Nessun dogma, nessun dorma
La ribellione senza ribellione. Un conflitto senza armi e sangue, giocato solo sull'arrivo del messaggio che deve spezzare le catene del conformismo culturale per la nascita di una nuova ideologia, non certo quella imposta dal regime comunista cinese, ma una nuova visione delle cose, un nuovo modo di vivere che nasce dentro ogni uomo e si colora, film per film, messaggio per messaggio, come un folgorante affresco, sia esso intimista o storico, fantastico o reale. Eccolo, dunque, il combattente numero uno. Il guerriero più abile di tutta la Cina: Zhang Yimou, uno dei più grandi esponenti della Quinta Generazione, ovverosia di quel gruppo di autori cinesi che, raccoltisi negli studi Xi'an, hanno scelto il cinema per esprimere ciò che non compariva in una sola pellicola: l'esigenza di libertà e la critica di un sistema politico totalitario e repressivo. Il tutto senza abbandonare la discreta tenerezza umana, incarnata dal volto femminile e che porta, storicamente, lo sguardo di Gong Li.
Un fantastico rinnovamento, esploso con uno spirito di denuncia (ereditato dal teatro cinese) dove il vero protagonista del film è il contrasto, drammatico, sussurrato, ma penetrante, fra l'individuo e il potere. Si avverte, lontana, la presenza della vita, quel bagliore che tutti credevano fosse un relitto affondato dal nemico in anni di chiusura mentale, ma che invece si è trasportato fino a noi, con un forte rigore estetico dei colori e della messa in scena. Zhang Yimou si fa per cui narratore di mondi finiti, di concubine e maestrine, di famiglie e mafiosi, di indipendenza e di sottomissione, oltre che di spade ed eroi.
Figlio di un ufficiale dell'esercito di Chiang Kai-Shek e di una dermatologa, per motivi politico-militari, la sua famiglia viene messa al bando durante la Rivoluzione Culturale di Mao Tze Tung. Così, un giovanissimo Zhang Yimou, costretto a sospendere gli studi liceali in seguito alle direttive del Partito Comunista Cinese, viene mandato a lavorare come contadino nei campi e poi in una filanda, insieme a migliaia di studenti. Ma alla morte di Mao, avvenuta nel 1976, le università cinesi possono finalmente riaprire e proprio nel 1978 Zhang decide di entrare alla Beijing Film Academy di Pechino. Disgraziatamente, non supera l'esame di ammissione. Causa: è troppo "vecchio" (ormai ha già 27 anni e aveva superato di ben 5 anni l'età limite). Ma, nel 1982, dopo un energico appello al Ministero della Cultura, riesce finalmente a ottenere l'ammissione ai corsi di fotografia dell'Accademia. Mentre studia, eccolo frequentare e conoscere alcuni dei registi della cosiddetta "Quinta Generazione", che diverranno poi i suoi migliori amici: Chen Kaige e Zheng Jun-Zhao. Diplomatosi, viene assegnato agli studi cinematografici Guangxi Film Studio per lavorare come assistente regista e direttore della fotografia in pellicole come: Yi ge he bag ge (1983) dell'amico Jun-Zhao, Huang tu di (1984) e Da yue bing (1986) di Chen Kaige, Lao jing (1986) di Wu Tian-Wung, dove pure recita e tanta è la sua bravura che inaspettatamente viene anche premiato in alcuni dei Festival più noti dell'Asia. Sempre in quegli anni, Zhang accetta di andare a lavorare alla Xi'an Film Studios, sotto richiesta di uno dei registi della Quarta Generazione, Wu Tian-Ming, con la promessa di un buon appoggio da parte dello studio nel momento in cui Zhang vorrà debuttare come regista.
Non se lo fa ripetere due volte e si mette subito a lavoro, dirigendo Sorgo rosso (1987), pellicola drammatica, con Gong Li come protagonista, che racconta la storia di una giovane che è costretta a sposare un uomo ricco e anziano, affetto da lebbra. La pellicola lo impone all'attenzione internazionale, vincendo l'Orso d'Oro al Festival di Berlino, ma soprattutto fa scattare la scintilla fra lui e l'attrice Gong Li, per la quale divorzierà dalla moglie Xie Hua e che sarà la protagonista di tutti i suoi film, almeno fino al 1995 (anno in cui i due artisti si lasceranno). Firma il suo secondo lungometraggio Ju Dou (1990) che ha parzialmente le stesse tematiche dell'opera prima da lui firmata, oltre ad avere la stessa protagonista, poi arriva il capolavoro (inaspettato) il poetico Lanterne rosse (1991). L'ennesima storia di una donna che viene comprata da un marito che diverrà suo padrone (tratto dal romanzo "Moglie e concubine" di Su Tong) conquista tutto l'Occidente, vincendo un BAFTA e un David di Donatello come miglior film straniero, ma anche il Leone d'Argento al Festival di Venezia. Il Leone d'oro lo aspetta con La storia di Qiu Ju (1992) ritratto al femminile di una contadina che cerca giustizia.
Esplora i meccanismi del potere in Vivere! (1994), che racconta vent'anni di storia della Repubblica Popolare Cinese attraverso le vicende di una famiglia e che vince il secondo BAFTA come miglior film straniero, nonché il Gran Premio della Giuria a Cannes. Divenuto lui stesso un membro di una giuria quando il Festival di Berlino del 1993 lo chiama a valutare le pellicole partecipanti alla competizione, poi torna immediatamente a lavoro, firmando il bellissimo La triade di Shangai (1995), narrazione delle vicissitudini di un ragazzino che viene messo al servizio di una cantante di night, amante di uno dei capi della mafia cinese. Scontato dire che sarà un altro trionfo a Cannes. Ma il secondo Leone d'Oro arriva nel 1999 con Non uno di meno, dove per la prima volta firma un soggetto contemporaneo (la storia di una bambina-maestra che perde uno dei suoi studenti e deve ritrovarlo). Lo stesso anno, firma anche La strada verso casa con Zhang Ziyi, facendo incetta di premi al Festival di Berlino.
Poi, con l'arrivo del nuovo millennio, Zhang ha una svolta: vuole che più grandi orizzonti facciano parte del suo cinema e comincia a raccontare e firmare i memorabili wuxia (film d'avventura cinesi). Comincia con il bellissimo Hero (2002), che è uno dei film più costosi della storia del cinema cinese, e che non sarebbe mai arrivato in Occidente se, due anni dopo la sua distribuzione in Asia, Quentin Tarantino (grande estimatore di Yimou) non avesse convinto la Miramax ad acquistare le copie della pellicola per poi diffonderla anche in America. Ma Hero, almeno secondo il suo autore, altro non era che un esperimento portato a buon fine. Infatti, eccolo di nuovo calarsi nello stesso genere firmando il medievale La foresta dei Pugnali Volanti (2004), che bissa il successo di Hero, e che impone Zhang Ziyi a livello internazionale. La trilogia dei wuxia si chiude con La città proibita (2006) dove Yimou torna a dirigere la sua ex compagna di vita Gong Li. Ed è proprio alla Città Proibita di Pechino che Yimou ha diretto l'opera musicale "Turandot" di Puccini, come solo un cinese sa fare e non dovrebbe mai smettere di fare. Gli stessi personaggi dell'opera italiana diventano così una prosecuzione dei suoi figli audio-visivi, che hanno dentro di loro la forza delle grandi esperienze. Nessun grigiore, nessun dogma… nessun dorma! L'umanità torna a essere al centro della scena, e le sue storie e il suo coraggio spingono via il calcagno della società che voleva calpestarla.
Amazing Tales: Three GunsRegia di Zhang Yimou. Genere Drammatico, produzione Cina, 2010. |
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