| Anno | 2025 |
| Genere | Drammatico, |
| Durata | 100 minuti |
| Al cinema | 4 sale cinematografiche |
| Regia di | Harris Dickinson |
| Attori | Frank Dillane, Megan Northam, Karyna Khymchuk, Shonagh Marie, Amr Waked Murat Erkek, Falco Flow, Natasha Jean Sparkes, Harris Dickinson, Okezie Morro, Holly De Jong, Buckso Dhillon-Woolley, Moe Hashim, Angela Bain, Ruth Wilson, Amerjit Deu, Michael Colgan, Rupert Procter. |
| Uscita | giovedì 22 ottobre 2026 |
| Tag | Da vedere 2025 |
| Distribuzione | Wanted |
| MYmonetro | 3,12 su 14 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 20 ottobre 2026
Il dramma di un uomo senzatetto che cerca di dare una svolta alla sua vita. Il film è stato premiato a National Board, Urchin è 105° in classifica al Box Office, ieri ha incassato € 163,00 e registrato 1.231 presenze in totale.
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CONSIGLIATO SÌ
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Mike, piccolo criminale vagabondo, prova a restare sobrio e a lasciare la strada, collezionando tante idee per il futuro e qualche amico di baldoria altrettanto instabile. Senza casa, finisce in prigione dopo aver aggredito un passante che voleva aiutarlo. Si impegna a riparare lavorando in una cucina di cui fatica tuttavia a seguire le regole. Il recupero è l'orizzonte ma l'autodistruzione è dietro l'angolo.
Esordio di Harris Dickinson (Triangle of Sadness, Babygirl) alla regia, Urchin è un dramma sociale che scivola verso un realismo magico e visioni oniriche che sollevano dalla realtà il ragazzo di strada del titolo.
Mike è incapace di mettere radici, vorrebbe prendere una decisione, essere trattato da adulto ma chiede costantemente di essere assistito. A immagine del suo melanconico antieroe, il film naviga a vista tra humour e vaghezza, tra Esercito della Salvezza e luoghi paralleli dove gli emarginati socializzano. Mappando con realismo gli angoli di Londra e catturando i volti multiculturali della capitale, il film non cade troppo lontano da storie già viste ma con un paio di sequenze incisive e stranianti, la più bella sulle note di "Voyage Voyage" di Desireless. Harris Dickinson, attore e star in ascesa, prova una nuova forma di creazione, mettendo in gioco una reputazione costruita davanti alla macchina da presa. È vocazione vera o l'ennesimo "film d'attore"? Urchin non assomiglia a una rivelazione cinematografica significativa ma nemmeno a un capriccio.
Per il suo debutto, Dickinson sceglie di raccontare la vita ordinaria di una persona indigente, illuminata da una fotografia di colori saturi e artificiali che contrastano col realismo sociale tipico di Ken Loach o Mike Leigh. Se il soggetto e un certo temperamento inglese, il senso dell'umorismo amaro, secco, molto acuto, rivelano l'impronta dei registi britannici, il trattamento non cede alla fatalità autodistruttiva. Urchin affonda e riemerge aprendo parentesi fantastiche che interrompono la miseria del personaggio e gli conferiscono una densità singolare. Ad altezza di strada, Frank Dillane, attore-musicista, avanza con la sua aria da Johnny Depp, periodo grunge e cool. Il regista si riserva un ruolo secondario, ma è Dillane a imporsi come una rivelazione. Nei panni di un ragazzo sensibile e detestabile insieme, insinua nel film, e in una società fiaccata dalle politiche di austerità britanniche, una nota inedita, complessa, quasi incosciente. Dickinson filma un personaggio vivo, piuttosto che un soggetto di studio, dimostrando un'attitudine naturale nel dirigere attori che infondono rabbia ed energia a un debutto altrimenti convenzionale, una parabola di auto-distruzione con un finale piacevolmente sorprendente.
La storia è nota, un povero diavolo prova a riprendere in mano la sua vita, lavorando con la stessa energia e la stessa disperazione per salvarsi e distruggersi. Soluzioni, traiettorie e modelli, Mike non riesce a domare e a comprendere. Salvarsi, per lui, si rivela impossibile. Il film non sfugge ai difetti più comuni di un'opera prima, un eccesso di idee e riferimenti che finiscono per frammentare la narrazione, ma offre al suo vagabondo una via di fuga che non sia un banale slogan di sviluppo personale. L'epilogo lascia spazio anche a noi, eludendo il saggio sociale sui tentativi di reinserimento professionale (e anche sessuale) di un giovane senzatetto inglese. Nessun miserabilismo in questo debutto, che si distingue utilizzando senza complessi la metafora e la poesia, congiunte donano un'altezza inaspettata alla narrazione. Nessun discorso politico e militante da parte del regista-attore, la forza narrativa prevale sulla dimensione sociale. Harris Dickinson rivela un individuo nelle sue capacità e debolezze, ma anche nel suo desiderio di essere all'altezza di un'esistenza conforme. Niente di troppo pesante, la regia punta sulla fluidità delle emozioni e sull'umanità dei suoi personaggi, raggiungendo una forma di meraviglia. La soluzione è alla fine del tunnel che collega una camera a un altrove.
Mike è intelligente e affabile, ma soffre di gravi dipendenze e rovina ogni occasione di risalire la china cedendo agli istinti autodistruttivi. Scontata la pena per aver picchiato e derubato un uomo che si era offerto di aiutarlo, viene inserito in un progetto di recupero e ottiene alloggio e impiego, però rigare dritto è difficile. Parte da qui Urchin, esordio alla regia di Harris Dickinson, l'attore [...] Vai alla recensione »
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