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We Are all Strangers, l'opera di Anthony Chen punta a gettare il cuore oltre l'ostacolo. Un film commovente

La solitudine, l'elaborazione del lutto e la necessità di riconciliarsi con le proprie origini per poter vivere il presente. In Concorso alla Berlinale. 
di Tommaso Tocci

lunedì 23 febbraio 2026 - Berlinale

Vedovo da una decina d'anni, Boon Kiat conduce un'esistenza modesta. Nel bar di fianco al suo c'è Bee Hwa a servire birre, e tra i due nasce del tenero, ma Boon Kiat deve anche preoccuparsi di suo figlio, lo scapestrato Junyang, che abbandona gli studi, passa due anni nell'esercito e poi mette incinta la fidanzatina Lydia, di buona famiglia. La madre di lei la vorrebbe all'università, ma la gravidanza cambia i piani.

Epopea familiare di ampio respiro e insieme istantanea storico-sociale della città di Singapore, la nuova regia di Anthony Chen è confusionaria ma commovente.

La durata imponente e il continuo cambio di focus tra membri della famiglia (ma alla fine un personaggio in particolare viene messo da parte troppo bruscamente) sono per Chen la goccia che scava la pietra, e che connette l'uno all'altro i vari momenti ad alta intensità emotiva che alla fine lasciano l'impressione di un viaggio compiuto, con piena partecipazione emotiva. 

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