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L’avvocato penalista Leonard Landry si destreggia come una trottola tra più aule di tribunale contemporaneamente, istrionico e brillante come suo solito, almeno finché non va in overdose da cocaina nel bel mezzo di un’udienza. Costretto a un breve percorso di disintossicazione, durante il quale perde il pelo ma non il vizio, deve correre contro il tempo per prepararsi al processo che lo vede, a questo punto, nei panni dell’imputato, e cercare di evitare a tutti i costi di venir interdetto dall’esercizio della sua professione. Sfogliando rapidamente alcuni vecchi curricula, assume in fretta e furia l’aspirante stagista Noé Henry, con l’intenzione, per la verità, di farne unicamente il suo autista. Landry non può immaginarlo, ma il giovane Henry è destinato a ricoprire un ruolo molto più importante nella sua vita e forse a cambiarla per sempre.
Terza collaborazione tra il regista parigino Tristan Séguéla e l’attore Laurent Lafitte,
Un bon avocat è un film che funziona in regime di moto perpetuo: non solo nel prologo senza respiro, ma anche per quasi tutto il tempo che segue, Landry e il suo Sancho Panza si muovono senza sosta tra il basso e l’alto, tra le carceri e i locali notturni, dove si ritrova la malavita locale, e i grattacieli aziendali e i salottini privati ai piani alti dei ristoranti di lusso, dove si dà convegno un altro tipo di criminalità, molto più opaca, insospettabile e inespugnabile. Un movimento frenetico non solo funzionale al ritmo del film e ai toni del thriller che lo contraddistinguono, ma che è anche al servizio del racconto, come si scoprirà alla fine della corsa. L’elemento più memorabile è il ruolo di “buddy clean” impersonato suo malgrado dal giovane stagista, che aggiunge alla parte centrale del film la piacevole sfumatura del buddy movie.