I titoli che si contesero l’Oscar nel 1953: La Tunica, Giulio Cesare, Vacanze romane, Da qui all’eternità, Il cavaliere della valle solitaria. Mi concedo un’affermazione assoluta: non c’era mai stata, e non ci sarebbe mai più stata, una cinquina di quella qualità. Si tratta di film americani.
Sorpassando Hollywood venne prodotta atra qualità, riconosciuta da premi importanti come Venezia e Cannes. Due titoli sono giapponesi: Viaggio a Tokyo (Ozu), I racconti della luna pallida d’agosto (Mizoguchi), due francesi, Le vacanze di Monsieur Hulot (Tati), Vite vendute (Clouzot), e poi I Vitelloni (Fellini). Opere di alta qualità artistica, ma credo che quell’anno Hollywood abbia prevalso: anche laggiù non mancava l’arte. Quei titoli americani presentano contenuti diversi, che abbracciano alcune delle principali opzioni del cinema: la cultura più alta, (Giulio Cesare) da Shakespeare, il western più nobile (Il cavaliere della valle solitaria); il titolo che reinventò lo spettacolo dello schermo col Cinemascope (La Tunica); un titolo “romano”, quello della Vespa che trasporta Gregory e Audrey (Vacanze romane), e una storia di avventura secondo ottima letteratura (Da qui all’eternità).
Dominò la serata delle stelle Da qui all’eternità, che si vide aggiudicare ben 8 Oscar.
Il focus è su quel titolo. Seguiranno quelli di quella selezione magica. Il cavaliere della valle solitaria l’ho già raccontato.
Secondo lo schema usato nel “Cavaliere”, parto dall’istantanea di Burt Lancaster, che dominò il film.

