| Titolo originale | Wo Men Bu Shi Mo Sheng Ren |
| Anno | 2026 |
| Genere | Drammatico |
| Produzione | Singapore |
| Durata | 157 minuti |
| Regia di | Anthony Chen |
| Attori | Yann Yann Yeo, Jia Ler Koh . |
| Tag | Da vedere 2026 |
| MYmonetro | 3,32 su 5 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 23 febbraio 2026
L'intreccio delle vite di un giovane, suo padre e una nuova figura femminile.
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CONSIGLIATO SÌ
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Vedovo da una decina d'anni, Boon Kiat conduce un'esistenza modesta cucinando ogni giorno nel suo chioschetto di noodles a Singapore. Nel bar di fianco c'è Bee Hwa a servire birre, e tra i due nasce del tenero, ma Boon Kiat deve anche preoccuparsi di suo figlio, lo scapestrato Junyang, che abbandona gli studi, passa due anni nell'esercito e poi mette incinta la fidanzatina Lydia, di buona famiglia. La madre di lei la vorrebbe all'università, ma la gravidanza cambia i piani ed entrambe le coppie si ritrovano a vivere destini incrociati sotto lo stesso tetto.
Epopea familiare di ampio respiro e insieme istantanea storico-sociale della città di Singapore, la nuova regia di Anthony Chen è confusionaria ma commovente.
Chiude il cerchio di una semi-trilogia iniziata con Ilo ilo e proseguita con Wet season, pellicole che raccontano storie locali slegate tra loro ma unite dalla presenza di Yeo Yann Yann, che qui interpreta Bee Hwa, e soprattutto del giovane Koh Jia Ler, "creato" come attore da Chen quando era un bambino in Ilo Ilo e ora portato fino all'età adulta tramite il grande schermo.
C'è quindi molto di simbolico - e senza dubbio per Chen di truffautiano alla Antoine Doinel - nella figura finale di un ragazzo che deve essere trascinato volente o nolente verso un'idea di responsabilità, tramite un percorso di prove ed errori che lo vedrà aiutato da una paziente figura paterna, da un surrogato materno e dalla sua stessa, nascente famiglia.
Benché sia piena di piccoli momenti calmi e riflessivi (quadretti di varia umanità responsabili per buona parte del suo appeal), questa terza opera singaporiana è caratterizzata da una certa foga che le fa consumare anni di storia in un battito di ciglia, e che riserva numerose sorprese sulla direzione degli eventi. C'è del minimalismo alla Kore-eda, c'è l'ombra lunga di Edward Yang, ci sono matrimoni e funerali, insidie criminali, derive da satira sui social media e altro ancora.
Qualche pezzo si perde per strada, ed è questo che dà l'impressione che il tono utilizzato da Chen sia irregolare - e il suo controllo sulla narrazione non totale. Ma in un film di questo tipo, che si estende in mille direzioni diverse e punta a gettare il cuore oltre l'ostacolo, diventa quasi una caratteristica piacevole, che invita lo spettatore ad abbracciare gli alti e bassi della vita assieme ai quattro personaggi principali.
Soprattutto, lo sguardo più attento è riservato a Singapore stessa, un luogo il cui cambiamento ha raggiunto vette di radicalità quasi incomprensibile. Chen ne lega la rappresentazione al piccolo appartamento della famiglia in un palazzone working class, ma da lì prende le mosse un'esplorazione dei progetti edilizi più lussuosi, con i loro influssi di acquirenti cinesi a drogare il mercato, dei mercati e dei luoghi aggregativi, di una circolarità itinerante lungo le strade e la costa (rigorosamente in autobus, per un appuntamento romantico con poca spesa che non rinuncia al comfort dell'aria condizionata).
La durata imponente e il continuo cambio di focus tra membri della famiglia (ma alla fine un personaggio in particolare viene messo da parte troppo bruscamente) sono per Chen la goccia che scava la pietra, e che connette l'uno all'altro i vari momenti ad alta intensità emotiva che alla fine lasciano l'impressione di un viaggio compiuto, con piena partecipazione emotiva.
Il regista singaporiano Anthony Chen può compiacersi di essere stato inserito nel 2013, a soli 29 anni, dalla rivista americana di cinema 'Variety' fra i dieci registi debuttanti da tenere sott'occhio. Quell'anno aveva vinto con il suo film di debutto Ilo Ilo il premio Camera d'Or al Festival di Cannes e aveva persuaso gran parte della critica. Wo Men Bu Shi Mo Sheng Ren (We Are All Strangers) è il [...] Vai alla recensione »
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