Dizionari del cinema
Quotidiani (1)
Miscellanea (2)
Collegamenti
Media & Link
Consulta on line la Biblioteca del cinema. Tutti i film dal 1895 a oggi:
martedì 2 giugno 2020

Jeff Bridges

Jeff Bridges a colori

Nome: Jeffrey Leon Bridges
70 anni, 4 Dicembre 1949 (Sagittario), Los Angeles (California - USA)
occhiello
La gente ormai ha dimenticato che il cervello è l'organo erogeno più esteso… Parla per te amico…
dal film Il grande Lebowski (1997) Jeff Bridges  Jeff "Drugo" Lebowski
vota questa frase: 0 1 2 3 4 5
Jeff Bridges
Golden Globes 2017
Nomination miglior attore non protagonista per il film Hell Or High Water di David Mackenzie

London Critics 2017
Nomination miglior attore non protagonista per il film Hell Or High Water di David Mackenzie

Premio Oscar 2017
Nomination miglior attore non protagonista per il film Hell Or High Water di David Mackenzie

BAFTA 2017
Nomination miglior attore non protagonista per il film Hell Or High Water di David Mackenzie

Critics Choice Award 2017
Nomination miglior attore non protagonista per il film Hell Or High Water di David Mackenzie

SAG Awards 2017
Nomination miglior attore non protagonista per il film Hell Or High Water di David Mackenzie

SAG Awards 2011
Nomination miglior attore per il film Il grinta di Ethan Coen, Joel Coen

Premio Oscar 2011
Nomination miglior attore per il film Il grinta di Ethan Coen, Joel Coen

BAFTA 2011
Nomination miglior attore per il film Il grinta di Ethan Coen, Joel Coen

Critics Choice Award 2011
Nomination miglior attore per il film Il grinta di Ethan Coen, Joel Coen

Critics Choice Award 2010
Nomination miglior attore per il film Crazy Heart di Scott Cooper

Critics Choice Award 2010
Premio miglior attore per il film Crazy Heart di Scott Cooper

Golden Globes 2010
Nomination miglior attore in un film drammatico per il film Crazy Heart di Scott Cooper

Golden Globes 2010
Premio miglior attore in un film drammatico per il film Crazy Heart di Scott Cooper

BAFTA 2010
Nomination miglior attore per il film Crazy Heart di Scott Cooper

Premio Oscar 2010
Nomination miglior attore per il film Crazy Heart di Scott Cooper

Premio Oscar 2010
Premio miglior attore per il film Crazy Heart di Scott Cooper

Emmy Awards 2010
Nomination miglior attore miniserie o film tv per il film A Dog Year di George LaVoo

SAG Awards 2010
Nomination miglior attore per il film Crazy Heart di Scott Cooper

SAG Awards 2010
Premio miglior attore per il film Crazy Heart di Scott Cooper

SAG Awards 2001
Nomination miglior attore non protagonista per il film The Contender di Rod Lurie

Golden Globes 2001
Nomination miglior attore non protagonista per il film The Contender di Rod Lurie

Premio Oscar 2001
Nomination miglior attore non protagonista per il film The Contender di Rod Lurie

Golden Globes 1992
Nomination miglior attore per il film La leggenda del re Pescatore di Terry Gilliam

Golden Globes 1985
Nomination miglior attore per il film Starman di John Carpenter

Premio Oscar 1985
Nomination miglior attore per il film Starman di John Carpenter

Premio Oscar 1975
Nomination miglior attore non protagonista per il film Una calibro 20 per lo specialista di Michael Cimino

Premio Oscar 1972
Nomination miglior attore non protagonista per il film L'ultimo spettacolo di Peter Bogdanovich



I fratelli Coen riportano in auge il genere con Il Grinta.

C'era una volta il western

martedì 15 febbraio 2011 - Tirza Bonifazi Tognazzi cinemanews

C'era una volta il western Questa sì che è una bella coincidenza. Che a poco meno di una settimana dalla mobilitazione "Se non ora, quando?" – che ha visto un milione di donne (e uomini) scendere in più di 200 piazze italiane e qualche capitale straniera per chiedere rispetto – esca Il grinta, una storia di onore e coraggio al femminile. Protagonista del film è infatti una ragazzina di quattordici anni che sfida tutto e tutti per vendicare la morte del padre mettendosi sulle tracce dell'uomo che lo ha assassinato per darlo in mano alla legge. È il far west secondo i fratelli Coen. Uno spazio immenso, polveroso, selvaggio e per questo ostile in cui da una parte uomini (e donne) morivano per mano di codardi e dall'altra si sostenevano e difendevano, talvolta fino alla morte, in nome dell'onore. Il grinta è, si diceva, una storia di coraggio al femminile, ma al fianco di questa giovanissima Lady Vendetta motivata dalle sacre scritture cavalcano due anomali giustizieri con i quali la ragazza instaurerà un rapporto di stima reciproca e amicizia, di quelle che durano tutta la vita. Non è il primo western della recente storia del cinema, già nel 2007 James Mangold aveva rimesso sui binari Quel treno per Yuma e l'anno successivo Ed Harris aveva presentato a Roma Appaloosa, entrambi degni di nota. Una menzione speciale inoltre lo merita l'australiano La proposta di John Hillcoat. Tuttavia l'ottimo risultato ai botteghini di Il grinta – ha superato persino Non è un paese per vecchi – le buonissime recensioni e le dieci nomination all'Oscar – tra le quali miglior film, miglior regia, miglior attore e miglior attrice – sembrano indicare una apertura al genere che potrebbe portare a un vero e proprio revival del western. D'altronde è da un po' che lo si attende.

Uomini e donne ai tempi del far west
"Tu non sei meno bravo di loro per come spari, quanto sei veloce o quanto sei forte. Il tuo problema è che hai dei sentimenti". È il cowboy Virgin Cole (Ed Harris) che parla rivolgendosi al più giovane Everett Hitch (Viggo Mortensen) nel western che Harris portò alla luce del proiettore nel 2008 ispirandosi al romanzo omonimo di Robert B. Parker. Appaloosa racconta la storia di Cole e Hitch, due eroi del far west ingaggiati dalla piccola cittadina del New Mexico per difenderla dal ranchero Randall Bragg, colpevole dell'assassinio dello sceriffo locale e di aver portato il caos (e la morte) ad Appaloosa. Se nel film dei Coen è una ragazzina di quattordici anni a dividersi le angherie e, in seguito, la stima e l'affetto dei due cowboy di Jeff Bridges e Matt Damon, nel western firmato Harris è una donna indipendente e determinata, l'Allison French di Renée Zellweger, a contendersi le attenzioni dei due uomini.

Uomini ammirabili, nel bene e nel male
In Quel treno per Yuma c'è un momento in cui non si sa da quale parte stare. È quando, sul finale, il villain di Russell Crowe si lascia prendere dall'eroe zoppo di Christian Bale, il miglior tiratore della città, perché questi possa fare colpo sul figlio che lo considera un inetto. "In generale i western raccontano sempre la stessa storia, o comunque hanno tutti degli elementi in comune; un paese che si sta aprendo al progresso, la costruzione di una ferrovia che avrebbe cambiato per sempre il profilo degli Stati Uniti. Pochi western hanno una storia o una prospettiva originali. Quello che mi affascina veramente, ed è il motivo che mi ha spinto a fare questo film" ha dichiarato Crowe, "sono gli esseri umani per quanto contorti, strani, onorevoli possano essere ed essere insieme tutte queste cose. Mi interessa quello che c'è nel cuore delle persone". In fondo è al cuore che Ramon deve sparare.

Presentato al Festival Il grinta, uno tra i film più attesi.

I fratelli Coen inaugurano la Berlinale 2011

venerdì 11 febbraio 2011 - Giovanni Bogani cinemanews

I fratelli Coen inaugurano la Berlinale 2011 A scaldare Berlino, grigia come da copione in questi giorni, è il film d'apertura della Berlinale, True Grit dei fratelli Coen. Ovvero “Il Grinta”. E si pensa subito a quel film del 1969: un John Wayne al tramonto, che però vince l'unico Oscar della sua carriera. E intanto, il mito del West si stava dissolvendo. La leggenda della frontiera – quella edificata da John Ford, Howard Hawks e da tutti gli altri – si stava spezzando, le certezze si dissolvevano. Erano pronti Peckinpah, Altman e i soldati blu. Qualche giornale ha titolato “I Coen rendono omaggio a John Ford”. Ma loro, a Berlino, stupiscono tutti: “No, quel film lo avevamo visto molti anni fa, ma non lo abbiamo nemmeno rivisto, preparandoci per il film”, confessano.

Eppure, c'è tanto western classico nel film dei Coen. Vendette, criminali di mezza tacca, sceriffi, cacciatori di taglie, fuggitivi. Ma c'è anche lo spiazzamento geniale, la capacità di uscire dagli schemi che i Coen hanno, e che è diventato il loro marchio di fabbrica. E la riflessione sul destino, che sembra sempre prendersi gioco dei personaggi: un Dio beffardo, che non è mai come te lo aspetti. Jeff Bridges e Matt Damon in grande forma danno volto al film: ma la quattordicenne Hailee Steinfeld rischia di rubar loro la scena.

Nel momento in cui arriva a Berlino, Il Grinta è già il film più visto dei fratelli Coen. E le dieci nomination all'Oscar fanno scintillare ancora più questa prima giornata della Berlinale. Nella quale arrivano Jeff Bridges e Josh Brolin, ad accompagnare Joel ed Ethan Coen. E, con loro, la rivelazione Hailee Steinfeld.

Per voi, questo è un ritorno a Berlino con Jeff Bridges dopo Il grande Lebowski. Che sensazioni avete?
“Beh, quella volta non c'era Jeff. Il grande Lebowski ha avuto più successo in Europa che in America. Speriamo che anche questo...”.

Questo è già diventato il vostro maggior successo. A cosa credete sia dovuto?
Interviene Jeff Bridges: “Beh, è facile: i Coen sono dei maestri, e adesso – dopo che i festival europei hanno fatto molto per farli conoscere – se ne è accorto anche il grande pubblico”.

I dialoghi a volte sono molto difficili, pieni di risonanze anche misteriose, di riferimenti biblici. Come è stato affrontarlo?
Risponde ancora Bridges: “Non è stato semplice, lo confesso. Neanche per me era facile capire che cosa volessero dire, in certi casi. Magari ci vorrebbero dei sottotitoli anche per la versione in inglese!”.

Avete rivisto Il Grinta con John Wayne, per girare il vostro film?
“No. Il film con Wayne era un ricordo lontano, qualcosa visto da ragazzini. Ma la vera fonte di ispirazione è stata per noi il romanzo. I temi che trattava ci hanno appassionato. L'idea di farne un film è nata dal libro”.

C'è spazio anche per la adolescente Hailee, rivelazione assoluta del film.

Come è stato per lei trovarsi sul set del film?
“Non ero sola: c'era sempre mia madre, e c'era la mia insegnante. All'inizio avevo un po' di paura. Ma Jeff, Josh e Matt sono stati una guida, e un sostegno continuo...”. Interviene ancora Jeff Bridges: “Ogni volta che ci scappava una parolaccia sul set, lei ci multava. Credo che alla fine ci abbia guadagnato parecchio!”, ride. “Hailee non si stupiva mai di niente”, aggiunge Ethan Coen. “Le dicevamo: adesso dovrai cadere in un crepaccio di venti metri, e lei: ok...”.

John Wayne, per molti nel mondo, è un'icona del cinema classico, ma anche dell'uomo forte. Le sue idee politiche sono note. Difficile pensare di accostarlo ai fratelli Coen. Viene naturale chieder loro come si siano rapportati alla sua figura.

Che importanza ha ed aveva, per voi, John Wayne?
“Era un attore fantastico, ma non credo che oggi la sua influenza sulle nuove generazioni sia così grande”, dice Joel Coen. “Mio figlio ha sedici anni e non sa neanche chi fosse. È stato grandissimo, ma non ha lasciato un segno fuori dal mondo del cinema”. Entra nel discorso Josh Brolin: “Io l'ho conosciuto: le sue idee politiche erano straordinarie, wow!”, e ride. “No, scherzavo. È un pezzo di storia americana, come Ronald Reagan. Rappresenta un sistema di valori che molti americani hanno avuto”.

Il film di Kosinski parla di tecnologia e non la usa per stupire.

Un Tron meno avveniristico e più umanistico

lunedì 27 dicembre 2010 - Gabriele Niola cinemanews

Un Tron meno avveniristico e più umanistico
Non è più l'era della tecnologia impressionante
Nel 1982 l'Academy, ovvero il comitato che gestisce la cerimonia e la premiazione degli Oscar, aveva rifiutato la partecipazione di Tron, l'uso massiccio della grafica computerizzata era considerato un trucco, come se avessero barato. Oggi l'idea che sta dietro quel modo di girare (personaggi reali in ambienti irreali, realizzati in computer grafica) è la regola anche quando si girano scene in luoghi esistenti. Il fondale non è più solo dipinto su tela ma anche su computer.
Tron: Legacy arriva con l'ovvio peso sulle spalle di essere, se non premonitore come il precedente, almeno all'avanguardia sui suoi tempi, che poi sono quelli di Avatar. Così il film diretto dall'esordiente Joseph Kosinski incorpora molte delle tecniche inventate e sperimentate da James Cameron, al pari delle tecnologie messe a punto per Il curioso caso di Benjamin Button, e fa anche un passo in più: riuscire a girare vedendo in tempo reale come sarà l'inquadratura finale con tutta l'aggiunta di effetti speciali.
Da questo punto di vista il film si divide rigidamente in due parti. La prima, debitrice del film originale e molto attenta a riprendere e portare avanti i suoi temi da vero sequel, e la seconda, diversa, autonoma, inventiva e foriera di un punto di vista sulla dialettica tecnologia/uomo che è frutto del diverso rapporto che oggi la società ha con la tecnologia. Non più fenomeno ma fatto quotidiano che ha cambiato il rapporto che abbiamo con la comunicazione umana.

Girare in computer grafica
Il mondo della produzione in 3D è in continua evoluzione e porta avanti le tecniche di ripresa di film in film, contagiando una produzione con l'altra (Spielberg gira Tin tin come Cameron ha fatto Avatar, Michael Bay farà Transformers 3 basandosi sulle idee sviluppate in Tron: Legacy) come non succedeva dall'epoca dell'ingresso del sonoro o dei primi esperimenti con le pellicole a colori. Se per il pubblico la terza dimensione diventerà simile a queste due rivoluzioni non è dato saperlo, di certo il modo in cui la sua tecnologia sta entrando nella macchina produttiva è quasi identica.
Il team Digital Domain, incaricato di portare a buon fine le mille piccole minuzie digitali di Tron: Legacy, si è molto concetrato sul workflow, cioè sul procedimento e l'organizzazione del lavoro. Lo scopo era di riuscire a girare le scene sul set (mezzo reale e mezzo virtuale) avendo quanto più è possibile idea del risultato finale. Un santo graal, questo della previsualizzazione, inseguito da anni e sempre più vicino.
Stavolta il passo avanti determinante è stato nella possibilità di vedere subito come sarebbe stata la stereoscopia della scena. Solitamente infatti quando si gira in 3D non si vede subito la profondità e i tanti piccoli difetti di prospettiva si aggiustano in postproduzione, mentre il regista Joseph Kosinski è riuscito ad ottenere di avere un'affidabile previsualizzazione stereoscopica della profondità che ogni scena avrebbe avuto proprio mentre la girava.

Il buon vecchio (giovane) Jeff
CLU è il software programmato da Kevin Flynn, un personaggio interpretato da Jeff Bridges nel 1982 che, come tutti i software del mondo di Tron, ha le fattezze del suo creativo. Venticinque anni dopo Flynn è invecchiato e il programma ovviamente no. Per raggiungere quest'effetto è stato necessario ricorrere alla tecnica messa a punto per l'invecchiamento (e ringiovanimento) di Brad Pitt in Il curioso caso di Benjamin Button.
Un attore recita e poi il suo volto viene sostituito con il risultato di un'elaborazione grafica della testa di Jeff Bridges più i suoi veri movimenti facciali. Bridges infatti ha recitato le parti di CLU davanti a una serie di telecamere speciali che lo riprendevano da tutte le angolature (in modo da poter poi utilizzare quelle espressioni in qualsiasi tipo di inquadratura) e con dei sensori sul viso. I due sistemi combinati catturano i movimenti di testa, volto e muscoli facciali, li tramutano in informazioni e poi li attribuiscono al volto di sintesi che viene creato per l'occasione. Questo volto di sintesi, che era una versione vecchia di Brad Pitt nel film di David Fincher è un Bridges più giovane in questo caso.
Il risultato, contrariamente alle aspettative non è stato dei migliori. Il punto più deludente di tutto Tron: Legacy è infatti come CLU suoni fasullo. I creatori del film si sono giustificati da una parte dicendo "È un programma quindi deve sembrare finto", dall'altra ammettendo che "Spesso si nota che è un personaggio fittizio", ma è un dato di fatto che il ringiovanimento di Jeff Bridges è stato un fallimento.

Dov'è Tron??
Nonostante la grande attenzione nel ricreare molti dei luoghi, dei personaggi e dei momenti topici del vecchio Tron, il film del 2010 ha uno scarto nell'elemento apparentemente centrale, ovvero il personaggio del titolo. Nel nuovo Tron infatti manca Tron. O meglio, il programma realizzato da Alan che nel primo film salvava il mondo digitale rispedendo Flynn nella realtà è presente, ma con un ruolo talmente marginale da risultare quasi fastidiosamente inserito a forza. In più non si leva mai il casco dunque non lo vediamo mai in faccia. Il motivo è semplice: come per CLU, sarebbe stato necessario elaborare una versione ringiovanita anche dell'attore Bruce Boxleitner (che era Tron nel primo film e qui interpreta solo Alan), spesa ed impresa che evidentemente non c'è stato l'interesse di fare.
Il risultato è che in questo strano film milionario in cui alcune cose non funzionano, altre clamorosamente mancano, altre ancora sono straordinarie (una fusione tra musica, suoni elettronici, terza dimensione e design visuale come raramente si vedono in opere non sperimentali) e alcune attingono all'immaginario di altri film, a trionfare è una visione incredibilmente poco scientifica di un ambiente scientifico come quello dei computer. In Tron: Legacy paradossalmente gli effetti computerizzati non contano quanto nel primo, perchè i computer non sono più un mondo sconosciuto da portare al grande pubblico come "nuova meraviglia", ma qualcosa con cui c'è contatto quotidiano, che abbiamo imparato a conoscere ed usare non solo per fare calcoli ma anche per fare meglio ciò che già facevamo prima. Comunicare.

   

L'attore è stato nominato quattro volte all'Oscar.

Jeff Bridges compie sessant'anni

venerdì 4 dicembre 2009 - Gianmarco Mariotti cinemanews

Jeff Bridges compie sessant'anni 59 anni e 8 mesi fa faceva il suo esordio sul grande schermo il 'piccolo Lebowski' di quattro mesi, Jeff Bridges, con la pellicola N.N. vigilata speciale (presentato al pubblico nel 1951).
Da quel momento molti fra i più grandi registi del momento hanno l'opportunità di ampliare il parco delle loro possibilità: aggiungendo innumerevoli sfumature psicologiche ai loro personaggi, potenziando, con ironia e chiarezza espressiva, qualsivoglia coheniana indagine sociale, aggiungendo solidità di un fulgore quasi iconico al comandante della nave del loro nuovo colossal o schizzando di una coloratissima vernice allucinante e ammaliante le scenografie dei mondi mentali di un'Alice un po' particolare e problematica.
La scaltrezza dei registi statunitensi è rinomata, come avrebbero potuto ignorare il talento di Jeff Bridges? Impossibile. E infatti all'appello hanno risposto in massa: da Cimino a Coppola, dai Coen, che lo hanno relegato nelle terre imperiture del cinema con la parte del Grande Lebowski, a Gilliam, passando per Carpenter e giungendo infine a Grant Heslov, con il recente L'uomo che fissa le capre (2009).

7 Sconosciuti a El Royale

7 Sconosciuti a El Royale

* * 1/2 - -
(mymonetro: 2,71)
Un film di Drew Goddard. Con Jeff Bridges, Cynthia Erivo, Dakota Johnson, Jon Hamm, Cailee Spaeny.
continua»

Genere Thriller, - USA 2018. Uscita 25/10/2018.
Fire Squad - Incubo di fuoco

Fire Squad - Incubo di fuoco

* * * - -
(mymonetro: 3,42)
Un film di Joseph Kosinski. Con Josh Brolin, Miles Teller, Jeff Bridges, James Badge Dale, Taylor Kitsch.
continua»

Genere Biografico, - USA 2017. Uscita 22/08/2018.
Kingsman - Il cerchio d'oro

Kingsman - Il cerchio d'oro

* * * - -
(mymonetro: 3,17)
Un film di Matthew Vaughn. Con Colin Firth, Julianne Moore, Taron Egerton, Mark Strong, Halle Berry.
continua»

Genere Azione, - USA 2017. Uscita 20/09/2017.
I cancelli del cielo

I cancelli del cielo

* * * 1/2 -
(mymonetro: 3,95)
Un film di Michael Cimino. Con Christopher Walken, Isabelle Huppert, Kris Kristofferson, Terry O'Quinn, Jeff Bridges.
continua»

Genere Western, - USA 1980. Uscita 25/08/2016.
Il piccolo principe

Il piccolo principe

* * * - -
(mymonetro: 3,46)
Un film di Mark Osborne. Con Riley Osborne, Rachel McAdams, James Franco, Marion Cotillard, Jeff Bridges.
continua»

Genere Animazione, - Francia 2015. Uscita 01/01/2016.
Filmografia di Jeff Bridges »

martedì 28 aprile 2020 - Gli studenti di un corso universitario si sono espressi sul complicato rapporto tra cinema e letteratura.

Dal libro al cinema: il film che bisogna aver visto… o vedere - Parte 2

Pino Farinotti cinemanews

Dal libro al cinema: il film che bisogna aver visto… o vedere - Parte 2 Seconda parte del corso che ho tenuto alla IULM – Libera Università di Lingue e Comunicazione, fa parte del  “Master in arti del racconto: letteratura, cinema, televisione”: direttori scientifici Gianni Canova e Antonio Scurati. Le materie erano due: il rapporto fra il libro e il film e i film che è indispensabile aver visto.

Procedo in sintesi sui contenuti. Le lettere di riscontro che mi sono arrivate dagli studenti – 27, età media 23 anni, tutti laureati - spiegheranno “dal vivo” i contenuti e l’assunzione delle proposte. In una lezione ho privilegiato i “maestri assoluti”, colonne della formazione di tante generazioni: Shakespeare, Cervantes, Goethe, Hugo, Tolstoj, Joyce. Oltre a Proust, Walter Scott, Dumas. Il focus era sulla loro adattabilità al cinema. Molto diversa. Esempio: estrema per Shakespeare, “complicata” per un Joyce. 
Un titolo interessante in chiave libro-film è Smoke, perché è firmato da un regista puro, Wayne Wang e da uno scrittore puro, Paul Auster, ciascuno dei quali aderisce alla propria vocazione: un lungo racconto vissuto sul primo piano, statico, di Harvey Keitel, lo stesso racconto senza parole, di sole immagini e musica. Alcuni film, decisivi sono stati analizzati in chiave di  linguaggio, contaminazione, estetica e storia. Come Vertigo, L’età dell’innocenza, Ivanhoe, Genius, Scoprendo Forrester, Come eravamo, La mia africa, e altri. Sono state proposte sequenze da antologia, come quando Jeff Bridges e John Goodman cercano di disperdere nell’oceano le ceneri del loro amico. Passaggi rapidi sono stati dedicati al cinema tratto da Stephen King e Dan Brown.

Infine, l’ultima sequenza. La premessa è stata: se dovessi scegliere un unico momento a rappresentare tutto il cinema, per spedirlo in un mondo alieno, manderei questa sequenza. Erano Laurel&Hardy che ballano intorno al bidone della spazzatura ne Gli allegri scozzesi

A seguire, le lettere dei ragazzi:

"Letteratura e cinema parlano lingue diverse e conoscono differenti vocabolari: l’una procede a pensieri introspettivi, riflessioni intime, osservazioni profonde, parole innumerevoli, l’altro a immagini immediate e dialoghi diretti, concisi. È stato interessante analizzare, durante il corso, le trasposizioni che sono state fatte guardandone direttamente le scene: dagli errori filologici dell’”Iliade” trasformata in Troy alla letteratura di Hemingway trasformata in storie a lieto fine, alle trasposizioni riuscite come Il Gattopardo o a quelle dei fantasy. Quasi ogni grande romanzo ha avuto una sua versione cinematografica, tuttavia, come sottolineato durante il corso, non esistono libri tratti da film ma solo film tratti da libri. E questo, oltre ad essere l’aspetto che maggiormente mi ha intrigato della questione, è il punto di partenza e di lettura per numerose considerazioni..."
Elena Franceschini
"È stato interessante anche poter confrontare le proprie idee con le sue e con quelle di tutti gli altri compagni, dimostrando come il cinema (e più in generale l’arte sotto ogni sua forma), sia anche un fatto soggettivo e personale. Oltre ad aver scoperto nuovi film e registi, è stato stimolante conoscere curiosità e aneddoti relativi ad alcune opere e autori. Mi ritrovo quindi, nel complesso, soddisfatto di ciò che ho imparato e delle discussioni che sono emerse dalle varie visioni, aumentando, in qualche modo, la mia personale percezione di quel grande mezzo che è il cinema, portandomi anche a riflettere su alcune situazioni, non soltanto da un punto di vista spettatoriale ma anche da quello di un aspirante autore. Infine vorrei anche porre l’accento sul clima anche spensierato di alcune lezioni, sicuramente utile e apprezzabile in un momento così carico di tensione.
Quindi, detto questo, la ringrazio e le auguro il meglio."
Riccardo Orazzini
"Da amante del cinema contemporaneo, nelle sue forme più pop, ho appreso molto dei grandi classici che, magari, non avevo visto. Sono contento, però, perché sono l’unico della classe ad avere visto Genius, anche se non sono intervenuto per problemi tecnici che mi hanno impedito di farlo, quando necessario. Personalmente, mi sono anche divertito. Le critiche al cinema italiano contemporaneo, che condivido, ma anche a quello internazionale, che il professor Farinotti ha espresso con energia e passione, mi hanno ricordato anche il mio atteggiamento nel celebrare – difendere, alle volte – alcuni film e un certo tipo di cinema."
Lorenzo Tintori
"Nel cinema classico le regole esistono per dare risalto alla loro violazione e violandole, i grandi registi hollywoodiani come Frank Capra - maestro dello stile “normale” - ne hanno enfatizzato il potere. Non è un caso che il corso sia stato inaugurato dai grandi film hollywoodiani, massima espressione di questo agonismo tra norma e trasgressione. Una trasgressione che si riverbera anche a livello di contenuto, strutturandosi in uno schema narrativo che, a differenza di quanto accade nella grande letteratura, prescinde dalle divisioni tra generi e si tripartisce in ordine, trasgressione e ripristino, perfezionando il modello della fiaba. Perché Hollywood è la fabbrica dove nasce il sogno, non solo di quello americano. Ma anche quello del nostro immaginario collettivo. Come argomentato ne I 100 film della nostra vita, i film “classici” si distinguono dai romanzi per la loro vocazione sedativa, giustificata anche dal contesto in cui vengono prodotti: il New Deal. Il cinema di evasione assolse allora a una funzione di cui oggi, mentre la pandemia prova le nostre coscienze, avremmo bisogno più che mai."
Silvia Tramatzu
"Il mio percorso è iniziato con la lettura del manuale “Il libro che visse due volte”, un’opera che mi ha permesso di conoscere meglio il mondo del cinema, fino ad ora territorio pressoché inesplorato per me. Tale lettura, abbinata alle sue lezioni, allietate dalla visione commentata di alcuni dei più grandi film di sempre, mi ha permesso di vedere al di là delle mie convinzioni. Ho sempre pensato che un buon libro superasse di gran lunga un film, soprattutto per i miei studi classici e letterari. Tuttavia, in questi nostri incontri ho avuto modo di rivalutare la potenza narrativa del cinema. Film quali Il Gattopardo di Luchino Visconti o Amarcord di Fellini, grandi successi che ancora oggi riguardiamo con passione e continuiamo ad ammirare per la loro bellezza senza tempo, sono la prova evidente che esistono film capaci di arrivare di più rispetto al romanzo di riferimento come, allo stesso modo, che esistono film che, probabilmente, per la propria potenza emotiva, risulterebbero inarrivabili da un romanzo."
Alessandra Favale
"Gentile Professore, durante il suo corso ho potuto comprendere meglio gli adattamenti cinematografici. Lei ha detto i veri grandi libri non finiscono mai con un lieto fine, mentre nel mondo cinematografico i film per essere apprezzati devono avere un happy ending; con questa frase sono riuscita a capire perché spesso i film presentano un finale diverso dal libro. Fino ad oggi mi ero limitata a confrontare unicamente la saga di "Harry Potter", cercando di evidenziare tutte le differenze tra libro e film. Recentemente, anche grazie al suo corso, ho potuto effettuare un confronto tra l’opera di Francis Scott Fitzgerald e quella Baz Luhrmann. Mi sono ritrovata a leggere il libro del Grande Gatsby durante le sue lezioni; la lettura per me è stata un po’ difficile a causa di una traduzione non propriamente perfetta che, a mio parere, non rende giustizia all’opera, tuttavia ho potuto apprezzare il testo. In seguito, ho visionato il film che lei stesso aveva commentato e me ne sono innamorata. Mi azzarderei a dire che in questo caso a me è piaciuto più il film del libro, cosa assai poco comune, come lei stesso afferma in Il libro che visse due volte. Credo che la mia preferenza per il film rispetto al libro sia dovuta alla scarsa qualità della traduzione, infatti ho intenzione di acquistare un’edizione più autorevole per poter poi rileggere l’opera e coglierne a pieno la spettacolarità narrativa. Grazie al suo corso ho potuto notare piccoli particolare che uniscono, o in certi casi dividono, la realizzazione di un film tratto da un romanzo e inoltre mi ha fornito un grande numero di film e libri da poter leggere e vedere per poi confrontare il lavoro letterario da quello cinematografico.La ringrazio per la disponibilità. Le porgo i miei saluti."
Monica Gianola
"Sin dall’inizio della prima lezione del corso, abbiamo assaporato quale sarebbe stata la natura stessa di questo cammino insieme: spezzoni di momenti musicali e di danze tratti da musical hollywoodiani e dai grandi classici del cinema, una carrellata di emozioni ma anche di titoli, di storia da approfondire. Chi desidera lavorare con l’arte cinematografica o studiarla, comprendendola a fondo, non può prescindere da essere prima di tutto un appassionato e avido spettatore. Essere buoni conoscitori del patrimonio artistico che possediamo in Italia e, più in generale, del repertorio del cinema internazionale, è quindi essenziale per capire a fondo la grandezza e le potenzialità della Settima arte. Confesso di aver trovato molto utile l’aver passato in rassegna quelli che sono titoli considerati capisaldi del cinema, anche grazie alla lettura del testo “I 100 film della nostra vita”. Ho potuto prendere nota dei titoli immancabili da recuperare e, perché no, ritrovare quelli che porto nel cuore. Nel corso delle lezioni non abbiamo soltanto analizzato diversi casi di studio in merito al modo in cui i registi traspongono su schermo le opere letterarie – penso all’approfondimento su Vertigo di Alfred Hitchcock, uno dei miei film preferiti – ma abbiamo anche avuto modo di esprimere sensazioni e pensieri in merito a una varietà di opere cinematografiche di ogni epoca. Ci siamo interrogati quindi su questioni di natura teorica, imparando dai diversi esempi posti in esame, spesso trovandoci di fronte a diversi rifacimenti, cercando di interrogarci su quali risultassero più o meno efficaci e perché. Di conseguenza, questo ci ha spinti a riflettere e confrontarci su come il linguaggio del cinema cambi con il trascorrere del tempo. Per fare ciò ci siamo a volte basati su parametri che, se a prima vista possono risultare soggettivi in quanto legati al gusto personale, forse sono specchio di un mondo che cambia e dell’arte che cambia con lui. Mi viene in mente a questo proposito la riflessione sulle diverse trasposizioni de “Il Grande Gatsby” di Fitzgerald e la nostra ultima lezione, con il paragone fatto tra le diverse versioni degli eroi dei film gialli (da fan di Agatha Christie mi sento di citare Hercule Poirot). Personalmente, mi sono sempre sentita attratta dal mondo dei “classici” e più legata ad un gusto, se così si può dire, “retrò”. Per questo motivo, al di là delle questioni teoriche approfondite insieme, ciò che sicuramente mi porterò dentro da questo corso sarà l’occasione avuta per saperne di più su tanti titoli del grande cinema del passato, di cui abbiamo sempre discusso con evidenti amore e passione, così come quest’arte richiede."
Giuliana Coco
 
   

Altre news e collegamenti a Jeff Bridges »
prossimamente al cinema Film al cinema Novità in dvd Film in tv
Altri prossimamente » Altri film al cinema » Altri film in dvd » Altri film in tv »
home | cinema | database | film | uscite | dvd | tv | box office | prossimamente | colonne sonore | Accedi | trailer | TROVASTREAMING |
Copyright© 2000 - 2020 MYmovies® // Mo-Net All rights reserved. P.IVA: 05056400483 - Licenza Siae n. 2792/I/2742 - credits | contatti | redazione@mymovies.it
Normativa sulla privacy | Termini e condizioni d'uso
pubblicità