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Jafar Panahi

Jafar Panahi. Data di nascita 11 luglio 1960 a Mianeh (Iran).
Nel 2013 ha ricevuto il premio come miglior sceneggiatura al Festival di Berlino per il film Closed Curtain. Jafar Panahi ha oggi 62 anni ed è del segno zodiacale Cancro.

Ai confini della libertà

A cura di Fabio Secchi Frau

Io non comprendo l'accusa di oscenità diretta ai classici della storia dei film, né capisco il crimine di cui sono accusato. Se queste accuse sono vere, voi non state mettendo sotto processo solo noi ma il cinema iraniano socialmente impegnato, umanistico e artistico, un cinema che prova a stare aldilà del bene e del male, un cinema che non giudica, né si arrende al potere o ai soldi ma prova a riflettere onestamente un'immagine realistica della società».
Questo è uno stralcio del discorso di difesa processuale di Jafar Panahi, uno dei più influenti registi della Nouvelle Vague iraniana, condannato a sei anni di carcere e a venti di proibizione di dirigere, scrivere e rilasciare ogni forma di intervista con i media stranieri, nonché il veto di non poter lasciare l'Iran.
Quest'uomo che ha una ricca filmografia di successo alle spalle, non è solo un regista cinematografico: è il Cinema Iraniano. E lo è sempre stato. Le sue pellicole sono sincere, fragili, profondamente coinvolte da ciò che racconta. Ma ciò che racconta sembra importargli molto più della sua stessa vita.
Lo stile di Panahi è asciutto, dall'andamento simile a quello di una dolente ballata, una processione che si svolge in una terra priva di libertà. Pattugliato e minacciato dai mastini del regime fondamentalista fino ai confini dei diritti umani, Panahi racconta tutto il suo mondo, i suoi drammi, nella speranza che la frontiera, sia essa americana, italiana, francese o tedesca, comprenda come quel paesaggio ricco di pianure sterminate e friabili nasconde una povertà ben più grave di quella fisica: quella intellettuale. Con pietosa sorpresa, questo riconosciuto teorico cinematografico a livello mondiale, osannato dal Festival di Venezia e Berlino, si scontra con il mondo reale nel quale vive. Alla dittatura iraniana non piace il suo stile narrativo, non piace che intrecci traiettorie di vite assai difformi, non piace che innervi realtà e fantasia e sogna che la sua massiccia presenza artistica si spenga velocemente, mentre invece ha creato un sottofondo di luce e materia che assedia ogni regista che si mette di fronte a una cinepresa. Rifiutando una scorticata e nevrotica inermità, Jafar Panahi non risparmia la sua voce e urla a pieni polmoni la sua necessità di viaggiare ancora attraverso il cinema, di continuare il suo itinerario di lutto e avventura, facendo di se stesso la rappresentazione di quel fastidio che un ossessivo, cupo, ottuso e determinato regime vuole togliere di mezzo.

Iran
Nato a Mianeh, in Iran, ha solo dieci anni quando scrive il suo primo libro che vince il primo premio in una gara di letteratura. Alla stessa età comincia a prendere confidenza con la cinepresa, grazie alla quale realizza dei piccoli filmini in 8mm.
Appassionato di fotografia, durante il suo servizio militare è costretto ad abbandonare i propri sogni per servire il suo paese nella guerra contro l'Iraq, ma approfitta di questo bellicoso evento per realizzare un documentario sulla storia dell'Iran dal 1980 al 1988. Firma così Yarali bashlar (1988), Kish (1991) e Doust (1992).

Il palloncino bianco
Dopo aver studiato regia all'Università di Cinema e Televisione di Tehran, lavora come assistente regista di Abbas Kiarostami, poi si mette all'opera con Akharin emtehan (1992), anche se il suo primo successo è Il palloncino bianco (1995), vincitore della Golden Camera al Festival di Cannes. Il film, interpretato da attori presi dalla strada e girato con apparente semplicità, dimostra la notevole propensione di Panahi per i piani sequenza funzionali alla naturalezza assoluta dei personaggi. La critica italiana lo indica come un "piccolo gioiello del neorealismo, una favola calata nel mondo di tutti i giorni, un apologo sulla potenza del desiderio". Si tratta, più che altro, di una vera e propria allegoria dell'Iran e delle sue molte leggi integraliste (principalmente divieti) sotto le quali pulsa la violenta e ostinata resistenza di chi crede ancora nella solidarietà e nelle emozioni.

Lo specchio
La seconda prova arriva con Lo specchio (1997), Leopardo d'Oro a Locarno, con il quale Panahi supera il suo maestro Kiarostami, raccontando la stessa storia con due tecniche diverse: quella del cinema di finzione, con attori che recitano, e quella del cinema-verità, con i protagonisti ripresi a loro insaputa. Un gioco fra vero e finto, realtà e ricostruzione, quotidiano di cronaca e immaginato. Fluido e avvincente, nonostante la fotografia sporca, le riprese impallate e il sonoro che viene e va, sfoggia la sicurezza tipica di chi è riuscito a dominare il mezzo cinematografico.

Il cerchio
Nel 2000, è tempo del suo capolavoro: Il cerchio (2000), con Fereshteh Sadr Orafai, Maryiam Parvin Almani, Nargess Mamizadeh ed Elham Saboktakin. Rivolgendosi per la prima volta all'universo femminile, descrive otto sorprendenti ritratti di donne, otto storie di sopravvivenza quotidiana con un linguaggio semplice e distaccato, ma che rispetta il loro dolore di esistenze ai margini di una società estremamente rigida e codificata, che però sono tutelate dall'Islam seguendo diversi concetti di libertà e dignità. «In molte comunità le donne sono i soggetti più deboli: è come se vivessero in una grande prigione. È come se ogni donna potesse essere sostituita da un'altra in un cerchio e questo finisce per renderle tutte uguali» spiega il regista, che meritatamente vince il premio FIPRESI, l'OCIC Award, il Sergio Trasatti e l'UNICEF Award.

Oro rosso e Offside
Tre anni dopo, realizza Oro rosso (2003), vincitore del Premio della Giuria nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes, che conferma l'indubbio talento del cineasta nel raccontare un fatto di cronaca, ma anche quell'universo islamico ben più complesso di quel che noi pensiamo, mantenendo alta la tensione e la ricchezza dei contenuti.
A chiudere, nel 2006, arriva Offside, vincitore dell'Orso d'Argento al Festival di Berlino, che mette sotto la lente d'ingrandimento la difficoltà dell'essere orgogliosi della propria patria e dell'essere donne.

L'arresto e gli anni di prigionia
Purtroppo però, a metà del 2009, Jafar Panahi viene arrestato nel cimitero di Teheran, dove si era recato per una visita funebre. Rilasciato dalle autorità, subisce la confisca del suo passaporto e gli viene proibito di lasciare il proprio paese, nonostante dovesse partecipare nel febbraio 2010 al Festival di Berlino.
Arrestato nuovamente il primo marzo, viene prelevato con quindici suoi amici, sua moglie Tahereh Saidi e la figlia Solmaz Panahi da poliziotti in borghese e poi condotto alla prigione di Evin. La maggior parte di loro vengono rilasciati, tranne Panahi che rimane in carcere. A quel punto, il cinema mondiale si muove per difenderlo: Ken Loach, i fratelli Dardenne, Jon Jost, Walter Salles, Olivier Assayas, Tony Gatlif, Kiomars Pourahmad, Bahram Bayzai, Asghar Farhadi, Nasser Taghvai, Kamran Shirdel, ovviamente Abbas Kiarostami, Tahmineh Milani, Brian Cox, Mehdi Hashemi, Fatemeh Motamed-Aria e Golshifteh Farahani, Roger Ebert, Amy Taubin, David Denby, Kenneth Turan, David Ansen, Jonathan Rosenbaum e Jean-Michel Frodon, ai quali si uniscono associazioni come la Federation of European Film Directors, l'European Film Academy, l'Asia Pacific Screen Awards, il Network for the Promotion of Asian Cinema, il Berlin Film Festival, il Karlovy Vary International Film Festival, l'International Film Festival Rotterdam, il Fabiotest, il National Society of film Critics, il Turkish Cinema Council e il Toronto film Critics Association. Anche la politica, indignata per l'accaduto, si muove: in prima linea il Ministro degli Affari Esteri e il Ministro della Cultura e delle Comunicazione Frédéric Mitterrand, seguito dal tedesco Guido Westerwelle, condannano l'arresto e chiedono l'immediato rilascio del regista. Dopo una settimana in carcere, Panahi può finalmente chiamare la sua famiglia e ricevere delle visite, fra cui quella del suo avvocato. Il Ministro della Cultura Iraniana tenta di far passare l'immotivato arresto per un tentativo di difendersi dal terrorismo intellettuale: Jafar Panahi stava pensando di realizzare un film contro il regime sugli eventi che seguirono le elezioni. In un'intervista successiva, la moglie nega l'accusa del politico, tanto è vero che dichiara che il film in realizzazione era stato girato all'interno delle loro mura domestiche. A metà marzo sono ben cinquanta i registi, gli attori e gli artisti che firmano una petizione per il rilascio di Panahi, fra cui Paul Thomas Anderson, i fratelli Coen, Francis Ford Coppola, Jonathan Demme, Robert De Niro, Curtis Hanson, Jim Jarmusch, Ang Lee, Richard Linklater, Terrence Malick, Michael Moore, Robert Redford, Martin Scorsese, James Schamus, Paul Schrader, Steven Soderbergh, Steven Spielberg, Oliver Stone e Frederick Wiseman. Per far pesare la sua assenza artistica il Festival di Cannes lo nomina membro della giuria nel 2010 e lascia simbolicamente una sedia vuota. Il 18 maggio 2010, il regista invia un messaggio al direttore di un centro culturale iraniano-francese dove racconta di aver subito dei maltrattamenti in carcere e all'interno del quale teme per la salute della sua famiglia, tanto da iniziare uno sciopero della fame. Portato in tribunale, Panahi si è difeso pubblicamente, ma è stato comunque condannato, per "montaggio e collusione con l'intenzione di commettere crimini contro la sicurezza nazionale del paese e propaganda contro la Repubblica islamica", a sei anni di carcere e al divieto per venti anni di realizzare e dirigere film, scrivere sceneggiature, partecipare a interviste con media iraniani e stranieri, con l'obbligo di non poter lasciare il proprio paese. Il 23 dicembre 2010, Amnesty International si mobilita con una nuova petizione.

Vita privata
Sposato con Tahereh Saeedi, è padre di Solmaz Panahi e di Panah Panahi.

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