| Anno | 2018 |
| Genere | Biografico, Drammatico, |
| Produzione | USA |
| Durata | 128 minuti |
| Regia di | Spike Lee |
| Attori | John David Washington, Adam Driver, Topher Grace, Laura Harrier, Ryan Eggold Jasper Pääkkönen, Corey Hawkins, Paul Walter Hauser, Ashlie Atkinson, Alec Baldwin, Harry Belafonte, Robert John Burke, Craig muMs Grant, Isiah Whitlock jr., Brian Tarantina, Arthur J. Nascarella, Ken Garito, Frederick Weller, Michael Buscemi, Damaris Lewis, Ato Blankson-Wood, Dared Wright, Faron Salisbury, Victor Colicchio, Paul Diomede, Elise Hudson, Danny Hoch, Nicholas Turturro, Ryan Preimesberger, Gina Belafonte, Ernest Rayford, James Campbell (II), Jared Johnston, Michael J. Burg, Jeremy J. Nelson, Nichelle Bolden. |
| Uscita | giovedì 27 settembre 2018 |
| Tag | Da vedere 2018 |
| Distribuzione | Universal Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,30 su 13 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 2 ottobre 2018
La storia di Ron Stallworth, il poliziotto afro-americano che riuscì a entrare a far parte del Ku Klux Klan. Il film ha ottenuto 6 candidature e vinto un premio ai Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, 3 candidature a Golden Globes, 5 candidature e vinto un premio ai BAFTA, 4 candidature a Critics Choice Award, 3 candidature a SAG Awards, 1 candidatura a Spirit Awards, 1 candidatura a Writers Guild Awards, 1 candidatura a Directors Guild, 1 candidatura a CDG Awards, 1 candidatura a Producers Guild, a AFI Awards, In Italia al Box Office BlacKkKlansman ha incassato 1,3 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Anni 70. Ron Stallworth, poliziotto afroamericano di Colorado Springs, deve indagare come infiltrato sui movimenti di protesta black. Ma Ron ha un'altra idea per il suo futuro: spacciarsi per bianco razzista e infiltrarsi nel Ku Klux Klan.
Come spettatori oggi siamo abituati a essere spiazzati e depistati, tra cambi di registro e rimescolamenti di generi. Il merito è anche di Spike Lee e di una carriera gestita, pur tra altissimi e bassissimi, mantenendo un elevato livello di temerarietà e iconoclastia.
BlacKkKlansman dimostra, ancora una volta, come ci sia bisogno di Lee nel cinema e nella società contemporanea. Ovvero di una voce lucida e cinica, che sappia generare potenti affreschi di puro entertainment e iniettare al loro interno elementi spuri, destinati a sovvertirne la natura.
Un lavoro su commissione, lo script firmato da David Rabinowitz, Charlie Wachtel e Kevin Wilmott, e pensato per Jordan Peele, regista-rivelazione di Scappa - Get Out. Come fu per Inside Man, Lee si mette al servizio della sceneggiatura altrui, ma con una sostanziale differenza: il tema qui è talmente vicino alla poetica di Lee da rendere impossibile una separazione netta tra autore e semplice professionista. E infatti Lee contamina, fa suo il plot: ne conserva il potenziale commerciale ma lo trasforma in una bomba cromatica, che mescola blaxploitation anni 70 e contestazione delle Pantere Nere, razzismo interno alla polizia e caricatura di un Male che è chaplinianamente ridicolo prima ancora di essere terrificante.
A David Duke e ai membri del Ku Klux Klan non viene concessa l'austera dignità di un villain: restano caricaturali oggetti di scherno, fantocci di un potere antico, di cui rappresentano l'elemento più istintivo e ferino. Lee non ha mai amato la blaxploitation e la sua natura ambigua, né ha mai mancato di sottolinearlo. Ma Blackkklansman - come già La 25a ora per gli irlandesi di New York o SOS Summer of Sam per il punk nascente - è l'ulteriore dimostrazione di come il regista americano ami addentrarsi in territori apparentemente lontani dal proprio per dimostrare di conoscerli appieno, fino al più inatteso riferimento culturale.
Dove invece tutto quadra è nell'epilogo, che spezza il ritmo e cambia la natura di un film costruito sull'ironia e sulle radici del male, trasportandolo all'urgenza di un presente che merita un'immediata presa di coscienza. Le grezze immagini dei suprematisti bianchi comunicano l'amarezza di un esito non preventivato: c'era dell'ingenuità in chi seguiva le parole di Stokey Carmichael? Forse. Ma come si è giunti da lì a questo presente? Come sottolineato da James Baldwin e Raoul Peck in I Am Not Your Negro, il cinema ha giocato un ruolo decisivo nella costruzione di una cultura della segregazione. Là erano i bianchissimi ballerini di Stanley Donen, qui la visione del mondo offerta da Nascita di una nazione prima e da Via col vento poi. Forse restano solo le lacrime, come canta Prince nello struggente gospel postumo che domina i titoli di coda di BlacKkKlansman: ma Spike Lee sceglie, coraggiosamente, le risate di scherno e il loro sottovalutato potere.
Colorado, anni Settanta. Ron Stallworth entra nel Dipartimento di polizia di Denver dopo la laurea. Fra i suoi primi incarichi c'è quello di infiltrarsi ad un incontro con il leader afroamericano Stokey Carmichael, dove Ron si imbatte in Patrice, una sorta di Angela Davis organizzatrice dell'evento e convinta sostenitrice del movimento di autoaffermazione black. È un risveglio per il giovane uomo che fino a quel momento sembrava non aver prestato troppa attenzione alla propria appartenenza razziale, nè troppo valore al proprio background etnico.
A Ron viene l'idea di infiltrarsi nel Ku Klux Klan locale, cui si propone come nuovo membro. Naturalmente puo' farlo solo al telefono, dato il colore della sua pelle, e avrà bisogno di un alter ego bianco in grado di incontrare di persona il gruppo razzista.
Entra dunque in scena Flip Zimmerman, collega poliziotto di origine ebraica pronto a farsi passare per un membro della pura razza ariana di nome... Ron Stallworth.
La necessità, e talvolta il desiderio inconfessabile, delle minoranze di mimetizzare la propria identità per integrarsi nella maggioranza è il cuore della storia (incredibilmente vera) che Spike Lee ha deciso di portare sul grande schermo dopo che Jordan Peele, il regista di Scappa - Get Out cui era stata inizialmente proposta, ha preferito rinunciare a dirigerla personalmente. Proprio da questo passaggio di mano però nasce il problema della realizzazione di BlacKkKlansman: perchè laddove Peele era stato chirurgicamente preciso nel narrare, in forma di horror, la grottesca pertinacia del razzismo di matrice specificatamente statunitense, Lee perde concentrazione nel cambiare spesso registro - dal comico al tragico al satirico "tarantiniano" - e i suoi topos - l'elenco degli insulti razziali, gli stereotipi etnici, l'ironia caricaturale - risultano qui meno efficaci.
"Non dovresti essere continuamente in guerra con te stesso", dice Patrice a Ron, "dovresti solo essere nero". Ed è sacrosanto che Spike Lee riproponga proprio oggi, all'indomani degli scontri di Charlottsville fra neonazisti e oppositori, la tendenza negli Stati Uniti (e altrove) a riesumare un'idea di superiorità razziale che contiene in sè il proposito di eliminare chi appartiene ad etnie differenti. Ma il continuo riferimento all'invito del presidente Trump di "far tornare grande l'America" perde rilevanza nella reiterazione, e la caratterizzazione macchiettistica di alcuni appartenenti al Klan sminuisce la credibilità di una vicenda che ha molti aspetti surreali ma dovrebbe conservare un fondo autentico di realtà.
Nel ruolo di Ron, John David Washington, ex giocatore di football americano e figlio di Denzel, è curiosamente incolore (ironico, in un film come questo) e anche Adam Driver nei panni di Flip mantiene una recitazione piatta che non giova alle evoluzioni rocambolesche della storia. Molto più efficace Topher Grace nell'interpretazione del mellifluo David Duke, perchè conserva tratti riconoscibilmente umani, e proprio per questo appare molto più inquietante.
Nemmeno il parallelo fra la celebrazione esaltante del Klan e il ricordo dolorosissimo di un gruppo di attivisti di colore, raccontato dal nonagenario Harry Belafonte il cui passato di attivista per i diritti civili degli afroamericani è inciso nel bel viso consumato, riescono a regalare unità e coerenza narrativa ad un racconto che fatica a trovare la sua identità.
Stiamo comunque parlando di Spike Lee, che sa girare e montare, che costruisce scambi verbali memorabili, che ha una capacità tutta sua di evidenziare l'assurdità di certe dinamiche interraziali e interrelazionali. Ma non è questo lo Spike Lee più efficace, quello incazzato e urticante, quello polemico e allo stesso tempo capace di profonda empatia. Il confronto con la modernità narrativa di Peele fa sembrare questo Lee superato dagli eventi, e non basta l'importante valore di denuncia, non basta la volontà di segnalare la pericolosità di un governo che ha messo in agenda la supremazia dell'uomo bianco, a rendere BlacKkKlansman filmicamente efficace e politicamente incendiario come era stato Fa' la cosa giusta. Oggi quel risultato lo ottiene il video musicale di un altro Donald: This is America di Childish Gambino, alias Donald Glover.
Nel 2018 Spike Lee si ispira ad una storia vera per dirigere un film sul suo tema preferito: il razzismo verso gli afroamericani negli Usa. È la storia di un agente sotto copertura che si infiltra tra i membri del Ku Klux Klan per riuscire a prevenirne le violenze. Essendo l'agente di colore, si limita a tenere i contatti telefonici, mentre un collega bianco si infiltra fisicamente.
Impegnato da sempre contro il razzismo, il suo cinema si era fatto discreto durante i mandati di Obama ma dopo l'ascesa al potere di Donald Trump, Spike Lee risale sul ring e attacca di nuovo battaglia. BlacKkKlansman, storia incredibile ma vera di un agente di polizia afroamericano infiltrato nel Ku Klux Klan, non arriva per caso e fa fuoco sull'estrema destra americana. Agito dalle tensioni degli anni Settanta e infiammato da una partitura funky, nutre una discussione che non ha perso niente della sua urgenza e segna il ritorno di Spike Lee a una forma che non trovava più dall'eccellente ma più impersonale Inside Man (già storia di infiltrazione). BlacKkKlansman non ha ottenuto l'unanimità (critica) a Cannes per una ragione che conferma soltanto lo stato di grazia dell'autore di Fa' la cosa giusta. Le giustapposizioni facili, le allusioni trasparenti al vocabolario repubblicano, la gravezza dei manifesti militanti e delle rime rap sferzanti illustrano perfettamente quello che lo anima.
Col tempo e per fortuna, Spike Lee non ha perso un grammo della sua rabbia, non ha imparato a fare merletti e non ha rinunciato alle sue battaglie. Per questo regista che sa picchiare duro, senza curarsi troppo del politicamente corretto, il tempo delle buone maniere è finito.
Nell'epoca di Donald Trump, la sottigliezza non è appropriata. L'America del presidente imprenditore ha abolito le sfumature, esacerbato gli animi, esaurito la pazienza, messo le migliori intenzioni con le spalle al muro. Dietro le caricature eccessive dei suprematisti c'è a ragione la volontà di creare un brusco e destabilizzante rinculo comico in risonanza totale con l'attualità americana e il riemergere dell'abiezione razzista nel Paese.
Esce oggi in sala il nuovo film di Spike Lee, premiato a Cannes con il Grand Prix: BlacKkKlansman. Al centro del film, una raffinata commedia poliziesca di forte impatto sociopolitico, la storia vera del detective afroamericano sotto copertura Ron Stallworth e del suo partner ebreo Flip Zimmerman, infiltrati speciali nel Ku Klux Klan. L'ennesima e più potente riflessione per immagini firmata dal regista Spike Lee contro il razzismo (in America e non solo) vanta le interpretazioni di due fuoriclasse: John David Washington, figlio di Denzel, e Adam Driver.
Attraverso i loro battibecchi e sotterfugi si ride di gusto e a più riprese, salvo restare inchiodati alla poltrona - in un passaggio magistrale dal cinema alla realtà che tutti i giorni viviamo - nel vedere scorrere sullo schermo le scioccanti immagini di Charlottesville, con la giovane Heather Heyer travolta da un'auto durante una manifestazione antirazzista.
Il suo è un film esilarante, ma con uno spessore politico e sociologico senza pari: come ci è riuscito?
La verità? Ci troviamo di fronte allo strano caso del film giusto al momento giusto. Chiamiamola congiuntura astrale, se preferisce. La storia è dalla nostra parte: viviamo tempi preoccupanti, non solo in America, ma nel resto del mondo. Razzismo, violenza, xenofobia. Nel mezzo, le persone. Gli esseri umani. Il loro destino. Le loro vite. Ecco, penso che oggi la gente sia aperta e pronta ad ascoltare, a capire, a riflettere. Non volevo fare nulla di datato, volevo una storia che raccontasse in qualche modo i giorni e i problemi che viviamo.
La storia raccontata in questo film, vincitore del Gran premio della giuria al Festival di Cannes, è di quelle che si dicono perfette per il cinema, e il suo regista ideale era certamente Spike Lee. Ron Stallworth, poliziotto afroamericano di Colorado Springs, nei primi anni 70 si infiltrò nel Ku Klux Klan locale tenendo i contatti al telefono, e mandando di persona un collega collegato con un radiomicrofon [...] Vai alla recensione »