolo.
La presunta carica provocatoria e scandalistica del film è però un po' sgonfiata, oltre che
dallo spirito del tempo, da vari padri nobili: l'ultraviolenza e la perdita del libero arbitrio in
climax sono già state filmate da Kubrick (Arancia meccanica), Stone e un certo Polanski.
In tempi più recenti, tralasciando i picchi pulp di Tarantino, sovviene il miglior Sorogoyen
(As Bestas) e Squid Game (i poveri disperati che "giocano" la vita per soldi).
Non convince, poi, una cifra recitativa costantemente sopra le righe, enfatica e
teatralizzante, comune a tutto il parco attori. Sarebbe stata più inquietante una recitazione
minimale, in levare? Domanda che è giusto farsi, ma alla quale è ormai inutile rispondere.
Tralasciando i crediti che occhieggiano a Noé, annotiamo, infine, solo che il contrasto tra
musica classica e crudezza delle immagini è un espediente di straniamento antico come il
cinema. Qui, di conseguenza, ne sopravvive un sapore derivativo e devozionale.