Belushi e Aykroyd mattatori assoluti in un’opera che fa parte della memoria del cinema, la memoria popolare.
Ci sono titoli che fanno parte della memoria del cinema, quella popolare. Si tratta di titoli che riempivano le sale, al di là dell’apprezzamento critico. E titoli che hanno rappresentato un punto fermo nella varie chiavi che appartengono al cinema, che hanno dettato moda e comportamento. Non c’è dubbio che Blues Brothers faccia parte di questo cartello.
Una premessa necessaria: trattasi di “musical”, che è l’unica forma d’arte “solo e tutta americana” e gli americani ne sono orgogliosi e gelosi. Belushi e Aykroyd devono trovare cinquemila dollari se voglio salvare l’orfanatrofio che li ha visti crescere. Decidono di rimettere insieme l’antica band e suonare il blues. Nei “musical” bastava molto meno per imbastire una trama. Il film era perfetto in quell’epoca, il 1980, dove lo spettacolo aveva stravolto molti degli schemi tradizionali. E spesso il film musicali avevano assunto quella funzione nel vari decenni. Un americano a Parigi e Cantando sotto la pioggia negli anni cinquanta, Tutti insieme appassionatamente nei sessanta, The Rocky Horror Picture Show e Jesus Christ Superstar nei settanta. E su fino a La La land, di adesso, che è un canto nostalgico del bel musical che fu. Ma sarebbero decine i grandi titoli ricordabili.
Il film è perfettamente speculare al suo direttore, John Landis, un inventore, un anticipatore di stili come nessun altro. Basta ricordare “Thriller”, il video di Michael Jackson con gli zombie. Belushi e Aykroyd divennero quasi all’istante modelli di eleganza: gli occhiali Ray-ban, cravattina sottile, il nero totale dei vestiti, il cappellino a tesa stretta. E quelle battute demenziale che fecero scuola. E poi la striscia infinita di camei: James Brown che fa il predicatore, Ray Charles il venditore di strumenti musicali, Steve Spielberg un insignificante impiegato. Struggente il momento in cui il vecchio Cab Collaway canta il suo eterno Minnie the Moocher. Blues Brothers fa parte della spina dorsale dello spettacolo e della cultura americana del novecento.