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Michelangelo Antonioni

Michelangelo Antonioni è un attore italiano, regista, scrittore, sceneggiatore, montatore, assistente alla regia, è nato il 29 settembre 1912 a Ferrara (Italia) ed è morto il 30 luglio 2007 all'età di 94 anni a Roma (Italia).
Nel 1997 ha ricevuto il leone d'oro alla carriera al Festival di Venezia. Dal 1951 al 1997 Michelangelo Antonioni ha vinto 11 premi: David di Donatello (1961, 1976), Festival di Cannes (1982), Festival di Venezia (1997), Nastri d'Argento (1951, 1956, 1962, 1968, 1976, 1995), Premio Oscar (1995).

Un regista borghese... autore della crisi

A cura di Daniele Di Ubaldo

Regista borghese e autore della crisi: Antonioni viene definito, di solito, con questi due attributi, comprensibili solo se inseriti nel contesto in cui il regista ferrarese si trovò ad operare. Antonioni infatti, coetaneo di tanti registi neorealisti (nasce nel 1912), arriva al cinema solo negli anni Cinquanta. Più di altri quindi si trova ad essere espressione del trapasso da un'epoca all'altra. É per questo che la sua ricerca affronta tematiche individuali - il ruolo dell'intellettuale e i condizionamenti che il contesto sociale impone al singolo - per le quali era necessario un linguaggio cinematografico capace di esprimere i tempi e gli spazi della psicologia umana. Si tratta una ricerca che, già presente nei documentari del regista, (Gente del Po, 1943) prende forme mature nel primo lungometraggio, Cronaca di un amore (1950), in cui emerge la vocazione di Antonioni a seguire i personaggi, a far parlare, più che i fatti, i comportamenti delle persone. Dall'analisi dei comportamenti egli giunge alla critica sociale, così come, attraverso i conflitti dei personaggi, descrive l'aridità dell'ambiente borghese in cui si muovono. Un metodo presente anche ne I vinti (1952), dove oggetto d'attenzione è la gioventù europea che, all'indomani della guerra mondiale, è priva di qualsiasi valore etico: un italiano che, coinvolto in storie di contrabbando, rimane vittima della polizia, un inglese psicopatico che per vedere la sua foto sui giornali uccide una povera vecchia, un gruppo di francesi che durante una gita toglie la vita ad un ragazzo per il solo gusto di una tale esperienza.
Con un preciso obiettivo critico si presenta anche La signora senza camelie (1953), un film che si muove nelle stesse dimensioni umane che Visconti [ Marxismo e ricerca formale nel cinema*] analizza in Bellissima, per giungere attraverso tragitti differenti, alla medesima conclusione: il cinema è un luogo in cui domina l'ipocrisia, ma che esercita sulla povera gente un forte potere di alienazione. Nel film successivo, Le amiche (1954), la capacità di Antonioni di far parlare la psicologia dei personaggi attraverso i comportamenti assume una dimensione corale. L'azione, basata sul romanzo di Pavese "Tra donne sole", si muove sullo sfondo di una squallida borghesia torinese. L'universo femminile che già in precedenza era al centro delle storie del regista, qui diventa il protagonista della decadenza borghese, immagine riflessa dell'impotenza maschile e schermo delle sue debolezze.
Il grido (1957) segna una svolta nel cinema di Antonioni. Il tipo di ricerca delle opere precedenti viene mantenuto, ma utilizzato attraverso un personaggio di diversa estrazione: il protagonista, che vaga nel paesaggio piatto della Padania per tornare poi al punto di partenza dove si toglierà la vita, è un operaio che non si adagia sulla sua crisi, ma cerca, senza trovarla, una via d'uscita. Il suo dissidio, la sua crisi esistenziale davanti ad una realtà che muta in senso industriale, colpisce qualsiasi individuo, anche se genera differenti reazioni a seconda delle singole personalità. La scena finale del suicidio del protagonista, che si getta dalla torre dello zuccherificio in cui per tanti anni ha lavorato, non a caso si svolge parallela a quella di una manifestazione operaia contro la costruzione di un aereoporto militare nella zona.
Antonioni si concentra su questi mutamenti della realtà sociale, cerca di comprenderne la complessità, le tensioni e gli sviluppi. É per questo, per rimanere attaccato alla realtà, che riconsidera anche la grammatica del suo lavoro. Un film che voglia analizzare gli sconvolgimenti che l'animo del singolo subisce dal nuovo che avanza, e descrivere i ritmi della psicologia umana, non può usare le tradizionali tecniche cinematografiche. Non può soprattutto affidarsi al rapporto di causa-effetto, ma piuttosto privilegiare particolari secondari, svolgimenti immotivati. É quanto accade ne L'avventura (1959) dove una donna, partita per una crociera, scompare senza lasciare traccia. Il suo uomo e un'amica girano tutta la Sicilia per trovarla: finiscono per avvicinarsi, conoscersi, diventare incerti amanti. Si parte da un evento preciso (la scomparsa di una persona) che in altri film avrebbe dato inizio ad una trama gialla, ad un'indagine alla scoperta di un mistero; qui invece è l'occasione per analizzare l'incomunicabilità e l'insicurezza di due personaggi che si ritrovano legati solo da un senso reciproco di pietà.
Da questo punto in poi la ricerca di Antonioni si colora di tinte sempre più pessimistiche. Il comportamento dei personaggi diventa un freddo agire, che è sempre meno l'espressione di un percorso psicologico da comprendere, bensì un dato di cui prendere atto. Un cammino di chiusura che Antonioni percorre nella trilogia dei sentimenti di cui scopre prima l'incapacità ne L'avventura, poi l'impossibilità ne La notte (1961), e alla fine l'inesistenza ne L'eclisse (1962). In questo film, il rapporto tra una giovane donna che non riesce a trovare una giustificazione alle proprie azioni, e un agente di cambio che invece si trova inserito in un mondo, la Borsa, in cui tutto sembra avere una giustificazione preordinata, si esaurisce in un appuntamento mancato da entrambi: a quel punto le persone scompaiono e le immagini finali mostrano una lunga sequenza di alberi, oggetti, acqua, insetti. Personaggi impossibilitati a essere tali vengono soppiantati dalle "cose".
Col film successivo, Deserto Rosso (1967), Antonioni disegna ancora un personaggio femminile che non riesce a trovare un equilibrio interiore, uno spazio per la coscienza in un mondo sempre più industrializzato, pieno di rumori e gas tossici e con l'esistenza quotidinana dominata dalla nevrosi. Questa realtà che cambia diverrà in seguito, soprattutto in Blow-up (1966), il regno delle apparenze, dove non tutto ciò che esiste risulta comprensibile e conoscibile: l'irrealtà può anche identificarsi nella realtà. Il film si chiude con l'immagine di un gruppo di studenti mascherati che giocano una partita di tennis, senza aver palle nè racchette.
È il primo contatto con un paradosso sociale che già riflette l'esplosione del '68, il quale entrerà nell'opera di Antonioni con Zabriskie point (1969), in cui un giovane in fuga, ricercato perché sospettato di aver ucciso un agente di polizia durante una manifestazione universitaria, incontra una ragazza alla ricerca di qualcosa di diverso. Il loro amarsi dura un attimo, poi lui viene ucciso dalla polizia e lei si abbandona all'immaginazione di una contestazione globale del reale, sognando di far esplodere la villa del suo datore di lavoro, che simboleggia il potere. La morale è fin troppo chiara: una civiltà dominata da consumismo e repressione è destinata a disintegrarsi. Il film fu avversato da molti, ma questo non distolse Antonioni dal continuare il percorso che cercava di inserire i suoi personaggi nella realtà contemporanea, osservata il più possibile in contesti differenti. Con queste intenzioni fu concepito Chung kuo Cina (1972), un taccuino di viaggio attraverso la Cina di Mao, e Professione: reporter (1974), acuta riflessione sui rapporti tra Occidente e Terzo Mondo.

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