Silvio MuccinoDa liceale appassionato a stella nazionale27 anni, 14 Aprile 1982 (Ariete), Roma (Italia) |
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![]() Ora ti fermi butti la borsa butti le chiavi e torni indietro mi abbracci e mi stampi un bel bacio sulla bocca e mi dici che sono l'unico vero grande amore della tua vita e dai fallo ti prego fallo fallo fallooo.
dal film Che ne sarà di noi (2004)
Silvio Muccino è Matteo
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Solare, volitivo, spontaneo ma, soprattutto, determinato a lasciare il segno. Sono ormai lontani i tempi in cui Silvio Muccino viveva all'ombra del fratello: il regista di fama internazionale Gabriele Muccino. La grinta e l'innata stoffa gli permettono di calarsi con profonda intensità emotiva nei ruoli più disparati, prediligendo quelli di individui estremamente confusi.
Le sue interpretazioni, cosi istintive, viscerali e coinvolgenti, gli consentono di scrutare intimamente l'animo dei suoi personaggi, rendendolo uno dei giovani attori italiani maggiormente apprezzati.
Questo travolgente 26enne nasce nella città eterna: il padre Luigi, ora pensionato, era dirigente Rai, la madre Antonella Cappuccio è, invece, una pittrice affermata soprattutto nei circoli intellettuali romani. Minore di tre figli, Silvio ha una sorella - Laura- che si occupa di casting.
Diplomato al Liceo Mamiani nel quartiere di Prati nonché iscritto alla Facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi "La Sapienza" (dove ha sostenuto solo qualche esame), l'attore deve molto al fratello Gabriele che gli ha infuso l'amore per la settima arte quando aveva appena 16 anni.
Nel 1999 eccolo affiancare il neo-regista nella stesura dello script di Come te nessuno mai, fresco ritratto della new generation. Qui l'adolescente ci offre la prima, schietta performance: un allievo imbranato, contraddittorio ma con tanta voglia di cambiare il mondo. L'opera, oltre all'approvazione del pubblico, riceve la candidatura al Nastro D'Argento per il miglior soggetto.
Nel 2001, il fanciullo è attivo in ben tre pellicole: gira il noir Un delitto impossibile, compare ne L'ultimo bacio ed è diretto da Roman Coppola (figlio del celebre Francis Ford) in CQ.
Nei ventiquattro mesi che seguono, il fratello lo impone a livello nazionale in Ricordati di me: da adesso in poi, per questo biondino dai teneri occhi blu, la carriera è tutta in ascesa.
Conteso da migliaia di teen-ager in visibilio, Muccino sfida Dario Argento in una mortale partita a poker ne Il Cartaio e parte alla volta di Santorini in Che ne sarà di noi, road movie nostrano per il quale cura anche la sceneggiatura, stilata a quattro mani con Giovanni Veronesi.
Successivamente, perde la testa per Jasmine Trinca in Manuale d'amore e stravolge l'esistenza di un insopportabile Carlo Verdone ne Il mio miglior nemico (Silvio è tra gli autori dello screenplay).
Questo talentuoso ragazzo è, inoltre, un filmaker in erba: dopo aver girato il videoclip "Estate" della band dei Negramaro, si auto-dirige nel romantico Parlami d'amore. Il lungometraggio è tratto dal suo romanzo omonimo, firmato con il connubio della sceneggiatrice Carla Vangelista.
Musicalmente parlando, l'artista adora il rap: 50 Cent e Jovanotti sono tra i preferiti. Diversamente da molti suoi coetanei, a Muccino non piace il calcio ma trova interessante andare allo stadio, per poter osservare il bizzarro comportamento dei tifosi: guardare quella gente che acclama e si esalta è, secondo lui, "uno spettacolo neorealista".
David di Donatello 2004
Da fumetto giapponese a cartone animato americano la strada è lunga e ancora di più lo è da opera di nicchia anni '50 a blockbuster del 2009. I rischi legati ad Astro Boy sono tantissimi, molti dei quali risiedono anche nel doppiaggio italiano come sa bene chi ha visto straordinari lungometraggi d'animazione massacrati dall'edizione italiana.
A prestare le loro voci in questo caso ci sono (tra i noti) Silvio Muccino, Carolina Crescentini e il Trio Medusa. Non tutti loro sono o sono stati appassionati di animazione giapponese ma sentono comunque la gravità del peso di portare oggi e in Italia un classico che conta moltissimi appassionati. Gravità che li ha portati in molti casi ad un lavoro molto particolare sulla voce che tenga conto del fatto che non si tratta solo di un cartone per bambini ma di una vera opera per tutti.
Forse è una coincidenza ma Silvio Muccino ha atteso che il fratello maggiore prendesse (letteralmente) un aereo per Hollywood, prima di debuttare alla regia. Meno scaltro e ammiccante del Gabriele emigrante, Parlami d'amore racconta di amore, di morte, di passioni, di amicizie, di tossicofilia e di (tossico)(poker)dipendenza, ma la debolezza del film non risiede nei temi trattati quanto nelle modalità stilistiche e visive con le quali il Muccino minore li ha affrontati. Un'opera prima che cerca, senza trovarla, ispirazione nel cinema francese della Nouvelle Vague, che non riesce a rivolgere lo sguardo oltre i margini dell'inquadratura. Incapace di cogliere di sorpresa lo spettatore, Parlami d'amore si limita a narrare, in maniera troppo scolastica, la vicenda sentimentale di un (giovane) uomo e di una donna, separati dagli anni, dalla paura e dal passato, che torna a chiedere il conto in una mano di poker. Come nel cinema di Gabriele, Silvio attore corre. Corre dietro alle donne, implora, urla, afferra, piange, minaccia e brandisce un martello. Come nel film americano di Gabriele, trova (con meno destrezza) la "felicità" dopo tanto patire e dopo tante affannose (rin)corse. Gabriele o Silvio resta il dubbio sulla qualità della felicità. Bisogna avere una faccia da poker per giocare, una di bronzo per girare (questo film). Passo.
Comincio con una certa enfasi che, sono sicuro, mi verrà perdonata: col finale della citazione di John Keats che Hemingway pone come premessa del suo Per chi suona la campana.
"... e dunque non chiedere mai per chi suona la campana. Essa suona per te."
E mai una campana ha suonato per noi, come quella di ieri, quando abbiamo saputo che J.D. Salinger era morto. Tutti sappiamo cosa significhi il suo romanzo "Il giovane Holden". Significa per cominciare che quel libro fa parte di tutti noi. Quando era il tempo sono stato l'adolescente Holden Caulfield e quando è stato il tempo sono stato padre di giovani Holden. Significa semplicemente che nella prima stagione avevo idee e compivo azioni diverse da quelle dei miei genitori e capitava che non le capissero, e che adesso i miei figli hanno idee e compiono azioni che non sempre capisco. Naturalmente sta nelle cose. Ma quando un autore coglie in pieno quello "stare nelle cose", diventa qualcosa in più di uno scrittore, diventa parte della tua cultura e del tuo sentimento, e pensieri e azioni, li devi in parte a lui. Proprio non è poco. Nel mio caso poi c'è dell'altro, c'è il mestiere, perché anch'io scrivo romanzi. Qualche anno fa, proprio su MYmovies scrivevo un pezzo da titolo "Sognavo Salinger". Era il mio progetto giovanile di aspirare a quel modello piuttosto che a un critico (di cinema).
Inventore
Salinger è stato scrittore, soprattutto è stato inventore. Più avanti riproduco l'incipit del suo romanzo e spiego cosa significhi. Era nato nel '19 e aveva scritto "Holden" nel '51. Era l'erede della strepitosa tradizione letteraria anglosassone che partiva dai britannici di due generazioni prima.
Stralcio dalla puntata 46 della storia poconormale
"...Scrittori come Kipling e Stevenson, come Conrad, Maugham e Forster, britannici nati in Ucraina e morti nel Kent (Conrad),o nati a Bombay e morti a Londra (Kipling), comunque sempre in giro nei due emisferi: sono loro, in quelle epoche, che hanno inventato un parte della nostra più bella educazione sentimentale, e anche culturale. L'incanto, il sogno, l'avventura, le terre lontane e tante terre, l'estremo oriente e il medio, l'India e l'Australia, il Canada, le isole del Pacifico e dei Carabi. Una cultura tutta sui libri, prima che arrivasse il cinema. Quando le coste e le navi, le genti e gli animali, le armi e gli amori, il deserto e le carrozze, i poveri e i ricchi, quasi sempre i ricchi: tutto doveva essere desunto dalla scrittura, sforzo attivo di fantasia, con l'eroe da immaginare, non un Gary Cooper scelto da altri per nostra comodità. E in che grande misura il cinema avrebbe attinto a quegli autori..."
Generazione
A questi seguì la generazione americana nata verso la fine dell''800. Fitzgerald, Hemingway, Faulkner, Steinbeck, Dos Passos sono tutti nati fra il 1896 e il 1902.
Costoro, eredi dei contenuti di quelli detti sopra, portarono la naturale evoluzione di pensieri e di azioni, e naturalmente di stile. Evolsero e riformarono. Ma Salinger non si limitò alla riforma, fece la rivoluzione, di contenuti e di stile. E continua ad esserci dell'altro: il suo privato, giusto per alimentare, come non bastasse, la sua mitologia.
Il fatto che da 46 anni non uscisse praticamente dalla sua tenuta di Cornish, che odiasse la gente, che non parlasse con nessuno. In questo senso invito a rivedere Scoprendo Forrester, il film di Gus Van Sant, con Sean Connery. Davvero viene proposta un'ottima percezione di quello che era Salinger.
Ed ecco il pezzo che ho scritto lo scorso anno quando l'ennesimo ingenuo cercò di acquisire i diritti del romanzo.
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