| Anno | 2022 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 126 minuti |
| Regia di | Francesca Archibugi |
| Attori | Pierfrancesco Favino, Kasia Smutniak, Bérénice Bejo, Laura Morante, Sergio Albelli Alessandro Tedeschi, Benedetta Porcaroli, Massimo Ceccherini, Fotinì Peluso, Nanni Moretti, Francesca De Martini, Pietro Ragusa, Cristiano Piacenti, Valeria Cavalli. |
| Uscita | venerdì 14 ottobre 2022 |
| Distribuzione | 01 Distribution |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 2,51 su 23 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento sabato 28 settembre 2024
Il film, diretto da Francesca Archibugi, è tratto dal romanzo "Il Colibrì" dello scrittore fiorentino Sandro Veronesi, vincitore del Premio Strega 2020. Il film ha ottenuto 2 candidature e vinto un premio ai Nastri d'Argento, 4 candidature a David di Donatello, In Italia al Box Office Il Colibrì ha incassato 3 milioni di euro .
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CONSIGLIATO NÌ
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La vita di Marco Carrera, medico e padre di famiglia, scorre su binari apparentemente tranquilli, in realtà è irta di percorsi paralleli, coincidenze mancate, occasioni non colte e strade non prese. La moglie Marina tradisce il marito compulsivamente e lo accusa di avere una relazione con Luisa Lattes, una donna italofrancese conosciuta al mare in gioventù. E ha ragione, perché da sempre Marco intrattiene con Luisa un rapporto mai consumato, di quelli che la realtà non può contaminare ma che alimentano un desiderio ostinato e una passione segreta. Completano il quadro famigliare la figlia di Marco e Marina, Adele, il fratello di Marco, Giacomo, il ricordo della sorella Irene morta a 24 anni, e due genitori eternamente conflittuali ma incapaci di vivere lontani. In mezzo a loro Marco fa come il colibrì: sbatte forsennatamente le ali per rimanere fermo allo stesso posto, mentre intorno il mondo e i rapporti inevitabilmente cambiano.
Il personaggio di Marco Carrera, protagonista del best seller "Il colibrì" di Sandro Veronesi, è la sintesi di una mascolinità fatta di indecisione e attesa, di desiderio di "non far male a nessuno" e dunque di una passività in qualche modo colpevole (e certamente gravata da sensi di colpa).
In questo senso è erede di tanti testimoni silenziosi della propria esistenza, come "Giorgio" de "Il giardino dei Finzi Contini" o Marcello de "Il conformista", e con quei romanzi (e film) condivide un ambiente borghese ricco di ipocrisie e povero di slanci autentici. Ma fra il romanzo di Veronesi e il film di Francesca Archibugi, scritto insieme a Francesco Piccolo e Laura Paolucci, sembrano viaggiare (anche loro) su binari divergenti: da una parte l'insondabilità del caso declinata come architettura costantemente fallace della vita; dall'altra il desiderio di far comunque "tornare tutto", riconducendo una vita di occasioni mancate e scherzi del destino in una costruzione rotonda dove ogni evento deve acquisire comunque una sua compiutezza narrativa.
Per contro la frammentazione continua della linea temporale, che sulla pagina scritta era meno frenetica e più esemplificativa della visione incompleta del mondo di Marco, nel film crea confusione e ostacola la possibilità di provare empatia verso i singoli personaggi, che appaiono e scompaiono dalla vita di Marco mantenendo lo spettatore in superficie, come se stesse osservando una saga con troppe fuggevoli comparse: in questo senso la metafora del plastico costruito dal padre di Marco, che imbalsama ogni componente della famiglia in una figurina da diorama, è emblematico, non (come era probabilmente nelle intenzioni) della fissità (e falsità) di certi ruoli domestici borghesi, ma della impossibilità del pubblico di vedere in loro creature di carne, ossa e reali sentimenti.
Il cast fa del suo meglio per ottenere l'effetto opposto, e laddove alcuni attori di razza - Pierfrancesco Favino nel ruolo del protagonista, ma anche Laura Morante in quello di sua madre, Berenice Bejo nei panni (fortemente sacrificati) di Luisa e Alessandro Tedeschi in quelli (ridotti veramente all'osso) di Giacomo adulto - riescono a iniettare vita e vibrazione nei loro personaggi, altri oscillano fra esagerazioni interpretative e rigidità espressiva.
La presenza di Nanni Moretti è addirittura straniante, a tratti quasi parodistica, e porta lo spettatore fuori dal racconto ad ogni apparizione. Per contro tutti i bambini in scena riescono ad essere naturali e credibili, e questo è sempre stato un grande talento di Archibugi: scegliere, e poi lasciare cinematograficamente liberi, i minori in scena.
Il pubblico probabilmente risponderà comunque a questo cast stellare e all'abilità filmica della regista, sempre più brava dal punto di vista tecnico e sempre più capace di interpretare l'estetica di un benessere che ormai, per molti, fa parte solo dell'immaginario cinematografico. Ma l'essenza dolente del romanzo di Veronesi, il suo implicito elogio del rimpianto, lasciano nella trasposizione filmica il posto ad una costruzione forzatamente ricompattata in una struttura da romanzo d'appendice: un plastico altoborghese cui manca un respiro autentico di vita, un brivido di emozione non irrigidito dall'artificio della messinscena.
Il racconto della vita di Marco Carrera, "il Colibri", una vita di coincidenze fatali, perdite e amori assoluti. La storia procede secondo la forza dei ricordi che permettono di saltare da un periodo a un altro, da un'epoca a un'altra, in un tempo liquido che va dai primi anni '70 fino a un futuro prossimo. E al mare che Marco conosce Luisa Lattes, una ragazzina bellissima e inconsueta. Un amore che mai verrà consumato e mai si spegnerà, per tutta la vita. La sua vita coniugale sara un'altra, a Roma, insieme a Marina e alla figlia Adele. Marco tornera a Firenze sbalzato via da un destino implacabile, che lo sottopone a prove durissime. A proteggerlo dagli urti più violenti troverà Daniele Carradori, lo psicoanalista di Marina, che insegnerà a Marco come accogliere i cambi di rotta più inaspettati. Il Colibri e la storia della forza ancestrale della vita, della strenua lotta che facciamo tutti noi per resistere a ciò che talvolta sembra insostenibile. Anche con le potenti armi dell'illusione, della felicita e dell'allegria.
"Il Colibrì" della Archibugi: ‘resilienza’, dialoghi urlati e struggimento, Resilienza è una parola abusata, che negli ultimi anni abbiamo sentito e letto ovunque, in seguito all’ondata pandemica e dalle vicende economiche e sociali che sembrano a volte sopraffare l’essere umano. Il Colibrì con la sua strenua resistenza è capace [...] Vai alla recensione »
"Hai letto il libro?". "No e mi dispiace". "Hai visto il film?". "Sì e mi dispiace". "Il colibrì" di Francesca Archibugi, perché è solo questo che qui interessa, sembra proprio l'emblema del cinema italiano più decorativo, un compendio snervante di pretensioni artistiche ("arty" come si dice in inglese) e iperboli melodrammatiche inanellate con un parossismo che farebbe fatica ad accreditarsi persino [...] Vai alla recensione »