Prima di Drive, Ryan Gosling era un volto familiare soltanto agli appassionati di cinema indipendente americano. Animale da palcoscenico rivelato all'istante in una manciata di film (The Believer, Half Nelson, Blue Valentine), il giovane attore restava tuttavia confidenziale. Allergico ai fenomeni di isteria collettiva, alle grandi produzioni e ai macho dei film d'azione tradizionali, Ryan Gosling fa un passo di lato e rifiuta tutto, crescendo all'ombra del cinema indie. Il suo curriculum conta di fatto pochi film di puro divertissement e quelli annoverati sono scelti con accortezza (The Nice Guys).
Un desiderio a cui qualche anno dopo si abbandona, portandolo all'estremo, con Julian (Solo dio perdona), figlio negletto e impotente, abitato da angoscia edipica e terrore della castrazione. Ma prima c'è Drive, il film della consacrazione e della metamorfosi, che arriva coi suoi trent'anni. Un'esperienza metafisica dentro un bomber di satin che imita Elvis e lo trasforma di colpo in oggetto del desiderio, rock, zen, perdutamente cool. Stuntman virtuoso della dissimulazione, il suo eroe è senza nome, senza passato, senza famiglia, senza un progetto, nient'altro che una funzione: guidare. Drive è un trip e Ryan Gosling lo conduce spostando avanti lo stato dell'eroe contemporaneo, instabile e determinato, saldo e sentimentale come Jason Bourne, Jack Bauer, Dom Cobb.