Un canto per Marlon. Nato (3 aprile 1924) da una famiglia povera, ancora ragazzo lascia Omaha e tenta la carta artistica. Fa qualche parte in piccoli teatri e, visto che il talento c'è, a vent'anni è già a Broadway. L'incontro decisivo è con Elia Kazan che dopo avergli soltanto parlato gli affida uno dei ruoli più importanti e difficili di tutto il teatro americano, il semiselvaggio Stanley Kowalski de Un tram che si chiama desiderio, da Tennessee Williams. E' talmente dotato che non ha avuto bisogno di alcuna scuola. Tuttavia Kazan lo introduce all'Actor's Studio, del quale l'attore diventa la bandiera. Hollywood è lo sbocco naturale nel 1950, quando Brando è protagonista di Uomini di Zinneman. Da allora, ogni volta, lascia un segno profondo e per quattro anni (e quattro film) consecutivi ottiene la nomination all' Oscar: Un tram che si chiama desiderio (1951), Viva Zapata! (1952), Giulio Cesare (1953), Fronte del porto (1954). Con quest'ultimo arriva il primo Oscar.
Nel frattempo l'attore è diventato una leggenda vivente, per immagine e per bravura. I capelli di Terry Malloy, il protagonista di Fronte del porto, diventano moda. Il "chiodo", il giubbotto di pelle indossato ne Il selvaggio, diventa moda. Brando è il più grande fenomeno divistico e artistico del cinema. Ha davvero cambiato il cinema. Sono i suoi anni migliori. Temperamento assolutamente istintivo, imprevedibile e incontrollabile, comincia a diventare il nemico di sé stesso. Annoiato, innamoratosi della partner Tarita, che sposerà, abbandona il set del "Bounty" per mesi, con danni economici catastrofici. Girando Queimada fa impazzire Gillo Pontecorvo, che ripudia il film.
Comincia, per denaro, ad accettare parti inadeguate. Declina. Ma Brando è Brando, imprevedibile come sempre. Nel '72 risorge clamorosamente dalle proprie ceneri. Interpreta Ultimo tango a Parigi e costringe Bertolucci a ubbidirgli. Si riaffaccia il mito. L'attore divulga la figura del (quasi) cinquantenne in crisi, angosciato e disperato che porta tanti coetanei all'emulazione, persino con qualche caso di suicidio. Ai tempi del film di Bertolucci, a Parigi un gruppo di signore fondò un “Club Ultimo tango” dove uno dei riti consisteva nel lasciarsi andare alle più intime fantasie erotiche davanti al cartonato di Marlon che fa sesso con Maria Schneider.
Nello stesso anno Brando si presenta, truccato, non riconosciuto, al provino per la parte del boss Vito Corleone per Il Padrino (guarda la video recensione). Lo prendono. Vince con quel ruolo il secondo Oscar, che fa ritirare da un'indiana. E' dunque resuscitato due volte, insieme al suo mito. Altra decadenza, altri eccessi, altri errori. Sembra finito. Ma alla fine del decennio rieccolo nel ruolo del famigerato colonnello Curz in Apocalypse Now (guarda la video recensione). Altra resurrezione. Ma è l'ultima. Il resto sono "cammei" remunerativi, come in Superman. I segnali sono sempre più deboli. E la sua vita privata è una tragedia. In un ultimo sodalizio con Johnny Depp lo si è rivisto in Don Juan De Marco e ne Il coraggioso. Era ridotto a un effetto speciale di 150 chili. La più grande "presenza" di tutto il cinema ha cercato in tutti i modi di distruggersi. E si è distrutta.