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Ultimo aggiornamento martedì 11 febbraio 2025
Una famiglia coreana viene sconvolta da un traumatico evento. Il film ha ottenuto 6 candidature e vinto 4 Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, ha vinto un premio ai David di Donatello, 3 candidature e vinto un premio ai Golden Globes, 4 candidature e vinto 2 BAFTA, ha vinto un premio ai Cesar, 7 candidature e vinto 2 Critics Choice Award, ha vinto un premio ai SAG Awards, ha vinto un premio ai Spirit Awards, ha vinto un premio ai Writers Guild Awards, 1 candidatura a Directors Guild, 1 candidatura a Producers Guild, a AFI Awards, ha vinto un premio ai ADG Awards, 4 candidature e vinto 2 NSFC Awards, In Italia al Box Office Parasite ha incassato 5,8 milioni di euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Ki-woo vive in un modesto appartamento sotto il livello della strada. La presenza dei genitori, Ki-taek e Chung-sook, e della sorella Ki-jung rende le condizioni abitative difficoltose, ma l'affetto familiare li unisce nonostante tutto. Insieme si prodigano in lavoretti umili per sbarcare il lunario, senza una vera e propria strategia ma sempre con orgoglio e una punta di furbizia. La svolta arriva con un amico di Ki-woo, che offre al ragazzo l'opportunità di sostituirlo come insegnante d'inglese per la figlia di una famiglia ricca: il lavoro è ben pagato, e la villa del signor Park, dirigente di un'azienda informatica, è un capolavoro architettonico. Ki-woo ne è talmente entusiasta che, parlando con la signora Park dei disegni del figlio più piccolo, intravede un'opportunità da cogliere al volo, creando un'identità segreta per la sorella Ki-jung come insegnante di educazione artistica e insinuandosi ancor più in profondità nella vita degli ignari sconosciuti.
Bong Joon-ho ha costruito una carriera sulla distorsione del fantastico, con affreschi plastici di larga scala come The Host, Snowpiercer e il recente Okja. A dispetto del titolo, però, in Parasite non ci sono creature, né immersioni nel soprannaturale: solo due famiglie, due case, e la brutale dissezione di una disuguaglianza di classe nella società tanto coreana quanto globale.
Le due case - letteralmente - raccontano la storia, con gli eventi sempre più tesi e rocamboleschi che vengono incorniciati da due finestre, ognuna con quattro pannelli. La prima è una minuscola apertura ribassata su un vicolo, che lascia entrare rumori, disturbi e disinfestazioni nel salotto dei protagonisti, già impegnati a contorcersi nelle poche stanze disponibili alla ricerca di una connessione WiFi priva di password nei paraggi. La seconda è una gigantesca vetrata a parete nella villa dei Park, che "inquadra" l'ampio giardino teatro di un climax a orologeria, e invita lo sguardo esterno, d'invidia e di indagine. Nell'era delle fratture sociali sempre più scomposte, Parasite è un'eccellente lettura del suo tempo, che Bong Joon-ho riposiziona nel verticale delle stratificazioni domestiche dopo averlo disteso sull'orizzontalità del treno in Snowpiercer. Alla fotografia, vivida e fluida nello sfruttare i volumi architettonici, c'è Hong Kyung-po, reduce dal fenomenale lavoro su Burning, che della lotta di classe faceva uno sfondo elegante laddove Parasite la erge ad allegoria principale. E come studio delle idiosincrasie familiari, Bong Joon-ho riesce a entrare nel pieno territorio del primo Lanthimos e dell'ultimo Peele.
Nonostante il film "cambi stanza" con agilità tra un genere e l'altro (come sempre in Bong Joon-ho), alternando commedia, tensione e puro dramma, i Park non sono una semplice caricatura di ricca ottusità (con le ripetute fascinazioni americane e il freddo concetto di una "linea" che non va oltrepassata), così come Ki-taek (interpretato dal solito Song Kang-ho) e la sua famiglia oscillano tra l'iniziale versione coreana degli Shoplifters di Kore-eda e una sempre più dark discesa nella tentazione. In questo heist movie al contrario, il cui obiettivo è impreziosire se stessi invece di impossessarsi di un oggetto prezioso, Bong Joon-ho ritorna alla sua forma migliore, con un'incisività che Okja non aveva e una chiarezza d'intenti che rimanda ai suoi primi e meno elaborati titoli. I soldi sono un ferro da stiro che elimina tutte le pieghe, avverte Chung-sook, mamma dal pragmatismo d'assalto. Essere una brava persona non è che l'ennesimo lusso di una lunga serie, secondo il regista, che come di consueto ammanta la sua parabola di espiazione capitalistica in immagini che attingono al livello più profondo della psiche umana: un'inondazione che arriva improvvisa, densa e scura, a lambire lo spazio vitale di chi non ha molto. E dei fantasmi del regno domestico, che emergono dalle cantine e che portano anch'essi, secondo il proverbio, la ricchezza assieme allo spavento.
Oggi che catturare l'attenzione è un'impresa sempre più ardua, ci vuole uno sforzo straordinario a livello promozionale per elevarsi sopra la cacofonia di stimoli e strilli. Un'intuizione insolita, destinata a far parlare di sé e divenire virale nel giro di breve tempo. Bong Joon-ho è riuscito, ancora una volta, a compiere tutto questo. Non era un'impresa semplice dopo l'accoglienza tiepida riservata al suo ultimo Okja, capofila delle produzioni Netflix con ambizioni d'autore e catapultate nei festival, realizzate prima che Cannes si tirasse indietro e che Roma vincesse Oscar e Leoni d'oro.
Per tornare uno dei registi più cool all'orizzonte a Bong non serve nemmeno un trailer. Basta una foto: in mezzo primo piano la figura di Song Kang-ho, straordinario interprete di diversi film di Bong, in una delle sue classiche posture da disagio crescente.
Più vicino alla soggettiva quello che ha tutta l'aria di un cadavere, disteso in giardino. Sullo sfondo invece immagini surreali e ossimoriche: sulla soglia un ragazzo con in mano una roccia, mentre un bambino con un braccio meccanico osserva, riflesso in un vetro, e appena uscito dal suo tipi indiano. Intanto una coppia borghese si rilassa al sole, nella più completa indifferenza. Se l'inquietudine degna di un film di Haneke o di Lanthimos non fosse già a un livello sufficiente, ecco che tutti gli occhi dei personaggi sono nascosti da strisce censorie. Qualcosa non va decisamente per il verso giusto. Anche il titolo contiene in sé un MacGuffin: Parasite infatti non racconta di qualche possessione aliena, ma di un dramma incentrato su due nuclei familiari. Non meno terrorizzante, a giudicare dalla foto di cui sopra. Come se i parassiti tipi dei lavori del primo Cronenberg trovassero posto in ambientazioni da ultimo Cronenberg. Ma Bong non ha bisogno di accostamenti con altri maestri del cinema: la sua poetica unica e inconfondibile è più che mai presente in Parasite.
Ce lo fa capire ancora meglio il trailer, nel frattempo emerso dal web. Il minuto abbondante di scene da Parasite rende l'idea su quel ci attenderà: un mix di surreale, thriller e visione tragicomica della vita, degno delle atmosfere dell'autore di Memories of Murder e The Host. E di Snowpiercer, naturalmente, perché la lotta di classe sembra svolgere nuovamente un ruolo centrale, visto il gap che separa la famiglia di Ki-taek, composta interamente da disoccupati, e quella dei Park, facoltosa quanto misteriosa. Il trailer sembra così dare un senso agli oggetti visti nella foto, per poi toglierglielo brutalmente e mescolare nuovamente le carte. Un mistero destinato con ogni probabilità ad essere svelato durante una prima mondiale a Cannes, dove Parasite ha tutta l'aria di presenziare nella competizione principale.
Ci sono film che, nel lanciare messaggi evolutivi alle sinapsi degli spettatori, vengono frenati dalla qualità non eccelsa della loro realizzazione. E ci sono film che migliorano la mente di chi li vede perchè sanno trasmettere un messaggio evolutivo arricchito da tanta qualità artistica. E poi ci sono i film come "Parasite", che veicolano un messaggio involutivo [...] Vai alla recensione »
L'importante è avere un piano, diceva Stefano Bollani in una trasmissione di qualche anno fa. Giocava sulla confusione fra il piano con i tasti bianchi e neri, che lui suona da dio, e il piano come progetto, disegno, strategia. È importante avere un piano.
I protagonisti di Parasite (guarda la video recensione) di Bong Joon-ho - padre, madre, figlia ventenne e figlio diciottenne - ce l'hanno un piano. Un piano per uscire dalla miseria del seminterrato in cui abitano, gli scarafaggi come coinquilini, camera con vista sugli ubriachi che ti orinano in casa, con un bagno cubista che batte, per bruttezza, i Bagni orrendi anni '70 che mostra "Propaganda Live". Ce l'hanno, un piano.
Loro, creature del sottosuolo, finiti a piegare cartoni di pizza per due soldi, e non riescono a far bene neanche quello. Ma quel piano è accorto, geniale. E mentre prende forma, in noi spettatori nasce una straordinaria, sorprendente euforia.
Se giochi bene le tue carte, se fingi bene, se tutti fanno bene le loro mosse, forse ce la fanno. E ritrovi, nella famiglia di Ki-woo, la commedia all'italiana, I soliti ignoti di Gassman e Mastroianni finiti chissà come in Corea. E tifi per loro, per il loro piano. No, non ve lo diciamo il piano: magari dovete ancora vederlo, il film.
Basti dire che ci sono due mondi. Speculari, opposti. La città-groviglio, umida, marcescente, quella del seminterrato, dei mille accrocchi di cavi elettrici fra le case, degli ubriachi che orinano. E la casa dei ricchi che sembra disegnata da Frank Lloyd Wright, linee, lisce, levigate, perfette, casa che respira pace, benessere, silenzio, comfort. Una casa con una immensa finestra, che sembra uno schermo di cinema su un parco bellissimo. E la sua famiglia di ricchi, i Park, marito bello, dinamico, assente; moglie che, con i soldi, può permettersi il lusso dell'innocenza, dell'ingenuità. Una figlia adolescente in tempesta ormonale, e un bimbo segnato da un trauma infantile.
Viene da pensare a un vecchio, bel film di Franco Brusati, Pane e cioccolata: Nino Manfredi in Svizzera, emigrante povero e scuro, che finisce a vivere in un pollaio e a sbirciare, da dietro una rete, gli svizzeri biondi e belli che vanno a cavallo. Poco prima, Manfredi era finito a lavorare nella villa di un miliardario, una villa che ricorda quella dei Park. Chissà. In fondo, se Bong Joon-ho ama Gianni Morandi al punto da scegliere "In ginocchio da te", come colonna sonora di una sequenza chiave del film, potrebbe anche aver visto un film con Nino Manfredi.
Ma insomma. Parasite sarebbe già una commedia deliziosa, nel suo raccontare questo infiltrarsi dei poveri nella vita quotidiana, nelle abitudini, nei pensieri dei ricchi, come un virus che entra nel loro sangue. La lotta di classe raccontata senza slogan, bandiere, ideologie, operai, picchetti. La lotta di classe raccontata con classe.
Ha inizio con la ricerca disperata di una connessione wifi gratuita la storia della famiglia Kim. In pochi minuti Bong Joon-ho delinea il quadro sociale della vicenda che andrà a narrare e l'importanza che la tecnologia è destinata a svolgere in Parasite. È attraverso gli strumenti della contemporaneità, infatti, che il ceto più abbiente sorveglia, sfrutta e finisce per soggiogare quello più bisognoso, obbligato a un riscatto che passa attraverso l'alfabeto Morse, un linguaggio così obsoleto da diventare un codice segreto, ignoto ai più. Ma contemporaneamente è la tecnologia a consentire ai Kim di studiare nuovi modi di indossare maschere sociali e infiltrarsi così nella famiglia Park, cercando di mungere a più non posso la mucca dell'alta borghesia. Oltre a non attenuare minimamente il social divide, quindi, la digitalizzazione della società rende tanto i Kim che i Park prigionieri dello stesso sistema, che sollecita in entrambi pulsioni insane e competitive, tali da condurre a un inevitabile conflitto. Ma non è più (solo) una questione di proprietà dei mezzi di produzione e di forza lavoro.
Attraverso una commedia dell'inganno che trascolora in tragedia, ispirandosi alla lezione di Marco Ferreri e Claude Chabrol, il regista Bong Joon-ho racconta le scatole cinesi che imprigionano l'umanità nel capitalismo odierno, un panopticon spietato in cui è impossibile distinguere gli esseri umani da cavie da laboratorio.
Niente avviene per caso nel cinema di Bong Joon-ho, e specialmente in Parasite, sovra-scritto e sovra-pensato in ogni minimo dettaglio, per meglio realizzare il progetto dell'autore. Non appartiene al caso neanche la scelta dei nomi delle due famiglie protagoniste: Kim e Park, ossia i due cognomi più diffusi in Corea del Sud. Se il film fosse stato concepito in Italia avrebbero potuto diventare i Bianchi e i Rossi, con aggiunta di ulteriori significati politici alla contrapposizione in atto tra due caste vicine e insieme remote e irraggiungibili.
La convivenza forzata di Kim e Park investe la dimensione privata e mostra in ogni aspetto che "il denaro è un ferro da stiro", come pronuncia nel film il personaggio di Chung-sook. La ricchezza consente di eliminare rughe dal viso e pieghe fastidiose dalla propria personalità, dove ai reietti obbligati a vivere nei seminterrati, come i Kim, toccano cattivo cibo, cattivi odori e persino pipì e intossicazioni da insetticida.
Bong torna su temi sensoriali già affrontati nell'esasperazione da monster movie di The Host, in cui i rifiuti riservati ai ceti meno abbienti sono tangibili e disgustosamente percepibili, mentre una fetta della società vive in una bolla di privilegio e di falsa meritocrazia. Un microcosmo artificioso, in cui i nomi coreani sono accantonati in favore degli americanissimi Kevin e Jessica, alla maniera in cui gli zar a corte parlavano francese per distinguersi dal russo della marmaglia. Ieri in The Host l'America produceva rifiuti tossici che davano vita a un mostro antropofago, oggi in Parasite sono i Kim a svolgere la stessa funzione, rovesciando la quiete dei Park mentre questi arricciano il naso, offeso dall'inconfondibile olezzo di specie umana.
Commedia nerissima di lotta di classe, con punte grottesche, di quelle che sapevamo fare anche in Italia. Una famiglia di balordi che si arrangiano, confinati in un sottoscala. La svolta quando il figlio riesce a farsi assumere in una fami-glia ricca come insegnante. E poco a poco piazza anche i familiari sotto falsa identità. L'eleganza della regia (notevole l'uso dello schermo panoramico per descrivere [...] Vai alla recensione »