| Anno | 2021 |
| Genere | Biografico, |
| Produzione | USA |
| Durata | 111 minuti |
| Regia di | Pablo Larraín |
| Attori | Kristen Stewart, Timothy Spall, Jack Nielen, Freddie Spry, Jack Farthing Sean Harris, Stella Gonet, Richard Sammel, Sally Hawkins, Amy Manson, Olga Hellsing, Michael Epp, Ryan Wichert. |
| Uscita | giovedì 24 marzo 2022 |
| Tag | Da vedere 2021 |
| Distribuzione | 01 Distribution |
| MYmonetro | 2,82 su 42 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 7 marzo 2022
Argomenti: Royal Family
Il Natale in cui Diana Spencer decise di mettere fine al suo matrimonio con Carlo. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, 1 candidatura a Golden Globes, 5 candidature e vinto un premio ai Satellite Awards, 2 candidature a Critics Choice Award, In Italia al Box Office Spencer ha incassato 868 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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C'era una volta in un Paese non troppo lontano una principessa che non voleva essere regina. Diana Spencer era una principessa rosa che voleva vestire di rosso o magari di giallo, mangiare hamburger, guidare fino a Sandringham, sognare un regno migliore. Aveva baciato un rospo che sarebbe diventato un principe ingrato. C'era una volta una Vigilia di Natale e poi un castello freddo da gelare il sangue e la principessa che cacciava i draghi e volava via.
Un brushing, uno sguardo, un destino, pensavamo di conoscere tutto di lei, del suo matrimonio, della sua fine tragica, a soli trentasei anni. Eppure Lady D. è inesauribile, la sua vita è dappertutto. Su Netflix nella nuova stagione di The Crown, a Broadway con Diana, un musical realizzato a porte chiuse e in piena crisi sanitaria, al cinema 'diretta' da Pablo Larraín.
Ma non è la prima volta per lei sul grande schermo, la sua relazione turbolenta con il chirurgo Hasnat Khan era al centro del superfluo mélo di Oliver Hirschbiegel (Diana - La storia segreta di Lady D.). In Spencer come in The Crown c'è invece tutto quello che ci affascina in Diana. Il tic tac di un orologio che evoca un disastro imminente. Il 'matrimonio del secolo' era fatto della materia delle favole, il seguito lo conosciamo: adulteri, bulimia, autolesionismo, tentativo di suicidio.
Un incubo che nutre il mito secondo Larraín, che si concentra sul Natale del 1991, i tre giorni che convinsero Diana a mettere fine a undici anni di matrimonio combinato, mediatizzato, massacrato. Jackie, Neruda e Spencer non si somigliano ma condividono senz'altro l'arte di infiltrare la liturgia del biopic integrale e agiografico. Questa formula consiste soprattutto nell'interpretare una vita alla luce di un preciso momento storico (una settimana dopo l'assassinio di JFK per Jackie, la Vigilia di Natale del 1991 per Diana Spencer), nell'individuare un'istanza narrativa circostanziale (l'intervista per Jackie, la fuga per Neruda dopo un "J'accuse" al Senato nel 1948) e nella focalizzazione estrema sull'eroina o l'eroe. Come Natalie Portman prima di lei, Kristen Stewart è in tutti i piani. Come lei è in modalità mimetica.
Spencer è tutt'altro che un biopic, genere costituzionalmente promesso alla più grande banalità illustrativa. È l'inverso della favola, è il boccone amaro della torta, è una porzione della vita della Principessa di Galles, un brano di vita instabile, inafferrabile, perpetuamente ricomposto, cucito e scucito come le tende che la occultano ai giornalisti, spegnendo per sempre il sole. Ancora una volta l'autore cileno firma un film politico, di nuovo esplora l'esercizio del potere sul corpo ma questa volta il 'colpo di stato', lo 'choc' che fu pure Diana Spencer, non gli riesce. Il problema di Spencer è soprattutto The Crown, la serie di Peter Morgan, così lontana dalla realtà che ha finito per andarci molto vicino. Morgan scrive la Storia a partire dalla materia umana e adesso è impossibile tornare indietro. A dispetto dello splendente dispiegamento formale o forse a causa di quel dispendio formale, Spencer è un film freddo come la morte e come la sua protagonista, silhouette disarticolata che articola un inglese calcato.
La Stewart, più sagoma gotica che principessa spezzata, imita le posture e l'accento dell'originale dimenticando che Diana Spencer era terribilmente umana. Il miracolo di Peter Morgan è stato proprio quello di rendere così umana la sua melanconia démodé, a cui faceva eco quella della famiglia reale e realmente disfunzionale. Se i Kennedy di Jackie sono iscritti in una prospettiva idealizzata (la referenza alla leggenda arturiana), che non corrisponde evidentemente a quella che fu la loro realtà politica e familiare, la famiglia reale affonda in un rigore marziale. Per Jackie Kennedy lo stile è un affaire politico, per Diana Spencer gli abiti sono uniformi per andare in guerra o per posare in una foto di gruppo. In trance come Ema, Kristen Stewart è una figura sovraesposta dal regista, un pallido disegno di donna a cui Larraín ha appiccicato un travestimento di troppo. La frammentazione narrativa questa volta non basta a far progredire il film e a incarnare i turbamenti della 'principessa di cuori', più marionetta che personaggio. Non è mai empatica la Diana di Spencer e porta con sé una morale individualista. La principessa che viveva per gli altri, nel castello di Larraín vive solo per se stessa.
Cominciamo col dire che tre stelle e mezzo sembrerebbero più eque, ma premiamo il regista della bellissima trilogia sul Cile. È un one woman show, dove il personaggio di Lady D è dominante per tutto il film, mentre gli altri sono figure di contorno funzionali alla conoscenza approfondita della principessa Diana. Vengono esaminati tre giorni del Natale del 1991.
Quanti modi ci sono per raccontare una storia? Quante storie ci sono dentro lo stesso evento? Pablo Larraín sa che ci sono tanti modi e tante storie – e ne tiene conto. Tutta la sua filmografia ruota attorno questo unico centro, sorta di motore immobile che spinge avanti e indietro, a scatti, a lato, tutti i suoi titoli. Che sia la dittatura di Pinochet, i crimini della Chiesa o l’omicidio Kennedy ogni cosa si piega a questa semplice e comprensibile formula: ci sono tanti modi e tante storie. O, per riportare il cartello che apre Spencer - disponibile in streaming su CHILI -, “a fable from a true tragedy”, una favola da una tragedia reale. Già, perché Larraín decide di fare proprio questo, mettersi davanti al corpus storico-mediatico che ha avvolto – avvolge – la figura della principessa Diana e pian piano, con attenzione e precisione, incidere questo opus per restituirci il suo personale bassorilievo, la sua opera.
Traslando in un puro racconto di finzione testimonianze, ricostruzioni, memoir, Larraín prende uno script di Steven Knight e lo fa intimamente suo, continuando impassibile nella compilazione di una sua personale pseudo-cronistoria di avvenimenti e personaggi del XX° secolo. Spencer, infatti, è un sottile gioco di specchi che rimanda verso un’immagine impossibile, cioè il compimento di quel percorso emotivo, personale e – perché no? – politico che l’intrusa Diana Spencer raggiunge e che da lì a poco la porta ad allontanarsi dalla famiglia reale inglese.
Costretta nei tre dickensiani giorni di Natale del 1991 (Christmas Eve, Christmas Day e Boxing Day), questa favola tratta da una tragedia reale è una sorta di kammerspiel che al posto di un interno borghese ha come palcoscenico la residenza reale di Sandringham House, dove la regina Elisabetta e tutta la sua coorte-famiglia trascorrono il tempo da metà dicembre a febbraio (perché ogni cosa si deve fare in un tempo e in luogo). Ed è qui che giunge la principessa Diana, in macchina, da sola, per ultima, assommando ancora una volta ritardi, strappi al protocollo, mancanza di formalità; ed è qui che si consumerà il definitivo distacco con la Corona, per una sorta di motu proprio che due decenni dopo troverà riflesso nelle vicende di Henry e Meghan.
Larraín e Knight si posizionano proprio in questi tre giorni, facendo emergere in modo finzionale i veri tormenti interiori di una principessa irrimediabilmente estranea alla “forma” dei Windsor, nonostante i suoi nobili natali e la sua prossimità anche ideale con la famiglia reale essendo lei nata e cresciuta a Park House, residenza degli Spencer posta proprio dentro i confini di Sandringham House.
Dopo Jackie Pablo Larraín torna a immaginare la vita di una forte personalità femminile, al di là di muri e porte chiuse a fare da custodi o prigione. Spencer è il cognome della principessa Diana, ribattezzata la principessa triste, scomparsa in un incidente d'auto del 1997, elevata dal popolo e dalla stampa, che l'ha perseguitata, a icona di libertà e ribellione.