C’è di nuovo aria di cambiamento alla Berlinale, il primo dei grandi festival europei dell’anno, che nella capitale tedesca a febbraio metterà in scena l’edizione numero settantaquattro. Sarà l’ultima di Carlo Chatrian alla guida, con Tricia Tuttle già annunciata come nuova direttrice dall’anno prossimo. Un mandato di cinque anni che sulla carta è stato completo, eppure nella pratica sarebbe potuto essere diverso e più lungo; evidentemente era destino, per un periodo iniziato con la pandemia e concluso con interferenze politico-organizzative e un delicatissimo momento per tutta l’industria culturale in Germania a seguito della guerra a Gaza.
Debitamente introdotto da proclami di tolleranza e appelli alla solidarietà, il programma della nuova edizione vede ancora una volta un concorso coraggioso e mai ovvio nelle scelte. 20 film si contenderanno l’Orso d’oro (assegnato da una giuria presieduta dall’attrice Lupita Nyong’o), tra cui due con presenze italiane. La prima è il ritorno di Piero Messina che dopo il bell’esordio con L’attesa (in concorso a Venezia nel 2015) torna con il futuro distopico di Another End, in cui dirige Gael García Bernal e Renate Reinsve. E poi il primo film da regista di Margherita Vicario, già attrice e cantante che in Gloria! racconta la scena musicale della Venezia di fine settecento dalla prospettiva delle giovani donne a cui era a malapena concesso di partecipare.

