| Anno | 2024 |
| Genere | Drammatico, Fantasy, Musical, |
| Produzione | Danimarca, Irlanda, Germania, Italia, Gran Bretagna, USA, Svezia |
| Durata | 148 minuti |
| Regia di | Joshua Oppenheimer |
| Attori | Tilda Swinton, George MacKay, Moses Ingram, Bronagh Gallagher, Tim McInnerny Lennie James, Michael Shannon (II), Danielle Ryan. |
| Uscita | giovedì 3 luglio 2025 |
| Tag | Da vedere 2024 |
| Distribuzione | I Wonder Pictures |
| MYmonetro | 3,17 su 23 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 4 luglio 2025
Dopo decenni di solitudine, una famiglia benestante che vive in una miniera di sale entra in contatto con una ragazza sconosciuta. In Italia al Box Office The End ha incassato 55,6 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Anni dopo una catastrofe climatica che ha estinto la vita sulla Terra, una famiglia di ex capitani d'industria vive ancora nel bunker sotterraneo dentro il quale si è rifugiata per sopravvivere. In un ambiente elegante e confortevole, la Madre, il Padre, un'amica di famiglia, il maggiordomo, il medico e una cameriera si occupano principalmente dell'educazione del Figlio, che ha una ventina d'anni e non ha mai conosciuto la vita di prima. L'arrivo di una ragazza da fuori, sopravvissuta al tentativo della sua famiglia di raggiungere il bunker, porta scompiglio. Il Figlio comincia a fare domande ai genitori sul senso della loro vita e sulle loro responsabilità nel disastro. Come difendere, dunque, un mondo strenuamente costruito?
Joshua Oppenheimer, autore di uno dei documentari più scioccanti degli anni Duemila (L'atto di uccidere), esordisce nel cinema di finzione con un musical che immagina un'umanità oltre la fine del mondo, condannata a vivere senza prospettive.
The End è l'ennesimo prodotto di una società che sa pensare a sé stessa solamente nei termini di una continua, ormai stucchevole distopia. Come ha dichiarato il suo regista, nasce soprattutto dall'esperienza collettiva del lockdown dovuto alla pandemia di COVID e s'interroga sull'ossessione tutta contemporanea per la sicurezza, per la salvaguardia dei privilegi, mostrando personaggi che hanno rimosso traumi e responsabilità in nome della sopravvivenza.
La sua particolarità più evidente è quella di essere un musical in stile Broadway: le canzoni scritte dallo stesso Oppenheimer e musicate da Joshua Schmidt (compositore all'esordio nel cinema) sono eseguite dagli interpreti senza essere cantate ma piuttosto recitate. Tilda Swinton è la Madre, ex ballerina che tiene più di ogni cosa alla conservazione del suo mondo chiuso e in costante pericolo («Ogni macchia che ignoriamo è il segno della nostra resa», dice spiegando la pignoleria con cui cura l'ordine della casa e rende ogni giorno uguale a quello precedente); Michael Shannon è l'ex patriarca che ammette di aver contribuito al surriscaldamento globale, ma che al Figlio (George MacKay) a cui fa scrivere la sua biografia nasconde i propri misfatti; il Figlio, dal canto suo, non si è mai affacciato alla vita o alla natura, la morte la conosce solo dai racconti delle poche persone che ha mai conosciuto (l'amica della madre, ad esempio, che ha perso il marito per malattia) e quando incontra l'altro sesso, nella forma della Ragazza (Moses Ingram), se ne innamora senza attrazione sessuale e solo come atto di conoscenza.
I personaggi chiave del film rimangono significativamente senza nome, come a indicare una condizione universale dell'essere umano o, letteralmente, le ultime persone esistenti sulla Terra: non tanto, o non solo, gli unici sopravvissuti, ma quelli che hanno fatto di tutto per essere gli unici a sopravvivere.
L'assenza di una colpa o la sua rimozione da parte degli adulti - che anni prima hanno chiuso ad altri possibili ospiti le porte del loro rifugio sotterraneo, e non se ne sono mai pentiti (e se hanno incubi notturni fanno finta di niente) - e all'opposto la nascita di una coscienza diversa nei giovani (soprattutto nel Figlio, grazie alla presenza della Ragazza) segnano i due poli del conflitto generazione alla base di The End.
Eppure, nelle due ore e un quarto di visione (troppe ma in qualche modo funzionali alla rappresentazione un mondo condannato a ripetere sé stesso per esistere), il dramma non esplode mai: è sempre a un passo, sempre possibile, ma mai raggiunto. Niente deflagra, in The End; nessuna possibile trama arriva a decollare.
E proprio questo aspetto - proprio per questa medietà di tono e di colori che non muta mai - più della componente musicale del film (che ha comunque momenti molto belli) va considerata la sua coraggiosa, benché monocorde, decisione di rappresentare una società umana ridotta all'osso e giunta ben oltre la sua fine. Una società che procede senza futuro, diretta verso il nulla.
Immerso in atmosfere stranianti per eleganza e composizione figurativa - merito della scenografa Jette Lehmann e della costumista Frauke Firl, entrambe collaboratrici di von Trier (e si vede) per Antichrist e Melancholia - The End sfiora a più riprese il kitsch per come cerca di dare forma simbolica allo spirito millenaristico di cui è imbevuto. Gli ambienti e le atmosfere ricordano titoli recenti come A Murder at the End of the World, Il mondo dietro di te o gli incubi narrativi sulla fine dell'umanità da The Last of Us in giù; il ritmo laconico e compassato di Oppenheimer appartiene però a una visione d'autore che ricorda piuttosto il mondo sotterraneo di Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson e che alla maniera di L'atto di uccidere cerca un doppio livello di rappresentazione (qui il realismo opposto al musical, là il reenactment opposto alla memoria) per raccontare la fine del mondo come un dramma familiare senza pathos. Un nascondiglio oscuro, protettivo, paradossalmente confortevole, che si pone come unica alternativa all'estinzione. In attesa di una bella morte che prima o poi arriverà.
The End non sarà un film particolarmente appassionante, ma è senza subbio coerente. E forse ci dice, non tanto chi saremo o chi potremmo essere, ma chi siamo.
Dal 3 luglio con I Wonder Pictures sarà al cinema The End (2024) di Joshua Oppenheimer, al suo primo lungometraggio di finzione, dopo il sorprendente e notevole dittico documentario - L'atto di uccidere (2012) e The Look of Silence (2014) - sul genocidio in Indonesia.
Qui il regista cinquantenne pluripremiato Oppenheimer si cimenta in un'opera ambiziosa e originale, che mescola generi e registri, ambientata in un futuro post-apocalittico non troppo lontano, dopo che una catastrofe ambientale ha devastato l'umanità e reso invivibile la superficie terrestre. La storia si svolge interamente in un bunker sotterraneo, ricavato in una miniera di sale, dove una ricca famiglia vive isolata da decenni, composta da Padre (Michael Shannon), Madre (Tilda Swinton), Figlio (George MacKay), in compagnia dell'Amica della Madre (Bronagh Gallagher), di un Maggiordomo (Tim McInnerny) e di un Dottore (Lennie James).
La loro routine quotidiana e l'apparente tranquillità familiare, costruita sulla rimozione della realtà, vengono però intaccate dall'arrivo inatteso di una Ragazza (Moses Ingram) sopravvissuta nel mondo esterno, la quale metterà pian piano in crisi le dinamiche e le narrazioni sui cui si fonda la loro esistenza.
I personaggi di The End si scopriranno prigionieri delle loro stesse bugie, e immersi in un'angosciante solitudine, diventando per Oppenheimer un'allegoria dell'intera famiglia umana e della nostra deriva collettiva verso l'apatia.
In questo dramma distopico, Oppenheimer inserisce e adotta la forma del musical, proprio in quanto genere rappresentativo per eccellenza dell'illusione, smontandola dall'interno attraverso le performance volutamente imperfette eseguite dai personaggi.
Il set del film è un elemento altrettanto importante nella definizione di un'atmosfera sospesa e straniante. Le riprese sono state girate nella suggestiva miniera di sale di Petralia Soprana in Sicilia, un ambiente reale e straordinario nelle cui gallerie bianche e cavernose il regista allestisce un rifugio di lusso, con arredi eleganti e opere d'arte, specchio di un mondo che si ostina a rintanarsi nell'autoinganno.
A interpretare i tre membri della famiglia è un trio d'eccezione: Tilda Swinton - Michael Clayton (2007), La stanza accanto (2024) - è la madre algida nonché custode di un ordine destinato a sgretolarsi; Michael Shannon - Revolutionary Road (2007), La forma dell'acqua - The Shape of Water (2024) - come padre autorevole e autoindulgente; infine, la dolente fragilità incarnata dal giovane George MacKay che, dopo essersi messo in luce con 1917 (2019) di Sam Mendes, era già stato protagonista di recente in The Beast (2023) di Bertrand Bonello, altro potente dramma distopico sul destino dell'essere umano.
In The End, Joshua Oppenheimer abbandona le forme documentarie che hanno definito il suo cinema per esplorare un territorio radicalmente diverso. Almeno apparentemente, visto che la citazione di un massacro compiuto in Indonesia sembra riportarci idealmente al dittico composto da L’atto di uccidere e The Look of Silence. Lo scioccante re-enactement degli atti di violenza di quei titoli diviene ora perenne messa in scena, pantomima destinata a essere recitata ad aeternum per scongiurare l’apocalisse e dimenticarlo. Un’operazione radicale, quella del regista americano in The End, che si serve del musical, il genere cinematografico più astratto e sradicato dal reale.
A colpire immediatamente lo spettatore è l’apparato visivo, barocco e glaciale, del bunker in cui si rifugia l’Ultima Famiglia dell’umanità. E poi arriva il suono, a sostenere l’intera impalcatura emotiva del film, traghettando lo spettatore verso la fine di un mondo vissuta fino all’ultimo nell’ipocrisia e nella negazione.
La colonna sonora, firmata da Joshua Schmidt e Marius de Vries, non è un semplice commento musicale: è struttura portante, drammaturgia in sé. Il suono non accompagna le immagini: le precede, le interroga, le sovverte.
Non c’è più passato. Non c’è più futuro. In The End sembra esserci la stessa dimensione allucinata dei due documentari realizzati da Joshua Oppenheimer, L’atto di uccidere e The Look of Silence, incentrati sugli autori del genocidio in Indonesia avvenuto tra il 1965 e il 1966 che sono rimasti impuniti. Nelle intenzioni del cineasta di origine statunitense doveva esserci un terzo film, quasi a conclusione della trilogia sulle forme del male, sui miliardari indonesiani che sono saliti al potere sfruttando proprio l’effetto dei crimini commessi dove sono state sacrificate milioni di vite che ancora oggi controllano il paese. Ma il cineasta non è potuto tornare nel paese per motivi di sicurezza. The End non è quello che resta di quel progetto ma riparte proprio da lì.
In un lussuoso bunker nelle profondità di una miniera di sale vive una famiglia benestante composta da Padre, Madre e Figlio assieme a un’amica di famiglia, un maggiordomo, un medico e una cameriera. Sono scampati a un disastro ambientale che ha seminato solo morte e di cui loro stessi sono responsabili. Il Figlio, di circa 20 anni, non ha mai visto come era la vita prima e non ha mi avuto un contatto con l’esterno. L’arrivo di una ragazza, che non ha mai superato il senso di colpa per la morte della sua famiglia, rovina questo idillio apparentemente immutabile ma che in realtà è già molto fragile.
Tutti nel bunker, mentre il mondo fuori – invisibile – ha vissuto la catastrofe. Un’immagine del futuro: o forse, a pensarci bene, un’immagine del presente.
Un’umanità rinchiusa, che vive sottoterra, schiacciata da una Apocalisse già avvenuta, all’esterno, probabilmente per il disastro climatico. Alle pareti della dimora, impeccabilmente borghese, opere d’arte dal valore inestimabile: “La ballerina” di Renoir, “La donna con l’ombrello” di Monet. Sembra che tutto sia lussuoso, e in definitiva normale: ma niente è normale.
È il fuori che manca. Non c’è un cielo, non c’è un esterno E manca anche il resto dell’umanità. Non c’è bisogno neanche dei social: perché l’unico nucleo esistente, l’unico “world wide web” è una famiglia. Non ci sono altre persone da osservare, giudicare, criticare, non ci sono altri volti da scrollare.
Instilla disagio, inquietudine, sgomento The End di Joshua Oppenheimer, autore di apprezzati documentari sui massacri in Indonesia, L'atto di uccidere e The Look of Silence. E disagio, inquietudine e sgomento fanno ancora più rumore perché non si alza mai la voce.
Nel mondo disegnato da Oppenheimer l’unico sentimento sembra quello dell’attesa. Non ci sono cose da fare, obiettivi da perseguire. Per questo si canta tanto: si canta come a cristallizzare un sentimento, come a definire uno stato d’animo. The End è un film statico, non dinamico. Le canzoni, che presidiano gran parte del film, non prevedono quasi mai coreografie. Sono come monologhi o dialoghi in musica.
Non si esce mai, non si esce mai. Si rimane dentro enormi e inquietanti grotte, tunnel sotterranei. Non si capisce come si sia ridotto il mondo, là fuori. Si vive rintanati nel proprio passato, nei propri ricordi. Michael Shannon lavora a un mémoir che nessuno leggerà, Tilda Swinton ricorda il suo passato da ballerina al Bolshoj; George MacKay è il figlio nato nel bunker, che non sa nulla del passato, di come si viveva una volta.
Più passa il tempo e più il musical mi pare straordinariamente simile a quel tale partito politico che tutti odiano, nessuno apparentemente vota ma che, alla fin della fiera, non si sa bene come o perché riesce sempre e comunque a sfangarla. Lo abbiamo visto di recente con l'esperienza assai inusuale del bellissimo e contestatissimo Emilia Pérez di Jacques Audiard così come attraverso la formula decisamente [...] Vai alla recensione »