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Berlinale 2011Guida al 61° Festival internazionale del cinema di Berlino, dal 10 al 20 febbraio 2011 |
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giovedì 24 maggio 2012
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Festival di Berlino, trionfa Nader And Simin
sabato 19 febbraio 2011 di Giancarlo Zappoli
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In un tempo in cui la tecnologia del 3D sembra dominare l'attenzione dei mercati la Giuria della 61. Berlinale presieduta da Isabella Rossellini ha privilegiato a sua volta le tre dimensioni ma puntando a quella dell'umanità rappresentata sul grande schermo. La dimensione interiore, quella del sociale e quella proiettata verso l'indagine della ricerca di un significato 'altro' dell'esistenza hanno percorso l'intero Palmares. La parte del leone (anzi dell'Orso) è andata giustamente al film dell' iraniano Asghar Farhadi Nader and Simin, A Separation. Intendiamoci: può aver avuto un suo peso la forzata assenza del giurato Jafar Panahi e la presa di distanza dal film della delegazione iraniana ma il film ha meritato in pieno i premi che gli sono stati attribuiti. Perché Farhadi si è confermato regista capace di scegliere e dirigere attori e attrici ottenendo da loro prestazioni di livello elevato ed ha centrato l'obiettivo di narrare la situazione attuale della società iraniana non chiudendo la vicenda nei limiti di quella realtà ma aprendosi a una lettura universale. |
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BERLINO. Nel gelo sopra Berlino, Diane Kruger ha un vestito color primavera. Buon segno. Una nuvoletta color pesca sotto un cielo color acciaio Krupp. Il film che il pubblico della Berlinale ha appena visto – e di cui lei è protagonista, insieme a Liam Neeson – è Unknown di Jaume Collet-Serra. Provate a mescolare Intrigo internazionale di Hitchcock con The Bourne Identity, e due spruzzi di Memento, shakerate bene, e più o meno avrete avuto un'idea del film. Taxi color sbadiglio alla crema che affogano nella Sprea, spie della Stasi che vivono in vecchie casette con le foto dei bei tempi andati sul comò, hotel internazionali su Unter den Linden, e inseguimenti di auto all'americana in Friedrichstrasse, che è come dire in via Condotti a Roma...
La tassista che finisce nell'acqua gelida della Sprea è lei, Diane Kruger. E poi si deve anche mettere all'opera con un cric per spaccare il vetro e tentare di estrarre il corpaccione di Liam Neeson. Trentacinque anni, bellezza luminosa e un tantino fredda, una carriera da ballerina stroncata da un infortunio, una da modella abbandonata per l'amore del cinema. Amore ricambiato: tanti film, tra cui Inglorious Basterds con Tarantino, e la sua voglia, continua, di esplorare nuovi confini. Recita in francese, in inglese, e anche – come in questo caso – in inglese con accento bosniaco. È una immigrata clandestina a Berlino. Un tocco "sociale", in qualche modo un tocco di verità in un film che di realistico non è che abbia molto.
"L'accento? Sì, è sempre difficile recitare con un accento; spero di esserci riuscita non troppo male", dice Diane. "È un personaggio che porta qualcosa di realistico nel film. E mi piace anche il fatto che la relazione tra lei e il personaggio di Liam Neeson non sia romantica. Crea uno spazio diverso, permette ai sentimenti di essere più onesti. Non è la solita cosa: 'lui è carino', 'lei è carina', e per questo si aiutano. No, non si aiutano perchè vogliono finire a letto...".
Per Diane Kruger, questa è anche una prima volta. La prima volta di un film d'azione. "Praticamente non avevo mai fatto un action movie", dice Diane. "Quando abbiamo girato la scena nel fiume gelato, tutti mi consigliavano di prendere una controfigura. Invece ho pensato che fosse importante che fosse visibile che c'ero io, in quella scena. Non è stato per niente facile, però. Non avevo mai capito quanto l'acqua rallenti e renda difficili certi movimenti: è stato come imparare a danzare di nuovo".
Ma c'è un'altra scena che Diane si ricorda con un brivido: "Quando abbiamo girato l'inseguimento in Friedrichstrasse, e il testacoda finale dell'auto, ovviamente non guidavamo nè io nè Liam. Guidava uno stuntman che stava sopra l'auto: un francese pazzo. Però, al di là di questo, era tutto assolutamente vero. Non c'erano green screen o blue screen: eravamo noi, a fare un testacoda infinito. Quando alla fine la macchina si è fermata, il regista ha voluto tenere anche le facce che abbiamo fatto, immediatamente dopo. Sembravamo increduli di essere ancora vivi".
Niente stuntman, e niente blue screen. Su questo hanno risparmiato. Il film, però, è costato ugualmente qualche soldino: 40 milioni di dollari, dice il regista. Intendendo che, tutto sommato, siano anche un po' pochini.
"Non potevamo avere tante comparse", dice. Eh, si sa, quando c'è la miseria... "Non potevamo avere tante comparse, quindi abbiamo tenuto lo sguardo molto addosso ai protagonisti. Ne è venuto fuori quasi un film d'azione intimo, e credo che sia un valore aggiunto al film". Un po' dei soldini degli incassi, però, dovrebbe devolverli agli eredi di Hitchcock. Liam Neeson – e ovviamente non vi diciamo perchè – ricorda molto il Cary Grant di Intrigo internazionale. "Beh, sono un grande fan di Hitchcock – confessa il regista – E mi piace moltissimo la sua capacità di raccontare di uomini qualunque in circostanze straordinarie. Alcune scene di Unknown sono proprio un omaggio ai suoi film".
Uno dei protagonisti del film è anche l'hotel Adlon, lussuoso rifugio dei divi a due passi dalla porta di Brandeburgo. "Abbiamo girato con i clienti veri certe scene: la direzione non poteva chieder loro di farsi da parte, solo perché giravano un film. Quindi abbiamo cercato di girare in punta di piedi...". Nonostante la punta di piedi, succede molto, in quell'hotel. Tanto che una giornalista dice "la prossima volta che devo andare a fare un'intervista lì, non ci vado"…
E non balbetta neanche un po’! Il re Colin parla tranquillo, con la sua forza ostinata, da traino Scania. Dodici nomination, tra cui quella a lui come miglior attore, devono dare un bel po’ di fiducia. Lui però gioca al ribasso, com’è giusto: l’arte dell’understatement non l’hanno inventata gli inglesi? “Io sono a scoppio ritardato: può darsi che tiri i pugni in aria a maggio e che stappi una bottiglia di champagne a settembre, per la felicità che vivo oggi”, ha detto pochi giorni fa, a chi gli ha chiesto come si senta, nell’imminenza degli Oscar.
Lui arriva, e sembra il remake della conferenza di Venezia, quando venne con A Single Man. Sembra vestito da Tom Ford. Impeccabile, giacca nera, camicia bianca, cravatta nera. Premiato come miglior attore ai Golden Globes, arriva qui a Berlino giusto per spalmare un po’ di glamour su una Berlinale a basso tasso divistico. Il suo film è fuori concorso.
Quanto è stato difficile imparare a balbettare per il film? “No, non è stato difficile imparare a balbettare”, risponde. “È che, per un po’, dopo il film, ho parlato con ancora maggiore difficoltà che di solito! Per prepararmi, ho guardato film documentari su veri balbuzienti. Ma non sono un esperto di balbuzie: abbiamo fatto tutto da noi, per costruire i personaggi. Mia sorella è una terapista della voce, ma non mi ha aiutato con consigli ‘tecnici’…”.
“Comunque – prosegue – non è stato un lavoro intellettuale, ma solo un lavoro d'istinto. Quello che ho cercato di evitare? Il lato ‘povero me’ del personaggio. Non volevo che fosse compatito; il pericolo era solamente l’autoindulgenza e il sentimentalismo, che avrebbero ucciso la storia. Io e Tom, il regista, abbiamo lavorato molto perché non ci fosse questo aspetto. Cercando di mettere insieme umanità e ironia”.
“C’era poi un altro aspetto apparentemente difficile”, conclude. “Io sono molto dissimile dal vero re George, che era magro e piccolo. Ma penso che le nuove generazioni non sappiano molto del reale aspetto del re George”.
Il film è candidato a dodici Oscar, e uno è quello come miglior attore, che la riguarda in prima persona. Che cosa significherebbe per lei vincere? “La tradizione degli Oscar è meravigliosa, ed è già un privilegio farne parte. Su tutto quello che succederà quella notte, credo che ci penserò nei sei mesi successivi, comunque vada. Adesso non riesco proprio a pensarci”.
BERLINO. Applauso molto lungo, e sentito, alla fine della proiezione ufficiale, a Berlino, per il film iraniano di Ashgar Farhadi, La separazione di Nader e Simin, presentato ieri in concorso.
C'è tanto in quell'applauso: l'ammirazione per un regista che, proprio a Berlino, aveva avuto la sua consacrazione nel 2009 con l'Orso d'argento per About Elly, poi candidato all'Oscar. L'apprensione, l'attenzione, la commozione per quanto sta succedendo oggi in Iran. E per quello che stanno vivendo registi iraniani come Jafar Panahi. In prigione, ormai da mesi, condannato a sei anni di reclusione, e a non poter fare film per i prossimi vent'anni. La sua colpa? Progettare film critici verso il regime. C'è un po' tutto questo. Ma c'è, soprattutto, la forza del film, che ti prende l'anima e te la rovescia, mille volte. Fino all'ultima lacrima, l'ultimo desiderio che le cose vadano in modo diverso, l'ultimo sguardo di umanità, di compassione, di comprensione tra esseri umani.
Di Panahi, il regista Ashgar Farhadi parla immediatamente: "Mi addolora molto quello che gli sta accadendo. Credo che tutti i registi del mondo provino dolore per lui. L'ho chiamato, prima di venire qui. Volevo fargli sentire la mia vicinanza, mentre andavo in un luogo nel quale lui non può andare".
Una vicinanza non solo a parole. Anche per Farhadi non è una vita facile. Lo scorso anno, gli era stato proibito di filmare. Gli era stata, in qualche modo, ritirata la licenza di regista. La sua colpa? Le critiche alla politica culturale del governo, per aver isolato e perseguito cineasti come Mohsen Makhmalbaf, Jafar Panahi, Bahram Beizaii, Amir Naderi e Golshifteh Farahani. In particolar modo, aveva espresso la speranza che i registi e gli attori iraniani esiliati all'estero potessero tornare a casa.
Le autorità gli avevano revocato il permesso di girare. Poi, per fortuna, nello scorso agosto, gli hanno permesso di nuovo di fare il film. "Un film che, per me, è un film sull'umanità", dice il regista. "Un film che è per me la continuazione del discorso iniziato con i precedenti. Un film che ha un finale che si può anche vedere come l'inizio di qualcosa. A me piace pensare che lo spettatore, finito il film, continui da solo il viaggio, immagini che cosa accadrà".
La storia è quella di una coppia che si separa: lui vuole rimanere con il padre, malato di Alzheimer. Lei vuole andarsene, iniziare una nuova vita. Però si amano, si rispettano, si sostengono. Quando accade un evento drammatico, dalle conseguenze gravissime, si trovano di nuovo vicini. "Si scontrano anche due visioni della vita, modernità e tradizione – prosegue Farhadi –. Il marito pensa al padre, al passato. La moglie pensa più al futuro. Io, in realtà, non ho esperienza personale di divorzio: ma ho girato molti tribunali, ho visto che cosa succede, quando una coppia in Iran inizia le procedure per la separazione. Oggi, in Iran, nonostante lo si immagini come un paese ultratradizionalista, si divorzia molto".
Farhadi parla anche di uno scontro, nella società. Ma non parla della rivoluzione, dello scontento verso il regime. Parla di un movimento più profondo, più sotterraneo se si vuole: "C'è uno scontro tra le classi povere, molto religiose, e le classi superiori, che vivono la modernità, e vogliono cercare nuove regole di vita". Sugli scontri di piazza nel mondo islamico, è molto, molto cauto: "Tutte le cose che mostrano la volontà della gente sono un buon segno". Chi ha orecchi per intendere, intenda. Ma lui non dice di più.
Si parlava di un evento drammatico, nel film. Un evento che innesca interrogatori, verità e bugie, paure, umiliazioni, la paura di perdere, in un colpo, tutta la propria dignità. "Le bugie... Non sempre non dire la verità è immorale. Ci sono delle bugie morali. Bisogna capire, a volte, perché le persone mentono", dice ancora il regista. E in fondo questo film splende di una bellezza umana, profondissima, perché non ci sono buoni e cattivi, perché ognuno cerca di essere uomo meglio che può. E a volte anche la menzogna si rivela un atto d'amore.
C'è del macho in Berlinale. Ralph Fiennes e Gerard Butler, uno più duro, uno più sexy dell'altro – oggi le colleghe non ti salutavano nemmeno, la testa ad altro – si affrontano, si insanguinano, si pugnalano, si avvinghiano, si abbracciano finché morte non li separi. Fin quasi a far affiorare il sospetto di un erotismo omosessuale sottopelle.
Il film è Coriolanus. Shakespeare portato sullo schermo – in veste di coproduttore, regista e protagonista – da Ralph Fiennes, l'ufficiale nazi di Schindler's List. Presentato oggi in concorso a Berlino, accolto da un applauso stranito in sala, e da uno da concerto rock in conferenza stampa. 122 minuti di sanguinosa e implacabile tragedia shakespeariana affondata in un presente astratto e non ben definito: dove si parla di Roma, di Anzio, ma si pensa ai Balcani, o al Vietnam astratto di Full Metal Jacket di Kubrick.
Il "Full Metal Shakespeare" di Ralph Fiennes adotta i veri versi di Shakespeare, dove si dice "thou" e non "you", e "art"” e non "are". Ma intorno ci sono telecamere, breaking news della televisione, carri armati, polizia col manganello.
Ralph Fiennes, perché ha scelto questa commistione tra Shakespeare e il presente?
"Intanto, perché 'Coriolano' sta da anni dentro di me. L'ho fatto dieci anni fa a teatro, a Londra, e ho sviluppato una vera ossessione per questa pièce. Da anni volevo portarla al cinema, ma mi chiedevo come, in che modo".
E perché ha scelto di ambientarla nell'oggi, ma con il linguaggio originale di Shakespeare?
"Mentre pensavo alla tragedia, continuavo a vedere al telegiornale immagini di rivolte nelle città, di guerre nei Balcani e in Cecenia, di crisi economica, e mi sono convinto che il dramma di Shakespeare poteva ben parlare anche di tutto questo. Poi, il film di Baz Luhrmann, Romeo + Juliet, mi ha dato molta fiducia. Ho pensato che potevo fare qualcosa di contemporaneo, lasciando intatto quel linguaggio".
Nel rapporto tra lei e Gerard Butler c'è quasi una componente erotica. Vi combattete, ma in qualche modo siete indissolubilmente legati. Le sembra una interpretazione sbagliata?
"No, tutt'altro. Nelle scene in cui ci affrontiamo, effettivamente, c'è un elemento erotico. Che credo sia evidente già nella tragedia di Shakespeare. Il mio antagonista, interpretato da Gerard, è quasi un alter ego, un 'love mate'. Se io non fossi io, nel film, sarei sicuramente lui. Sono due personaggi che si rispettano".
Gerard Butler, per lei come è stato affrontare un altro personaggio "macho" e violento, dopo 300? Non teme di rimanere intrappolato in un certo tipo di ruoli?
"Fino ad ora mi dicevano tutti che facevo troppe commedie romantiche, ora mi dite che faccio troppi film violenti! Ma io cerco sempre di fare cose differenti, cerco sempre di mettermi alla prova. Poi anche per me 'Coriolano' è un momento importante della mia formazione. È stato il primo lavoro che ho fatto a teatro, me lo porto dentro".
Presenza straordinaria nel film, con un monologo in sottofinale da brividi, Vanessa Redgrave. È lei la madre di Coriolano, piena di orgoglio per un figlio guerriero, e poi di sdegno, quando il figlio si rivolta contro Roma.
Signora Redgrave, come descriverebbe il suo personaggio?
"È una donna che ama suo figlio. Ma che accetta l'idea di vederlo morire, piuttosto che perdere l'onore. Un tipo di donna che non esiste quasi più, ma che non è stata rara. Io stessa vengo da una famiglia in cui c'erano molti militari. Due miei zii erano nella Royal Navy, hanno fatto la guerra, uno di loro è morto, con onore".
Come è riuscita a dare tante risonanze al suo personaggio di madre?
"Semplicissimo: mi sono fidata del regista. È lui che ti dà un ritmo interiore, nel quale ci sono la profondità della voce, l'altezza, i tempi della recitazione. È tutto lì. E diventa tutto semplice, mi creda".
Interviene Gerard Butler: "Il mio primo giorno di riprese coincideva proprio con quella scena. Sono arrivato sul set e c'era Vanessa che recitava così. No, non ce la posso fare con lei… ma come fa? Mi veniva quasi voglia di tornare a casa", ride.
BERLINO. Ecco Wenders. Il guru del cinema d'autore. Berlinese di elezione, americano per amore di John Ford e di Easy Rider, cittadino del cinema, e del mondo. Il regista degli angeli sopra Berlino, dei viaggi dello sguardo fino alla fine di ogni orizzonte. Sessantasei anni, e la voce di sempre. Quieta, precisa, con una dolcezza nitida, straordinaria in un tedesco. Racconta il suo primo film in 3D, Pina. Un film nato per amore e per amicizia. Il film che avrebbe dovuto fare insieme a Pina Bausch, il genio della danza contemporanea, sua amica da quarant'anni. Il film che si è trovato a fare, invece, “su” di lei. In sua memoria. Con i ballerini e le ballerine della sua compagnia, il Tanztheater a Wuppertal. Wuppertal, cittadina di provincia tedesca, sospesa tra la Ruhr e la foresta. Anche il film è bagnato da scenari di archeologia industriale. Affonda in distese di foglie, erba, radici. Per poi ritornare tra palcoscenici spogli, polvere, rumori, legno.
Applausi, alla proiezione stampa oggi alla Berlinale, dove il film è stato presentato, fuori concorso, in prima mondiale. Entusiasmo e applausi per un film senza divi. Un documentario, si sarebbe detto una volta. Sempre, nella sua carriera, dopo un film di finzione Wenders ha trovato rifugio, ha cercato la freschezza dello sguardo nel reale. Un film senza parole. Parlano solo i gesti, la musica, i corpi. Le parole affiorano dopo, nell'incontro stampa con Wenders. Lui, camicia blu, giacca nera, capelli color bosco di betulle d'inverno, occhiali grossi e tondi, modula la voce da violoncello.
Wenders, lei pensava a questo film da anni. Che cosa è accaduto, con la scomparsa di Pina Bausch?
“Tenevo moltissimo a questo progetto insieme: ma proprio perché volevamo farlo in 3D, era necessario attendere che si perfezionasse la tecnologia. Ce l'avevamo fatta. Ci separavano due giorni dall'inizio delle riprese, nel giugno 2009, quando Pina è mancata. Ho pensato immediatamente di non fare più il film. Che non avesse senso, privo di lei. Poi, proprio il pensiero di Pina mi ha spinto a continuare. Per lei, per tutti coloro che hanno lavorato con lei. Ma sarebbe stato un film diverso”.
Il progetto iniziale vi vedeva seguire le tournée della compagnia?
“Sì: saremmo andati in Sudamerica e in Asia. Pina sarebbe apparsa nel film, durante le prove, mentre accompagnava i ballerini. Sarebbe stata il personaggio centrale. A me piace viaggiare. Mi sarebbe piaciuto attraversare i continenti per questo progetto, farne in qualche modo un road movie”.
Invece, ha ritrovato Wuppertal, dove aveva girato Alice nelle città. La stessa metropolitana sospesa, i luoghi di “Alice” quasi quarant'anni dopo.
“È un luogo cardine per tutto il film, Wuppertal. È a Wuppertal che Pina ha lavorato per quarant'anni. Il suo lavoro nasce proprio dalla gente di Wuppertal, tutta la sua ispirazione viene da lì. Quando giravamo, peraltro, è successo un miracolo: è venuto il sole! Chi conosce Wuppertal sa che è un fenomeno quasi sconosciuto, da quelle parti...”. Negli anni, Wim degli angeli ha trovato, strada facendo, anche l'ironia.
Come è stato girare in 3D? Come è riuscito a entrare nell'intimità delle coreografie?
“La cinepresa per il 3D è tutto fuorché 'invisibile'. E ce n'erano due, in scena. La gru era un dinosauro. Non era possibile ignorarla. Ma conoscevo bene quelle coreografie, e siamo riusciti se non altro a non intralciare i movimenti dei danzatori. Loro hanno imparato a danzare come se la cinepresa non esistesse”.
Quale è stato, per lei, l'insegnamento ricevuto dal film, l'arricchimento che ne ha avuto?
“Dopo quarantacinque anni di cinema, si ha l'impressione di saper fare il proprio lavoro. Beh, girando il film ho capito che non ero mai stato capace di decifrare il movimento, di comprenderlo, come Pina riusciva a fare. Lei mi ha fatto sentire un debuttante. E questo è stato un regalo immenso. Mi sono rinnovato, completamente”.
Tra coloro che hanno danzato nel film, e che hanno lavorato a lungo con Pina Bausch, c'è Barbara Kaufmann.
Miss Kaufmann, che cosa ha significato, per lei, lavorare con la Bausch?
“Pina mi ha detto: apriti. Sempre. Non aver paura di mostrare te stessa. Quello che veramente mi ha dato, più di ogni altra cosa, è il coraggio di mostrarmi senza sentirmi giudicata. Si parla spesso di amore, quando si parla di lei. Ed è vero. Il suo primo, e più importante messaggio, è un messaggio di amore”.
Gianni Di Gregorio è il regista più anomalo del panorama italiano. Non ha il piglio da eroe di Nanni Moretti, l’aria da artista severo di Marco Bellocchio, il piglio travolgente e sardonico di Paolo Virzì. Lui è dimesso, dolce, tranquillo, sorridente. Eroe di un cinema in punta di piedi. A misura di quartiere. Il suo, Trastevere. Un cinema di bar, negozi di fruttivendolo, interni “normali”, sentimenti normali che diventano straordinari.
Un primo film da regista a quasi sessant’anni: e Pranzo di ferragosto diventa la sorpresa del 2008, trova un suo pubblico che ride, si intenerisce, si commuove. Adesso, con Gianni e le donne, Gianni Di Gregorio torna a raccontare la gente qualunque, e i sogni affettivi, l’inquietudine sentimentale di un timido sessantenne. A Berlino, il film viene visto al cinema International, enorme cinemone di quella che una volta era Berlino Est.
Di Gregorio, ma che effetto fa presentare il proprio “piccolo” film alla Berlinale?
Eh, fa paura, naturalmente. Però, coltivo sempre una piccola speranza: che le storie molto ‘locali’, come la mia, quelle in cui racconti praticamente la tua vita, le tue strade, la gente intorno a te, possano avere un respiro universale. Che anche un berlinese possa riconoscersi nei miei personaggi.
Dopo il successo di Pranzo di ferragosto, quanto era grande il peso delle aspettative per il secondo film?
Era enorme. E allora mi sono detto: non devo cambiare, devo continuare a sentirmi libero, a fare il cinema che sento mio. Per fortuna, questa storia la stavo covando dentro già da tempo, non mi è stata imposta da nessuno, e non certo dalla fretta di replicare un successo.
Quando è che ha iniziato a pensare a questa storia?
Era già da un po’ di anni che mi rendevo conto di non essere più guardato dalle donne, di essere come invisibile. Poi è venuto ‘Il pranzo di ferragosto’ e mi sono detto: adesso mi conoscono, mi parleranno con più interesse le donne…. Invece niente! E allora ho capito che ero proprio in un momento difficile, che a sessant’anni le donne non ti guardano proprio più. E che invece hai ancora desideri, hai dei sogni. E ho fatto un film su questi desideri, questi sogni.
C’è molta cucina nei suoi film. Molti bicchieri di vino bianco. Molto piacere del cibo, anche qui. Ma quali sono i cibi che cucina meglio?
Ride: Faccio dei primi molto buoni, e anche gli arrosti. Mi piace molto cucinare, e mi piace quel momento in cui stai preparando qualcosa per gli altri, con un bicchiere di vino bianco a portata di mano… Sempre bianco, naturalmente!.
Lei rappresenta la vita quotidiana, tranquilla. Il contrario dei grandi film d’azione americani. Ma è stato difficile far accettare il suo cinema?
Beh, qualche volta sì, mi sono sentito anche isolato. Ma mi fa piacere, se lei mi dice che riesco a raccontare le cose di tutti i giorni, la vita vera. Perché è questo ciò che voglio raccontare.
La crisi del sessantenne che guarda tutte le donne, nel suo film, quanto ha di somiglianza con la crisi di un settantaquattrenne?
Ride, di nuovo: Ah, beh, è una coincidenza pazzesca, e adesso lo so che tutti i tedeschi mi domanderanno di questo, come se noi italiani non pensassimo ad altro… e in effetti un po’ è vero! Ma tra il mio film e la cronaca c’è solo una coincidenza.
Ma lei come sessantenne come si rapporta alle donne?
Io? Sono molto timido, in realtà, e non faccio niente per sembrare diverso da come sono. Mi fanno ridere quelli che a sessant’anni fanno i pesi: tanto, anche se fai i pesi una trentenne mica ti guarda più!.
Il suo modello di regista?
Woody Allen, perché mi ha fatto capire i luoghi dove vive con i suoi film. E perché con le sue storie personali, di uno che nasce a Brooklyn, ebreo americano, ha raccontato anche di me.
Nel film recita la sua vera figlia?
Sì, se ne è accorto? Ho messo in scena proprio la storia che viveva lei da anni, col suo fidanzato, che è diventato in pratica mio figlio adottivo. Quando si lasceranno, ci vedremo di nascosto io e lui!.
Le foto del red carpet di Margin Call, thriller di J.C. Chandor attraverso cui il regista - qui alla sua opera prima - ripercorre le vicende che hanno dato il via alla crisi finanziaria del 2008.
Basato su una sceneggiatura serrata e avvincente, Margin Call si avvale della partecipazione di nomi illustri del panorama cinematografico americano: a Kevin Spacey e Paul Bettany si aggiungono infatti Jeremy Irons, Zachary Quinto, Penn Badgley, Simon Baker, Demi Moore e Stanley Tucci.
La storia è quella di Peter Sullivan (Zachary Quinto), giovane analista di una grossa banca di Wall Street che un giorno riceve da uno dei capisettore, Eric Dale (Stanley Tucci), una misteriosa chiavetta. Al suo interno sono contenuti dati che rivelano la drammatica situazione dell'istituto che - stando ad alcuni calcoli - avrebbe le ore contate. Una volta avvertiti i dirigenti, sarà necessario decidere rapidamente quali azioni compiere per salvare la banca, anche a costo di andare contro l'etica.
BERLINO. "Ma che cosa si mangia, qui a Berlino?". A un certo punto, la curiosità gli viene. Anche perché è ora di pranzo. E forse per stemperare l'attesa della sera, della proiezione ufficiale del film davanti al pubblico tedesco, e ai giornalisti internazionali. "Si mangia lo stinco", gli dicono. "Ah, bene, allora stinco per tutti!".
È la prima volta di Antonio Albanese a Berlino. Il film, che in Italia ha sbancato i botteghini, venduto già in alcuni paesi stranieri, è alla grande prova internazionale. Stasera si capirà, alla fine della proiezione, come l'avranno presa. Se questa satira grottesca, amara, cinica, spietata dell'Italia vallettata e sgallettata piace o no anche all'estero. Albanese non sembra preoccuparsene, e dopo un attimo di silenzio, dice: "Minchia! U pilu sopra Berlino!".
"Che cosa direi a un tedesco che sta per vedere Qualunquemente? Forse non gli direi proprio niente: vorrei che si gustasse il film da solo. E soprattutto, vorrei che non pensasse che è un film 'su una situazione specifica, su un politico specifico. Secondo me questo personaggio è universale: parla del nostro paese, ma anche dell'Europa. Anche in giro per Berlino ci sono un centinaio di Cetti La Qualunque dappertutto".
"Io non sono capace di giudicare il mio personaggio, in realtà. Lo faccio e basta. Mi piace, mi piaceva questo personaggio: non ho mai pensato che fosse un film sull'attualità. Anzi, il fatto che un film preparato da anni sembri un film giocato sul presente è quasi un danno, per noi".
"È arrivata questa contemporaneità scioccante, che ha strumentalizzato un po' l'anima del film".
Come potrebbe evolvere Cetto?
"Sicuramente vorrà diventare onorevole. È gente che non si ferma più, e che quindi va bloccata all'inizio".
Le è mai venuta paura che il pubblico ridesse "con" Cetto, stando dalla parte sua?
"È un po' come Coppola che fa Il padrino, e tutti poi sperano di fare i padrini... Ma io penso proprio di no, che non si rida insieme a lui, stando dalla sua parte. Se poi questo accadrà, non è colpa mia".
Era mai stato prima a Berlino?
"No, ero stato solo per sbaglio alle terme di Baden Baden. Sono arrivato ieri sera, al buio, non ho visto ancora niente".
Nelle prime recensioni internazionali a Qualunquemente, viene quasi dato per scontato che il film sia un riflesso del Ruby Gate. Che effetto vi fa?
"Dispiace un po', perché il film l'abbiamo scritto anni fa, e il personaggio è nato nel 2003. È solo una coincidenza incredibile che sia scoppiato lo scandalo adesso. E la stampa italiana ha accentuato similitudini, cercando a tutti i costi un parallelo. Per esempio, 'lei ha un corpo da assessoressa', una frase che Cetto dice nel film, io l'avevo scritta anni prima".
Ribaltiamo la domanda: non avete avuto paura che la realtà vi superasse? Che gli scandali veri risultassero ancora più estremi e grotteschi dei vostri, con il rischio di non fare più ridere?
"No, solo in una scena ci siamo sentiti superati dagli eventi: quando abbiamo immaginato Cetto in una piscina con tre, diciamo così, fidanzate... Beh, abbiamo capito che erano troppo poche! Adesso ne avremmo messe di più!".
Che cosa trova veramente scandaloso, oggi?
"Mettiamola così: è sempre successo che un industriale, o un potente, regalassero beni preziosi alle loro amanti. Pellicce, diamanti. Prima se le compravano, però: adesso le pagano con i soldi nostri!".
Ma insomma, a un tedesco di Potsdamer Platz, lei cosa direbbe: il film parla di Berlusconi o no?
"Ma no, sarebbe troppo facile. Chi conosce questo paese, chi lo osserva, sa che è un modo di gestire il potere che esiste da tanto. E addirittura non è né di destra né di sinistra".
Ora che lei porta "U pilo sopra Berlino", può dircelo: ma lo slogan del pilu ha qualche fondamento reale? È successo davvero?
"È successo eccome, in un paesino calabrese. Uno di quei paesi dove si conoscono tutti. Il politico non riusciva a infiammare gli animi, e alla fine sbottò: 'va', se mi votate vi porto pure o pilu!'. Fu l'applauso più fragoroso della storia dei comizi".
A scaldare Berlino, grigia come da copione in questi giorni, è il film d'apertura della Berlinale, True Grit dei fratelli Coen. Ovvero “Il Grinta”. E si pensa subito a quel film del 1969: un John Wayne al tramonto, che però vince l'unico Oscar della sua carriera. E intanto, il mito del West si stava dissolvendo. La leggenda della frontiera – quella edificata da John Ford, Howard Hawks e da tutti gli altri – si stava spezzando, le certezze si dissolvevano. Erano pronti Peckinpah, Altman e i soldati blu. Qualche giornale ha titolato “I Coen rendono omaggio a John Ford”. Ma loro, a Berlino, stupiscono tutti: “No, quel film lo avevamo visto molti anni fa, ma non lo abbiamo nemmeno rivisto, preparandoci per il film”, confessano.
Eppure, c'è tanto western classico nel film dei Coen. Vendette, criminali di mezza tacca, sceriffi, cacciatori di taglie, fuggitivi. Ma c'è anche lo spiazzamento geniale, la capacità di uscire dagli schemi che i Coen hanno, e che è diventato il loro marchio di fabbrica. E la riflessione sul destino, che sembra sempre prendersi gioco dei personaggi: un Dio beffardo, che non è mai come te lo aspetti. Jeff Bridges e Matt Damon in grande forma danno volto al film: ma la quattordicenne Hailee Steinfeld rischia di rubar loro la scena.
Nel momento in cui arriva a Berlino, Il Grinta è già il film più visto dei fratelli Coen. E le dieci nomination all'Oscar fanno scintillare ancora più questa prima giornata della Berlinale. Nella quale arrivano Jeff Bridges e Josh Brolin, ad accompagnare Joel ed Ethan Coen. E, con loro, la rivelazione Hailee Steinfeld.
Per voi, questo è un ritorno a Berlino con Jeff Bridges dopo Il grande Lebowski. Che sensazioni avete?
“Beh, quella volta non c'era Jeff. Il grande Lebowski ha avuto più successo in Europa che in America. Speriamo che anche questo...”.
Questo è già diventato il vostro maggior successo. A cosa credete sia dovuto?
Interviene Jeff Bridges: “Beh, è facile: i Coen sono dei maestri, e adesso – dopo che i festival europei hanno fatto molto per farli conoscere – se ne è accorto anche il grande pubblico”.
I dialoghi a volte sono molto difficili, pieni di risonanze anche misteriose, di riferimenti biblici. Come è stato affrontarlo?
Risponde ancora Bridges: “Non è stato semplice, lo confesso. Neanche per me era facile capire che cosa volessero dire, in certi casi. Magari ci vorrebbero dei sottotitoli anche per la versione in inglese!”.
Avete rivisto Il Grinta con John Wayne, per girare il vostro film?
“No. Il film con Wayne era un ricordo lontano, qualcosa visto da ragazzini. Ma la vera fonte di ispirazione è stata per noi il romanzo. I temi che trattava ci hanno appassionato. L'idea di farne un film è nata dal libro”.
C'è spazio anche per la adolescente Hailee, rivelazione assoluta del film.
Come è stato per lei trovarsi sul set del film?
“Non ero sola: c'era sempre mia madre, e c'era la mia insegnante. All'inizio avevo un po' di paura. Ma Jeff, Josh e Matt sono stati una guida, e un sostegno continuo...”. Interviene ancora Jeff Bridges: “Ogni volta che ci scappava una parolaccia sul set, lei ci multava. Credo che alla fine ci abbia guadagnato parecchio!”, ride. “Hailee non si stupiva mai di niente”, aggiunge Ethan Coen. “Le dicevamo: adesso dovrai cadere in un crepaccio di venti metri, e lei: ok...”.
John Wayne, per molti nel mondo, è un'icona del cinema classico, ma anche dell'uomo forte. Le sue idee politiche sono note. Difficile pensare di accostarlo ai fratelli Coen. Viene naturale chieder loro come si siano rapportati alla sua figura.
Che importanza ha ed aveva, per voi, John Wayne?
“Era un attore fantastico, ma non credo che oggi la sua influenza sulle nuove generazioni sia così grande”, dice Joel Coen. “Mio figlio ha sedici anni e non sa neanche chi fosse. È stato grandissimo, ma non ha lasciato un segno fuori dal mondo del cinema”. Entra nel discorso Josh Brolin: “Io l'ho conosciuto: le sue idee politiche erano straordinarie, wow!”, e ride. “No, scherzavo. È un pezzo di storia americana, come Ronald Reagan. Rappresenta un sistema di valori che molti americani hanno avuto”.
Lì, intorno a Potsdamer Platz, tra il buio e il futuro. I grattacieli di vetro, un centro commerciale disegnato da Renzo Piano, il Sony center a metà tra un'astronave e una rosa che si schiude. Insomma, Berlino. Il cuore d'acciaio dell'Europa, vento di tramontana che soffia sul cinema. Migliaia e migliaia di cappotti e di spettatori alla Berlinale.
La Berlinale: uno dei tre festival di cinema più importanti d'Europa. Gli altri sono Venezia e Cannes, non necessariamente in questo ordine. La Berlinale accenderà le sue luci dal 10 al 20 febbraio. Chiusura con l'assegnazione dell'Orso d'oro, e del Pinguino di ghiaccio agli spettatori. Le temperature, a Berlino a febbraio, sono raramente tropicali.
Pochi i film italiani. Nessuno in concorso. Sono anni che i film italiani a Berlino hanno scarsa fortuna: l'ultimo clamore fu per Caos calmo, l'ultimo Orso fu nel 1991. Quell'anno gli italiani ne vinsero addirittura due: d'oro Marco Ferreri con La casa del sorriso, d'argento Bellocchio con La condanna. L'abbiamo pagata con un lungo purgatorio.
Niente film italiani a caccia dell'Orso, ma ci sarà Cetto Laqualunque a parlare di noi. Nella sezione Panorama verrà presentato Qualunquemente di Giulio Manfredonia, con Antonio Albanese. I tedeschi amano i toni grotteschi, colorati, fumettistici: e scuotono sempre la testa, quando si parla dell'Italia e dei suoi usi e costumi, politici soprattutto. Qualunquemente potrebbe essere un successo, in Prussia. Ci sarà anche – italiana al 100 % anche quella – l'ironia sommessa di Gianni Di Gregorio, rivelazione a cinquant'anni con Il pranzo di Ferragosto, che presenta a Berlino, in contemporanea con l'uscita in Italia, Gianni e le donne.
Due grandi del cinema vengono omaggiati dalla Berlinale: uno è italiano. Di Mario Monicelli sarà proiettato Il marchese del Grillo, a suo tempo premiato a Berlino. E una grande retrospettiva onorerà l'arte sgomenta di Ingmar Bergman. Al mercato – che qui, come a Cannes, è importantissimo – verrà presentato Hidden, primo film italiano in 3D, costato 4 milioni e mezzo di euro.
Ma soprattutto, c'è Italia in giuria. La presidente è Isabella Rossellini, ex inviata dell'"Altra domenica" di Arbore, magnetica protagonista di Velluto blu, figlia di Roberto Rossellini, ex moglie di Martin Scorsese. In una parola: il cinema.
Ma in giuria ci sarà una presenza ancora più forte: o meglio, un'assenza. Quella di Jafar Panahi. Membro onorario della giuria. Il regista iraniano, premiato in tutti i festival mondiali, Orso d'argento a Berlino con Offside nel 2006, è da un mese in carcere in Iran. L'anno scorso, quando fu arrestato – ed era già la seconda volta – con l'accusa di preparare un film ostile al regime, le lacrime di Juliette Binoche davanti a tutti i fotografi del mondo riuscirono a sbloccare la sua situazione. Adesso, Panahi è stato condannato a sei anni di reclusione. Gli è stato proibito di girare film, viaggiare all'estero e rilasciare interviste per vent'anni. Sembra troppo assurdo per essere vero. Per lui ci sarà una poltrona vuota nel Berlinale Palast. E l'11 febbraio, giorno dell'anniversario della rivoluzione iraniana, sarà proiettato il suo film Offside.
Ventidue i film in concorso, in gran parte anteprime europee e mondiali. Dal Turin Horse del maestro ungherese Béla Tarr a Les contes de la nuit di Michel Ocelot, genietto dell'animazione. Ma i big del cinema d'autore saranno anche fuori concorso: Wim Wenders, regista-filosofo, cittadino del mondo, berlinese di adozione, presenta Pina, un suo ritratto di Pina Bausch. Ralph Fiennes dirige e interpreta Coriolanus, il dramma di Shakespeare ricollocato nei Balcani. Film di apertura, sempre fuori concorso, True Grit dei fratelli Coen, ovvero "Il Grinta". Con Jeff Bridges, Matt Damon e Josh Brolin.
Sarà un festival glamour? Tra i volti da flash, si aspettano Diane Kruger e Liam Neeson, protagonisti di Unknown, e poi Demi Moore, Joseph Fiennes, Jeff Bridges, Matt Damon, Josh Brolin. Un po' meno glamour per il grande pubblico il volto di Armin Mueller-Stahl, grande attore tedesco, per trent'anni confinato nel cinema di là dalla cortina di ferro, poi ritrovato dal grande cinema internazionale, e quest'anno onorato con l'Orso d'oro alla carriera.
Presentata stamani la Giuria internazionale della 61. edizione del Festival del cinema di Berlino.
A presiederla sarà l'attrice italiana Isabella Rossellini, una tra le interpreti più apprezzate del panorama cinematografico internazionale. Tra gli altri componenti troviamo la produttrice australiana Jan Chapman (Lezioni di piano, Holy Smoke), l'attrice tedesca Nina Hoss, la stella di Bollywood Aamir Khan (Lagaan - C'era una volta in India), il regista canadese Guy Maddin e la costumista britannica Sandy Powell, candidata ben otto volte agli Oscar e vincitrice di tre statuette (Shakespeare in Love, The Aviator e The Young Victoria).
Tra i giurati figura simbolicamente anche il nome di Jafar Panahi, pluripremiato cineasta iraniano condannato a sei anni di reclusione per il suo impegno civile.
Manca poco all'inaugurazione della 61° edizione del Festival del cinema di Berlino. In programma dal 10 al 20 febbraio prossimo, la manifestazione di quest'anno prevede una galleria di grandi film del cinema internazionale, dall'acclamato Il discorso del re di Tom Hooper, favoritissimo alla corsa agli Oscar, al drammatico Il grinta dei fratelli Coen, da Sacrifice del regista cinese Chen Kaige a Tomboy della francese Cèline Sciamma. Autori affermati si alternano a cineasti debuttanti che si muovono nelle corsie della produzione indipendente, tra anteprime europee e mondiali. Sedici i film in concorso (molti titoli tedeschi, pochi americani, nessun italiano), ai quali si aggiungono due film speciali: uno è Offside di Jafar Panahi, inizialmente chiamato a presenziare come giurato del festival, poi condannato a rimanere nei confini iraniani dove gli è proibito di lavorare; l'altro il debutto al 3D di Werner Herzog, Cave of Forgotten Dreams. L'Italia è presente fuori concorso con la commedia amara Qualunquemente di Giulio Manfredonia e con Gianni e le donne di Gianni di Gregorio.
Le proiezioni speciali e la parola ai giurati
Il direttore Dieter Kosslick offre al pubblico cinefilo di Berlino la possibilità di vedere la versione restaurata in digitale di Taxi Driver di Martin Scorsese e l'opportunità di osservare da vicino un buon numero di star di livello internazionale. Tra i nomi attesi Liam Neeson e Diane Kruger, protagonisti del thriller psicologico Unknown – Senza identità e Moritz Bleibtreu, ora nelle sale italiane con Vallanzasca di Michele Placido, e in concorso con My Best Enemy di Wolfgang Murnberger. Forse in arrivo anche Kevin Spacey e Paul Bettany di Margin Call, opera prima di J. C. Chandor, film ricco di tensione che racconta le 24 ore di una banca di credito durante la crisi finanziaria del 2008. Fissi in poltrona a giudicare i film in concorso invece ci saranno Isabella Rossellini (presidente della giuria), l'attrice tedesca Nina Hoss, la costumista londinese Sandy Powel, il regista canadese Guy Maddin, la produttrice australiana Jan Chapman e la star del cinema indiano Aamir Khan.
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