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Ultimo aggiornamento venerdì 3 marzo 2023
Un viaggio al femminile di 9 lune e mezza alla scoperta degli infiniti modi di essere donne. Il film ha ottenuto 2 candidature ai Nastri d'Argento, In Italia al Box Office Nove Lune e Mezza ha incassato nelle prime 2 settimane di programmazione 844 mila euro e 382 mila euro nel primo weekend.
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domenica 22 febbraio 2026 ore 3,30 su SKYCINEMAROMANCE
Nove Lune e Mezza è disponibile a Noleggio e in Digital Download
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CONSIGLIATO SÌ
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Due donne di oggi, due sorelle, due modi diametralmente opposti di stare al mondo: Livia e Tina entrambe sulla quarantina, tanto unite quanto diverse. Livia è una violoncellista bella e sfrontata, dall'anima rock. Modesta, detta Tina, è un timido vigile urbano che ha messo da parte la laurea per il posto fisso. Entrambe hanno un compagno: Livia convive con Fabio un osteopata dolce e carismatico, Tina con Gianni un collega ordinario e intollerante. Livia difende da sempre la sua posizione di donna che non desidera avere figli, mentre Tina tenta da anni di restare incinta, senza risultato: quando Tina, dopo tanti tentativi inizia a perdere la testa, Livia, consigliata dall'amico ginecologo, l'audace Nicola, decide di portare avanti una gravidanza per lei.
Michela Andreozzi passa con un esito più che positivo dall'altra parte della macchina da presa e dirige un film che si inserisce con grande naturalezza nel filone della commedia (anche degli equivoci) ma lo fa con un'originalità del tutto personale.
Perché parlare di maternità più meno surrogata non è un tema 'da donne' ma sicuramente è importante che una regista donna possa dire la sua in materia.L'art. 12 della legge n. 40 del 2004 afferma che il ricorso a pratiche di surrogazione di maternità è un reato punito con la reclusione fino a due anni e con la multa fino ad un milione di euro. Parlarne riuscendo a sorridere non è certamente facile considerato che l'argomento fa parte di una complessa visione etica e sociale che ha visto svilupparsi dibattiti con schieramentì fieramente contrapposti. Andreozzi ha il pregio di saper gestire i luoghi comuni sui personaggi (il vigile urbano un po' rozzo, il gay un po' isterico ecc.) finalizzandoli a una riflessione più alta. Unica caduta il fratello catecumenale che riflette un punto di vista sulla genitorialità ma lo fa in modo eccessivo da tormentone trasformandosi in un compagnuccio della parrocchietta fuori tempo massimo.
La riflessione comunque non ne viene intaccata perché sembra che la regista e gli sceneggiatori conoscano bene i testi di Zygmunt Baumann che afferma: "Avere figli significa assumersi la responsabilità del benessere di un'altra creatura più debole e indifesa. L'autonomia delle proprie preferenze è destinata a essere compromessa reiteratamente, anno dopo anno, quotidianamente. Si corre il rischio di diventare, orrore degli orrori, 'dipendente'. Avere figli potrebbe comportare l'esigenza di ridurre le proprie ambizioni professionali, di 'sacrificare la carriera', in quanto chi è chiamato a giudicare il rendimento professionale di una persona non vedrebbe di buon occhio il benché minimo segnale di fedeltà separate. E, cosa più dolorosa di tutte, avere figli significa accettare tale dipendenza separatrice di fedeltà per un tempo indefinito, assumere un impegno irrevocabile e a tempo indeterminato, senza alcuna clausola 'fino a ulteriore notifica' annessa; il tipo di obbligo che mal si confà alla politica della vita liquido-moderna e che quasi tutti evitano accuratamente nelle loro altre manifestazioni di vita".
Il film affronta la tematica da una molteplicità di punti di vista e anche se ci si potrebbe aspettare che fosse una sorta di manifesto pro maternità riesce a sfuggire anche a un finale apparentemente obbligato. Perché essere genitori è un compito che ci si deve assumere in piena coscienza senza alcuna superficialità. Sorridere mentre si riflette non può fare che bene.
La commedia sembra avere come unico interesse quello di supportare tutti gli stereotipi del politicamente corretto: le donne sono sveglie, colte, mature, equilibrate, e sempre generosissime; gli uomini sono o dei semideficienti interessati solo al calcio o dei tuonati imbevuti di idiozie orientaleggianti, comunque egoisti, c'e' anche un porco dedito a molestare le passanti, ed una comare curiosa [...] Vai alla recensione »
Due donne di oggi, due sorelle, due modi diametralmente opposti di stare al mondo: Livia e Tina, entrambe sulla quarantina, tanto unite quanto diverse. Entrambe hanno un compagno. Livia difende da sempre la sua posizione di donna che non desidera avere figli, mentre Tina tenta da anni di restare incinta, senza risultato: quando Tina, dopo tanti tentativi inizia a perdere la testa, Livia, consigliata dall'amico ginecologo, l'audace Nicola, decide di portare avanti una gravidanza per lei. Nei successivi nove mesi, Livia dovrà nascondere la pancia crescente, mentre Tina fingerà di essere incinta, dando vita a una serie di situazioni tragicomiche che coinvolgeranno anche la famiglia di origine.
In Nove lune e mezza, Michela Andreozzi passa con un esito più che positivo dall'altra parte della macchina da presa e dirige un film che si inserisce con grande naturalezza nel filone della commedia (anche degli equivoci) ma lo fa con un'originalità del tutto personale.
In occasione dell'uscita del film al cinema, Alessandra Vitali intervista la regista (e interprete) Michela Andreozzi e la coppia di protagonisti maschili, Lillo e Giorgio Pasotti. Tre diverse voci per raccontare la genesi del film, il background dei personaggi e l'importanza di una regia al femminile nell'Italia (del cinema) di oggi.
"La femmina senza figli è una femmina a metà". Quale immensa menzogna si è nei secoli trasmessa, eppure quante lacrime continuano a spargersi a causa della feroce sentenza. Ne sa qualcosa Tina (Andreozzi, brava), vigilessa in astinenza da pargoli impediti dalla natura, al contrario della procace sorella violoncellista (Gerini, fulgida) che i figlioli aborre mentre potrebbe naturalmente procrearne. Vai alla recensione »