| Titolo originale | The Great Wall |
| Anno | 2016 |
| Genere | Storico, |
| Produzione | USA |
| Durata | 104 minuti |
| Regia di | Zhang Yimou |
| Attori | Matt Damon, Tian Jing, Pedro Pascal, Willem Dafoe, Eddie Peng Han Lu, Kenny Lin, Karry Wang, Kai Zheng, Andy Lau, Xuan Huang, Hanyu Zhang, Gengxin Lin, Cheney Chen, Wang Junkai, Yu Xintian, Bing Liu. |
| Uscita | giovedì 23 febbraio 2017 |
| Distribuzione | Universal Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 2,72 su 9 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 3 marzo 2017
Zhang Yimou dirige il più grande film della storia del cinema cinese (si tratta della prima produzione in lingua inglese del regista), girato interamente in Cina. In Italia al Box Office The Great Wall ha incassato nelle prime 2 settimane di programmazione 2,9 milioni di euro e 1,3 milioni di euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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William e Tovar sono due mercenari europei, in Cina con una missione: recuperare un po' della fantomatica "polvere nera", antenata della polvere da sparo, e portarla in Occidente. I due sopravvivono all'assalto di una creatura sconosciuta di colore verde, di cui conservano un arto reciso. Catturati dalle truppe d'élite dell'esercito cinese, finiscono per combattere al loro fianco contro i mostri verdi, denominati Taotie, che ogni 60 anni minacciano il mondo degli uomini. La Grande Muraglia è stata eretta proprio per cercare di fermarli, con ogni mezzo.
È difficile svincolare The Great Wall dal contesto in cui nasce e dagli intenti che ne caratterizzano chiaramente la genesi. Come molto di quanto Zhang Yimou ha girato negli ultimi venti anni, c'è uno scopo preciso per l'esistenza di The Great Wall, con ingombranti ragioni politiche ed economiche.
La Cina vuole dimostrare al mondo di cosa sia capace e ancora una volta è impossibile non rimanere ammirati di fronte alla magnificenza delle coreografie, all'uso delle comparse per le scene di massa, al ricorso a un 3D dalla vivida e impressionante verosimiglianza. Ma è come se l'industria cinese, che fabbrica a ripetizione blockbuster sempre più costosi, mirasse al superamento di se stessa sul mero piano tecnico, accontentandosi del fatto che a un pubblico che proviene da decenni di negazioni vada bene così. Come qualcuno laggiù comincia a osservare, è altro che manca al cinema commerciale cinese per ambire a un primato che sia tale a tutti i livelli: e non sarà The Great Wall a cambiare le cose, se non (forse) a seguito di un insuccesso al di fuori dei confini patri.
Il film di Zhang Yimou infatti si è attrezzato al massimo per l'esportazione: a questo si deve la presenza nel cast di Matt Damon e Willem Dafoe, in ruoli che evitino tanto le accuse di whitewashing - moralmente William non fa che imparare dai cinesi - che del suo contrario - William risolve la situazione in diverse occasioni e l'apprendimento sul piano militare e su quello umano è reciproco. Ma l'attenzione misurata con il bilancino a questi aspetti inficia prevedibilmente la scorrevolezza e la spontaneità di uno script che non va oltre i rigidi schemi di dialoghi convenzionali e insinceri.
A rimanere, dopo la visione di The Great Wall, non è una battuta né un'espressione facciale né un gesto che sia umano e non atleticamente ineccepibile. C'è chi ha parlato di Leni Riefenstahl come termine di paragone e l'accostamento è tutt'altro che peregrino: perché è fondamentalmente l'estetica di una superpotenza ad andare in scena, attraverso sequenze abbacinanti per coreografie ed estetica ma bidimensionali per spessore psicologico (a dispetto della loro esagerata tridimensionalità).
Primo ma non unico tra gli esempi, la difficoltà nel condurre una possibile storia d'amore che rimane abbozzata, senza l'audacia di andare fino in fondo, come se nessuno se la sentisse. Encomiabile il lavoro da corpo cinematografico action di Matt Damon, ma ridicolo quello sull'accento irlandese; sprecatissimi Willem Dafoe ed Andy Lau, benché la presenza nella medesima inquadratura di quest'ultimo e Damon - i due hanno interpretato lo stesso personaggio in Infernal Affairs e nel remake The Departed - provochi un effetto suggestivo. L'unica autentica sorpresa del film, probabilmente del tutto involontaria.
Raramente come nel caso di The Great Wall si è discusso così tanto di un film ancora prima di averne visto il trailer. E anche dopo quest'ultimo la discussione è proseguita incessantemente, a prescindere dal contenuto del film stesso e dalla sua riuscita. Perché The Great Wall rappresenta innanzitutto una notizia, una "prima volta", un evento.
Primo film cinese con un protagonista americano, girato in lingua inglese ma da un regista cinese, con un budget a dir poco stratosferico, che va oltre i 135 milioni di dollari.
Il regista in questione è Zhang Yimou, un tempo noto al mondo per Lanterne Rosse e divenuto nel terzo millennio realizzatore di epici wu xia pian, film di cappa e spada dai mezzi spettacolari come Hero o La foresta dei pugnali volanti. L'attore è Matt Damon, star di Hollywood nota per la sua duttilità da trasformista, degna del camaleontico Mr. Ripley, per citare uno dei personaggi più negativi ma iconici da lui interpretato.
Una co-produzione tra Cina e Stati Uniti: Paesi concorrenti, spesso rivali, lontani geograficamente e politicamente. Specialmente ora, con l'elezione di Donald Trump, che rischia di compromettere il già fragile equilibrio trovato a livello industriale tra Cina e Stati Uniti d'America. Nei rapporti tra le due potenze la questione cinematografica non rappresenta una voce secondaria.
Sulle spalle di The Great Wall gravano quindi diversi ingrati compiti: quello di sovvertire questa tradizione negativa alzando il livello qualitativo, di trascinare in sala masse di spettatori cinesi e, sperabilmente, anche un buon numero di occidentali, avviando una cooperazione inedita tra i due Paesi. Riuscirà in tutto questo un eroico Matt Damon?
I precedenti
The Great Wall non ha dei veri e propri precedenti, come si diceva, ma negli ultimi anni qualche accenno di contaminazione tra Cina e Stati Uniti ha cominciato a emergere. Lo scoglio più difficile da superare resta la questione linguistica. Girare il film in cinese significa ridimensionarne le possibilità commerciali in occidente; girarlo in inglese significa obbligare gli attori cinesi a una pronuncia stentata e spesso umiliante, con ricaduta negativa sulla qualità del film stesso.
È quello che si è verificato sia nel caso di Dragon Blade di Daniel Lee, in cui Jackie Chan interpreta un condottiero cinese alle prese con i romani John Cusack e Adrien Brody, che in occasione di Crouching Tiger, Hidden Dragon: Sword of Destiny, sequel de La tigre e il dragone prodotto da Netflix e Harvey Weinstein. Paradossalmente questi tentativi di esportare il cinema cinese storico o wuxia hanno funzionato molto meno rispetto a La tigre e il dragone o Hero, che sono stati percepiti come "prodotto locale" e hanno conseguito dei buoni incassi negli Stati Uniti, pur essendo girati in lingua cinese.
Fondamento storico
The Great Wall non prova nemmeno a seguire la strada di una fedele ricostruzione storica. L'espediente che porta gli occidentali interpretati da Matt Damon e Pedro Pascal (Il trono di spade) nella Cina del XV secolo, ossia la ricerca dell'ambita "polvere nera" - altrimenti detta polvere da sparo - inventata dai cinesi, è credibile, ma è anche l'unico addentellato con qualcosa di storicamente avvenuto. Il film di Zhang Yimou appartiene fondamentalmente al genere fantasy, con il ricorso a creature che appartengono alle leggende dell'antica Cina, i taotie.
Altrettanto fantasiose le truppe d'élite del cosiddetto Ordine Senza Nome, guidato dal Generale Shao con il compito di combattere i taotie, e le loro spettacolari tecniche di combattimento, dalle lanterne volanti esplosive ai lancieri che sfruttano l'altezza della Muraglia per colpire i nemici eseguendo una sorta di bungee jumping.
Da autore a regista "di governo"
In origine The Great Wall doveva essere diretto da Edward Zwick, già avvezzo allo scontro culturale tra Oriente e Occidente per il suo L'ultimo samurai con Tom Cruise e Ken Watanabe. In seguito alla defezione del regista e alla riscrittura di buona parte della sceneggiatura, alla regia subentra Zhang Yimou. Sono lontani infatti i tempi in cui la fama di Zhang era legata a opere d'essai come Lanterne rosse o politicamente dissidenti, come Vivere!. Nel 2002, quando il cineasta accetta la sfida di girare Hero - il primo wu xia pian cinese dopo decenni di impossibilità di girarne uno (i classici wuxia di '60 e '70 sono prodotti a Hong Kong o Taiwan) - imprime una svolta pressoché irreversibile alla propria carriera. Quello di Zhang diviene un nome legato per lo più a progetti ad alto budget, senza nascondere un certo intento celebrativo verso la gloria e la potenza della nuova Cina. Non a caso sarà Zhang Yimou a dirigere le cerimonie ufficiali per i giochi olimpici di Pechino. Anche in The Great Wall la preparazione impeccabile e la volontà di sacrificio dell'esercito cinese emergono in tutto il loro splendore vagamente propagandistico.
Un caso di Whitewashing?
Fin dalle prime immagini circolate del film su The Great Wall si sono abbattute accuse di whitewashing e di "supremazia bianca" imposta o autoimposta, esempio di ennesimo abuso di Hollywood. Tecnicamente però non si tratta di whitewashing: come ha ribadito lo stesso regista, quello di Matt Damon non è un personaggio cinese "trasformato" in occidentale. È un ruolo creato appositamente su di lui, per introdurre in maniera credibile un occidentale nel contesto narrativo. William poi è tutt'altro che un eroe senza macchia e senza paura, almeno fino alla sua scelta di partecipare come volontario alla battaglia. Si tratta di un mercenario senza scrupoli, dal senso etico assai discutibile: saranno la comandante Lin e il generale Shao a trasmettergli le necessarie virtù di altruismo, coraggio e disciplina.
Un Dream Team: algoritmo o opera d'arte?
Secondo l'idea, non sempre vera, che la somma delle parti conduca a un grande totale, l'assemblaggio del cast tecnico e artistico di The Great Wall assomiglia molto a quello di un Dream Team. Detto del regista e degli attori - Matt Damon, Andy Lau, Willem Dafoe - non è da meno il comparto tecnico, con un occhio di riguardo per chi in curriculum vanta esperienze legate a Il signore degli anelli o Il trono di spade. Per gli effetti speciali e per ottenere una computer graphics all'altezza degli standard attuali, la Wanda Group (proprietaria della Legendary East che produce il film) si è affidata alla Industrial Light & Magic (ILM) e alla Weta Workshop, ovvero i neozelandesi che hanno realizzato le meraviglie de Il signore degli anelli. Le musiche sono del gettonatissimo Ramin Djawadi, garanzia di epicità (Il trono di spade, Pacific Rim e Westworld). Infine la curiosità legata alla presenza di Andy Lau e Matt Damon nello stesso film, dopo che i due avevano interpretato il medesimo personaggio - l'infiltrato mafioso arruolato nella polizia fin dalla più tenera età - rispettivamente in Infernal Affairs, capolavoro del noir di Hong Kong, e in The Departed, remake hollywoodiano che è valso a Martin Scorsese l'Oscar per la miglior regia.
La muraglia cinese è un'opera colossale che difende la Cina dagli invasori. Ma se il nemico è un'armata di alieni allora diventa inutile, nonostante la sua imponenza. COn queste premesse ci accingiamo a vedere un film difficile da classificare: fiction, guerra, fantascienza? Purtroppo il risultato è un polpettone indigeribile, composto da realtà virtuale tridimensionale [...] Vai alla recensione »
Zhang Yimou torna in veste colossal dopo il drammatico Lettere di uno sconosciuto, con The Great Wall, un film pirotecnico che racconta il mistero della costruzione della grande muraglia, eretta non solo per tenere lontani i mongoli ma per altre ragioni ben più spaventose. Matt Damon è William Garin che, insieme al suo amico Pero Tovar (Pedro Pascal), arriva in Cina per recuperare la "polvere nera", una polvere da sparo dell'antichità, e portarla in Occidente. Catturati dalle truppe imperiali viene impedito loro di scappare proprio attraverso la muraglia, forse eretta per fermare la fuga dei prigionieri.
Mostri verdi, coreografie spettacolari, sequenze di effetti speciali di grande impatto e grandiose scene di massa, la produzione cino-americana, punta al massimo del blockbuster, mettendo al servizio uno dei registi asiatici più vicini al system hollywoodiano.
The Great Wall è disponibile finalmente in Digital HD dal 6 giugno 2017 e in DVD, Blu-ray(TM), Blu-ray(TM) 3D e 4K Ultra HD(TM) dal 20 giugno 2017 con Universal Pictures Home Entertainment Italia e Legendary Pictures. I contenuti extra del film contengono scene eliminate, informazioni ulteriori sulla grafica e gli effetti speciali, backstage su Matt Damon in Cina e sul regista Zhang Yimou.
Una produzione da cifre stratosferiche che sottolinea ancora una volta il desiderio della Cina di prendere parte a imprese di tale portata per farsi strada nell'industria cinematografica. Tanti registi asiatici intraprendono questa strada creando un cinema di confine che rende possibile l'incontro di culture diverse e di diversi modi di realizzare un film, a volte per ragioni economiche, a volte per esigenze artistiche. Molti sono gli autori orientali che hanno tentato l'avventura americana o che si sono stabiliti nel regno del cinema, di seguito selezionati per voi quattro film di quattro registi asiatici a Hollywood.
Il ruolo storico ricoperto da The Great Wall, nella sua identità di film sino-americano simbolo del nuovo sistema globale che avanza, rischia di soffocarne altre caratteristiche. D'accordo, non può essere sottovalutato quel che avviene nell'industria del cinema cinese, né taciuto di come l'Oriente abbia ribaltato le sorti del cinema commerciale statunitense in anni di vacche non sempre grasse sul mercato interno. D'altra parte anche i dati di consumo europei sembrano premiare l'est: è da nazioni un tempo appartenenti all'area del blocco sovietico che giungono le maggiori soddisfazioni di crescita sul Continente, laddove i mercati storici, forse satolli, dell'Europa occidentale, oscillano da tempo fra piccoli segni più e piccoli segni meno.
La tigre del cinema non è più occidentale, da qualunque punto di vista la si voglia guardare. E allora perché pensiamo che The Great Wall sia un film che deve spingerci a cercare ben oltre le nozioni di puro mercato?
Il segno più evidente è il genere scelto: fantasy, certo, ma prima di tutto avventuroso. L'avventura è un archetipo decisivo per le sorti delle narrazioni tradizionali, se si pensa a quale enorme storia abbiano i romanzi degli ultimi tre secoli per la nostra civiltà, da Daniel Defoe a Walter Scott, da Robert Louis Stevenson a Emilio Salgari, da Mark Twain a Herman Melville, questi ultimi già in fondo rappresentanti della letteratura moderna. Di questa grande tradizione nei consumi culturali occidentali è rimasto poco: c'è chi li ritrova nel videogame fantasy/adventure, chi nel filone supereroistico, chi ancora in certa serialità televisiva, ma non c'è dubbio che i connotati sono profondamente cambiati.
Sembra invece che nel cinema orientale i tratti dell'avventura - ovviamente calibrati su una tradizione epica e letteraria autoctona - abbiano continuato a lavorare, complice una resistenza di questo immaginario pur in presenza di una massiccia globalizzazione e omogeneizzazione dei gusti.
Due mercenari dell'Ovest arrivano sotto la Grande Muraglia nei primi anni del secolo XI. Il problema non sono i diffidenti guerrieri cinesi blu e rossi dentro la barriera ma dei mostri verdi a quattro zampe al di là della maestosa costruzione. Occidentali ed asiatici uniranno le loro forze per sconfiggere le creature. The Great Wall è un fantasy insieme letterale e metaforico.