| Titolo originale | Air |
| Anno | 2023 |
| Genere | Biografico, Drammatico, |
| Produzione | USA |
| Regia di | Ben Affleck |
| Attori | Matt Damon, Ben Affleck, Jason Bateman, Marlon Wayans, Chris Messina Chris Tucker, Viola Davis, Gustaf Skarsgård, Jessica Green, Matthew Maher, Julius Tennon, Barbara Sukowa, Joel Gretsch, Dan Bucatinsky, Tom Papa, Andy Hirsch. |
| Uscita | giovedì 6 aprile 2023 |
| Tag | Da vedere 2023 |
| Distribuzione | Warner Bros Italia |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,65 su 29 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 6 aprile 2023
Segue la storia del venditore di scarpe Sonny Vaccaro e come ha guidato Nike nella sua ricerca del più grande atleta nella storia dello sport: Michael Jordan. Il film ha ottenuto 2 candidature a Golden Globes, 1 candidatura a People's Choice Awar, 3 candidature a Critics Choice Award, 1 candidatura a Writers Guild Awards, In Italia al Box Office Air - La storia del grande salto ha incassato 3,5 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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È il 1984, Reagan sta alla Casa Bianca, la Apple lancia il suo primo Macintosh e Michael Jordan deve ancora mettere piede su un parquet NBA. Ma con quale scarpe? Converse e Adidas si spartiscono il mercato delle squadre in cima alle Conference, delle stelle sui poster e dei senior universitari. Nike, l'azienda che prende il nome dalla dea della vittoria e che nessuno sa pronunciare, arranca molto più indietro. E per Phil Knight, suo co-fondatore e runner al college e nell'anima, non può andare bene.
È per questo che da qualche tempo ha assunto nella divisione basket Sonny Vaccaro, talent scout che ha varcato i palazzetti liceali e universitari di mezzi Stati Uniti, dove ha stretto la mano a tutti i coach, agli assistenti e ai giocatori a cui è riuscito ad arrivare. L'obiettivo è uno e soltanto uno, firmare la prossima star NBA sulla rampa di lancio verso il tabellone. L'obiettivo, in vista del draft del 1984, quello con in lista Hakeem Olajuwon, Charles Barkley, John Stockton e - perché no? - Oscar Schmidt, è uno e soltanto uno: Michael Jeffrey Jordan, da Brooklyn, New York, junior di North Carolina. The GOAT.
I loghi-runa di Nike e Air Jordan raccontati attraverso il processo umano e capitalistico che li crea e li sostiene.
Come fai a fermare in un grumo di ambra splendente lo scorrere del tempo e decidere che quello è il momento dove tutti hanno capito qualcosa di quello che tutti hanno definito il più grande giocatore di basket di ogni tempo - per dirla alla Martin che si rivolge a Rust in True Detective, e avvertire quanto in alto è fissata la barra, "You are the Michael Jordan of being a son of a bitch". Sonny Vaccaro ha scelto il tiro che nel 1982 ha dato il titolo a North Carolina contro Georgetown (MJ, 19 anni); molti andrebbero per il "Flu Game" che ha portato i Bulls sopra di una nelle finals del 1997 contro gli Utah Jazz (MJ, 34 anni).
Qui invece ci buttiamo sulla partitella di allenamento giocata tra i membri del Dream Team di basket nel 1992 a Monte Carlo, quattro giorni prima dell'inizio delle olimpiadi di Barcellona: 5 contro 5, Magic Johnson da una parte, MJ dall'altra, Larry Bird disteso a bordo campo con il mal di schiena, Christian Laettner dal college in panca perché giocano solo i grandi. Finisce come finisce, e dopo, mentre Magic e Bird stanno in stanza a parlare, entra Jordan ed esclama "C'è un nuovo sceriffo in città", i due Lakers e Celtics si guardano, si danno di gomito e ridendo affermano "Non sta mentendo".
Ecco, è proprio a questo crocicchio di simboli, figure e orizzonti che Ben Affleck inquadra il suo Air - La storia del grande salto. Però collocandolo un attimo sotto e a lato dalla famigerata esposizione di anni mirabiles come l''82, il '92 o il '97, quando si lavorava dietro le quinte per preparare il palcoscenico alle evoluzioni tanto sul parquet quanto nel marketing del 23 in maglia Bulls. Era il 1984 e Jordan doveva decidere se lasciare o meno North Carolina un anno prima dei quattro previsti, passare attraverso gli scouting NBA per capire quale sarebbe stata la sua squadra e scegliere con quale marchio sportivo annodare la sua immagine.
È da qui che Affleck ha preso uno script di Alex Convery (in classifica nella Black List 2021, l'elenco delle migliori sceneggiature dell'anno che non sono riuscite ad avere una produzione, lo stesso pozzo dove il regista aveva attinto nel 2012 con Argo) per modellarlo nel suo nuovo pamphlet su come gli Stati Uniti e la sua cultura sono stati costruiti, da chi e inseguendo quali pulsioni. Non c'è Howard Zinn nel mazzo - ma neanche Samuel P. Huntington -, però Affleck gira e rigira sempre attorno a questo, prima con la macchina a livello strada dei vari Gone Baby Gone e The Town su come si sopravvive e se lo si fa nella città più vecchia e imbrattata d'America, Boston; poi con Argo e La legge della notte, dove alza il tiro e l'occhio a livello dei grandi momenti che hanno cambiato la nazione, dal Proibizionismo alla Grande Depressione, dalla crisi degli ostaggi a Teheran alla Hollywood planetaria.
Già, perché a questo autore con la "a" in levare, solitario, fuori mano, spesso e troppo schiacciato dal gossip e da inferni personali, e magari proprio per questo, piace raccontare assieme il farsi di una storia e contemporaneamente la sua rappresentazione, l'unico modo che gli sembra restituire ogni aspetto del fenomeno che vuole avvicinare. Perché sa che ci sono i fatti e le interpretazioni, che nulla c'è senza la sua immagine, non a caso in Argo qual è il film che conta di più, quello che vediamo noi o quello che stanno girando loro?, e in La legge della notte tutto non finiva in un cinema a guardare il fittizio ma veritiero Riders of the Eastern Ridge? In questo Air non c'è nemmeno questo, si parte sui titoli di testa con il presidente-schermo Reagan per arrivare a Ghostbusters e Nick lo scatenato, ma alla fine l'immagine viene così scarnificata da ridiventare solo segno - lo Swoosh della Nike, il Jumpman delle Air -, tanto che non vedremo mai una volta in viso MJ.
Affleck ci mostra i futuri prigionieri della caverna di Platone e quelli che hanno attizzato il fuoco proiettore di ombre partendo dalla parabola di Sonny Vaccaro (interpretato dal fidanzato d'America Matt Damon), un bianco di mezza età sempre alla ricerca della next big thing, che guarda le partite sulle vhs e tratta di persona nel cortile di casa Jordan con la capofamiglia Deloris (Viola Davis, l'unica richiesta fatta da MJ ad Affleck, assieme a quella di non scordarsi di un altro "fratello" nel film, l'Howard White di Chris Tucker). Poi c'è il resto, le corporation senz'anima perché sedute su una montagna di dollari come Converse o quelle senz'anima perché non all-american come adidas.
Quello che, in un modo o nell'altro, diventerà anche Nike, e proprio a partire dalla firma di MJ, accelerando in avanti tutta una serie di micro e macro processi come l'exploitation della cultura black e di strada (perché, come ha detto His Airness Jordan in persona, "anche i repubblicani comprano sneakers") o l'onnipresenza del marketing (i superbi esperimenti di self-branding firmati da Spike-Lee-Mars-Blackmom con le pubblicità delle Air Jordan, "It's gotta be the shoes" o "Must be Bird's eyes view", no?). C'è tutto l'eccezionalismo e la contronarrazione, l'enfasi e la critica, il rimpianto e il rimorso degli Stati Uniti e di come si rappresentano in un film come Air, un titolo da prendere e maneggiare con cura, da sbirciare di traverso, come fai con "Born in the U.S.A.", che prima ascolti senza ritegno e poi ti fermi a sentire cosa dice davvero. 'Cause you spend half your life just to cover up.
Ben Affleck, a sette anni di distanza dalla sua ultima opera, La legge della notte (2016), torna dietro alla macchina da presa con Air - La storia del grande salto, un film che ha tutta l'intenzione di riprendere in mano quella consacrazione registica pregustata dopo il grande successo di Argo e parzialmente sfumata dopo l'accoglienza tiepida della sua ultima fatica.
Come di consueto Affleck si presenta sia in veste di regista che di attore principale, in questo caso, al fianco del poliedrico Matt Damon, protagonista nel ruolo del manager Sonny Vaccaro.
Sonny, da quanto possiamo apprendere rispetto alle poche informazioni al momento disponibili, sarebbe un uomo senza arte né parte, che da totale autodidatta in materia si ritrova a ricoprire il ruolo di manager per la Nike; chissà se il suo approccio totalmente imprevedibile si rivelerà vincente.
Affleck invece si cala nei panni di Phil Knight, imprenditore leggendario, oltre che produttore, dirigente d'azienda e presidente emerito della Nike, dopo averla guidata per 50 anni anche nel ruolo di CEO.
L'opera, dunque, racconta la funambolica opera di convincimento del management Nike di quegli anni nei confronti di un giovanissimo Michael Jordan per quanto riguarda la creazione del famoso marchio Air Jordan. Questa partnership, che a quarant'anni di distanza possiamo definire ormai leggendaria, rivoluzionerà per sempre sia il mondo dello sport che quello dello streetwear, oltre che portare la carriera di MJ su un altro livello.
Questa storia emozionante è poi arricchita dalla forza e dalla lungimiranza di una madre che riconosce il valore di suo figlio e lo sprona senza riserve, fino a renderlo un fenomeno mondiale e l'icona sportiva più famosa e idolatrata di sempre.
Ad accompagnare i due attori protagonisti abbiamo figure del calibro di Jason Bateman, attore iconico dalla carriera ventennale e ultimamente protagonista, regista e produttore esecutivo della pluripremiata serie Netflix Ozark. Ancora, questo cast stellare continua con Marlon Wayans, Chris Messina e con la partecipazione di Chris Tucker e di Viola Davis.
Air - la storia del grando salto è prodotto da Amazon Studios, Mandalay Pictures, Skydance Media e distribuito in Italia da Warner Bros.
Air racconta la rivoluzione del concetto di sponsor e di industria moderna: la scarpa diventa l'atleta, l'atleta diventa la scarpa. Nessuno lo poteva prevedere e invece succede. Si ride spesso e volentieri in Air ma più forte di tutto è l'emozione quando sentiamo quel nome: Air Jordan. Per chi è cresciuto negli anni Ottanta e Novanta, erano spesso la sola cosa [...] Vai alla recensione »
Ben Affleck, al di là dello status di (anti)divo hollywoodiano, è probabilmente uno dei registi che meglio custodiscono il segreto di un "film fatto bene" secondo i canoni di un linguaggio che negli anni 70 conobbe il suo apogeo. Il cinema secondo Affleck si fonda su una profonda alchimia attoriale e un rapporto orizzontale, diremmo "organico", con la macchina da presa.