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Volfango de Biasi: «Ognuno di noi è mostruoso e ha diritto di esserlo»

L'intervista al regista della comedy sovrannaturale Una famiglia mostruosa, dal 25 novembre al cinema.
di Luigi Coluccio

Volfango De Biasi (49 anni) 22 febbraio 1972, Roma (Italia) - Pesci. Regista del film Una famiglia mostruosa. Al cinema da giovedì 25 novembre 2021.
venerdì 19 novembre 2021 - Incontri

Volfango De Biasi ha fatto tante cose – sceneggiature, regie, documentari, film per la sala e la tv –, in un percorso di continuo rinnovamento ed esplorazione che lo rende uno degli autori più consapevoli del cinema italiano d’oggi. Un cinema nazionale che cerca faticosamente nuove strade e nuove idee, e che forse ha aggiunto un tassello in più in questa direzione con l’ultimo film di De Biasi, Una famiglia mostruosa, in sala dal 25 novembre.

Una famiglia mostruosa è pura commistione di generi – family, commedia, sovrannaturale. Qual è, per quanto riguarda questo film, e in modo più ampio a livello di scrittura, quello che tiene insieme un cocktail di generi come questo?
Il filo conduttore, paradossalmente, è la realtà. Io ho sempre fatto film che raccontano in maniera “super”, verticale, la realtà, ma la base è sempre questa – pensare alla metafora di quello che vivi realmente. C’è tutta una commistione di generi, è vero, ma in fondo è un film che parla della famiglia. Della mostruosità della famiglia.
Io metto sempre al centro qualcuno che ha un’idea che è considerata strana da tutti, un qualcuno che è “mostruoso”, un capro espiatorio, e ciò che va a collidere è la sopravvivenza del volere essere come sei. Il filo rosso è sempre un po’ quello – cercare la tolleranza. Cercare di dimostrare che ognuno di noi è mostruoso e ha diritto di esserlo, di essere in una famiglia. E se accettiamo che siamo tutti un po’ mostruosi a modo nostro, si può coesistere insieme.

Nonostante il lato comedy sia prevalente, nel film ci sono accenni al passato “mostruoso” della famiglia di Massimo Ghini e Lucia Ocone, o a quella criminale di Lillo e Ilaria Spada. Ma anche come viene trattata la gravidanza di Emanuela Rei, ricorda alcuni aspetti dei tuoi lavori precedenti, soprattutto Iago e L’agenzia dei bugiardi (guarda la video recensione)...
Alla fine è sempre il vecchio contro il nuovo, il conflitto familiare. Di chi è la paternità? Dei capifamiglia, dei nonni, dei genitori? È il diritto a determinarsi. Perché la commedia è un cadavere squisito. Questa è una cosa che faccio quasi ogni volta, utilizzo dei personaggi senza filtri che possono mostrare il lato peggiore di noi stessi. Che se vuoi è anche il segreto di Zalone e dei comici che funzionano – dire il peggio per creare poi lo shock. Ma chi dice il peggio fa sentire l’italiano vicino, è il segreto della commedia italiana da cui tutti proveniamo e che tutti onoriamo. Se alla fine vincono i buoni sentimenti non è una piaggeria sociale, ma perché tutti abbiamo avuto la nonna rompipalle, il suocero che non capisce o sei stato tu il diverso che si è dovuto fare accettare. Questa cosa qui ci fa soffrire ma ci fa anche ridere.

In questo momento si sta parlando molto dell’apporto che un film come Freaks Out potrebbe dare per un rinnovamento del cinema italiano. Una famiglia mostruosa potrebbe tranquillamente rientrare in un discorso del genere, dal connubio di generi all’uso massiccio di effetti speciali, dal cast all-star al forte impegno produttivo.
Ognuno di noi ringrazia un altro regista, magari di una generazione fa. Oggi Brizzi fa Notte prima degli esami e sdogana la commedia in stile americano di Come tu mi vuoi. Mainetti con Lo chiamavano Jeeg Robot sdogana progetti come La befana vien di notte (guarda la video recensione) o Una famiglia mostruosa. Apparteniamo tutti alla stessa generazione, e ogni volta che uno di noi fa un film che va bene apre le porte – e i cassetti – anche ai sogni degli altri. Nel cinema italiano pensiamo sempre che manchino le iniziative, le idee, i soldi, ma Pasolini diceva di volere essere un regista che fa i film che vengono visti. E in qualche modo anche Buñuel diceva di fare i film surreali e politici perché andavano di moda.
Anche noi in qualche maniera cerchiamo di fare un cinema che venga visto. Ci sono dei momenti in cui puoi realizzare determinati film perché c’è un’onda, un tempo – Iago nasceva perché erano andati bene Shakespeare in Love, Romeo + Giulietta. Cerchiamo sempre di inserirci, anche se spesso a molti viene detto di no.
 

Dieci anni fa tu hai partecipato a un altro tentativo di rinnovamento di un pezzo importante del cinema italiano, cioè quello dei cinepanettoni natalizi. Hai prima scritto per Neri Parenti e poi hai scritto e diretto tre lavori come Un Natale stupefacente, Natale col boss e Natale a Londra – Dio salvi la regina...
Non avrei mai pensato nella mia vita di fare il film di Natale – e per questo ringrazio tutti i produttori con cui ho lavorato, perché mi ha dato l’occasione di essere veramente dentro al film industriale reale, una catena di montaggio senza risparmio di mezzi e cast. Lì ognuno porta dentro la sua firma, così ho potuto mettere l’action e grazie anche a Lillo e Greg una forma di commedia diversa. Ho avuto la fortuna di essere l’uomo giusto al momento giusto, di entrare prima come sceneggiatore e poi avere – lo ribadisco –  l’onore di dirigerne tre, virando su una comicità più surreale, rompendo anche un po’ con la tradizione.

 


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