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Oscar 2020, irruzioni dal 'sottosuolo'. Vittoria storica per Parasite

In un'edizione criticata per la sua mancanza di diversità (culturale ed etnica) vince proprio la diversità. Al film di Bong Joon-ho gli Oscar al Miglior Film, Miglior Regia, Miglior sceneggiatura originale e Miglior film internazionale.
di Marzia Gandolfi

Parasite

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Bong Joon-ho (50 anni) 14 settembre 1969, Daegu (Corea del sud) - Vergine. Regista del film Parasite.
lunedì 10 febbraio 2020 - Oscar

Era già tutto scritto, o quasi, nelle nomination della 92ma edizione degli Oscar, il cui conservatorismo appariva come un'ultima provocazione ai cambiamenti culturali della società contemporanea. Si era già detto molto sull'assenza di autrici nella cinquina 'Miglior regia' e sulla scarsa rappresentazione delle minoranze tra gli attori e le attrici. Si aggiunga, a titolo di esempio, che le 24 nomination raccolte da Netflix, riguardano figure dell'establishment tradizionale, Martin Scorsese o Scarlett Johansson, Anthony Hopkins o Laura Dern.

Restavano due casi marginali, Joker e Parasite.

Il film di Todd Phillips poteva valere a Joaquin Phoenix il suo primo Oscar, il film di Bong Joon-ho la ricompensa a un regista non americano. Una favola che avrebbe reso un po' di giustizia e di originalità a una cerimonia che ne mancava crudelmente. E così incredibilmente è stato. Un Oscar all'interpretazione allucinata di Phoenix e quattro Oscar a Parasite di Bong Joon-ho (Miglior film, regia, sceneggiatura originale, film internazionale).
 

Con il trionfo di Parasite, primo film sudcoreano ricompensato a Los Angeles dall'Academy of Motion Pictures Arts and Sciences, la 92ma edizione degli Oscar entra di diritto negli annali.
Marzia Gandolfi, MYmovies.it

Favola sociale improntata al ménage dei generi e alla rottura dei toni, Parasite è un film limpido e misterioso, un ingranaggio accattivante e complesso che coglie lo spettatore dove non si aspetta coi suoi coup de théâtre, il suo senso della suspense e dell'ironia.

Già ricompensato con la Palma d'oro alla 72ma edizione del Festival di Cannes e poi al Golden Globe come Miglior film straniero, Parasite è l'inimmaginabile in cui tutti speravano ma che nessuno si aspettava. 1917 di Sam Mendes partiva favorito dopo i due Golden Globe (miglior film drammatico e miglior regista) ricevuti il 5 gennaio e i 7 BAFTA vinti 'in casa' dieci giorni fa. Tuttavia, l'audace film di guerra britannico merita tre Oscar tecnici (sonoro, fotografia, effetti speciali), il plauso della critica e un incredibile successo di pubblico.

Se Parasite ha creato la sorpresa, sul versante degli attori l'Academy privilegia i grandi favoriti: Joaquin Phoenix vince a 45 anni il suo primo Oscar, dopo essere stato nominato tre volte, di cui due per un ruolo principale, Renée Zellweger, premiata per la sua interpretazione della leggenda di Hollywood Judy Garland, aveva già vinto un Oscar nel 2004 come attrice non protagonista per Ritorno a Cold Mountain. Conferme rispetto ai pronostici sono pure Laura Dern, Miglior attrice non protagonista in Storia di un matrimonio (guarda la video recensione) di Noah Baumbach. Per l'attrice, il cui timbro familiare convoca immediatamente il mondo perturbante e sensuale di David Lynch, è il primo Oscar (meritatissimo). Laura Dern era stata nominata per la prima volta nel 1992 per Rosa scompiglio e i suoi amanti. A Brad Pitt, inserito misteriosamente nella categoria Miglior attore non protagonista, va l'Oscar per la sua interpretazione nonchalant dello stuntman melanconico di C'era una volta a… Hollywood. Un Oscar supercool che sbaraglia i veterani Al Pacino e Joe Pesci, Anthony Hopkins e Tom Hanks, e ripara l'assenza totale di Ad Astra, il sublime film di James Gray.

L'Academy, criticata per aver dimenticato la diversità culturale ed etnica, rimprovero ricorrente, ha scelto per consegnare i premi, nel tentativo disperato di spegnere la polemica, un gran numero di star internazionali e di origini diverse: la spagnola Penélope Cruz, la messicana Salma Hayek, l'israeliana Gal Gadot. Tutti gli attori e le attrici in lizza quest'anno erano di fatto 'bianchi', fatta eccezione per Cynthia Erivo (Harriet).

Le Piccole donne di Greta Gerwig si vedono invece strappare l'Oscar per il miglior adattamento non originale da Jojo Rabbit di Taika Waititi e, ironia di una sorte decisamente poco femminista, si vedono assegnare quello per i Miglior costumi mentre Bombshell, satira femminista prima di #MeToo sugli abusi sessuali di Roger Ailes, ottiene, altrettanto beffardamente, l'Oscar del trucco e acconciature.

In un'edizione lunga e piatta, nella lotta senza fine tra Netflix, Amazon e Studios, si introduce come un refolo d'aria vitale Parasite, primo film in lingua straniera a ottenere l'Oscar per il Miglior film, la ricompensa faro di Hollywood.

In risonanza con la sera della cerimonia, che mette in scena 'due famiglie', una ricca e una povera, in una lotta di classe verticale, la vittoria di Parasite suona come una salutare (e sacrosanta) intrusione, un'irruzione letterale di nuovi codici, di nuovi sguardi, di nuovi odori, una rimonta dal sottosuolo ai piani alti fino alla riconquista della pura superficie audiovisiva.

Parasite fa parte di quei film rari da raccomandare a tutti, cinefili e non, perché nessuno come Bong Joon-ho sa accordare la ricerca plastica e cinematografica con l'esigenza di un cinema popolare. Un consiglio al pubblico, l'ultimo, superate la barriera dei sottotitoli e scoprirete film sbalorditivi. Film da (quattro) Oscar.


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