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Parasite ha fatto la rivoluzione. Anzi, le rivoluzioni

Vincitore di quattro premi Oscar, il film di Bong Joon-ho è un fenomeno vero, primatista, non solo di questa epoca.
di Pino Farinotti

Parasite

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Bong Joon-ho (50 anni) 14 settembre 1969, Daegu (Corea del sud) - Vergine. Regista del film Parasite.
martedì 11 febbraio 2020 - Oscar

Abbiamo dunque assistito al fenomeno Parasite (guarda la video recensione) di Bong Joon-ho. Fenomeno vero, primatista, non solo di questa epoca. Sulla sua qualità non ci sono dubbi. Avevo puntato su 1917 (guarda la video recensione) ma non mi sento... ferito dal mio errore. Quel film d’oriente c’è, e come.

Non mi esprimo sui contenuti, i significati, i simboli eccetera, già ultra raccontati. Da storico ho cercato, a memoria immediata, che poi è quella che sollecita meglio i ricordi, di scovare un altro titolo esploso come il coreano, un “monumento miliare” che ha orientato, curvato, cambiato il percorso del cinema. Sempre a memoria: Il Potiemkin, La grande illusione, Via col vento, Quarto potere, Ladri di biciclette, Rashomon, Vertigo, La dolce vita, 2001 odissea nello spazio. Qui mi fermo. Sono tutte opere di qualità maggiore, anche di molto, rispetto a Parasite, ma sui vari piani - spettacolo, cultura, sociale, politico, storico generale, messaggi, rivoluzione - il coreano li sorpassa. 

Per cominciare un precedente non da poco, anzi, un unicum: è il primo Oscar assoluto in lingua non inglese. I premi: sappiamo, tutti i più importanti, compreso quello di miglior film di lingua straniera (adesso si dice internazionale): e mi permetto una considerazione, se è il migliore in assoluto, lo è anche in relativo. Si poteva guardare altrove. Un premio-segnale in eccesso, quasi contraddittorio. Altro dettaglio, non banale: il film aveva vinto anche il Golden Globe.

Questi americani imprevedibili. Li conosciamo, e non parlo solo di cinema, a volte sorprendono. Due memorie. Fatte le debite s-proporzioni hanno fatto la rivoluzione, quella seria, decisiva, nel 1776, mandando gli inglesi a casa loro, 13 anni prima della Bastiglia. Nel 2009 hanno eletto presidente un afroamericano quando i tempi potevano non sembrare, al mondo, ancora maturi. Presidente chiama presidente. Donald Trump, l’uomo dell’America prima di tutto, è probabile che sia rimasto infastidito, diciamo così, dalla serata delle stelle. E credo che il movimento americano, premiando un “estraneo” abbia voluto mandare un altro segnale al presidente repubblicano. Come a dire: “noi cinema, spettacolo, cultura, arte, progressismo, democrazia, prestigio” siamo capaci di guardare e valorizzare, in assoluto, se è il caso, qualcosa così lontano da noi e che neppure parla la nostra lingua. Beccati questa... 

Ancora: i premi. Lo scorso anno il film di Bong Joon-ho si è aggiudicato la Palma d’oro di Cannes, nientemeno. Un riconoscimento che pesa, in termini un po’ diversi, quanto l’Oscar. Ebbene, in tutto il percorso del cinema, solo un altro titolo è stato capace di tanto, Marty, vita di un timido, di Delbert Mann, nel 1955. Pur essendo un racconto agli antipodi rispetto a Parasite, qualche analogia sussiste. Trattasi di intenzione di cambiamento. Marty racconta di un macellaio e di un’insegnante, nel Bronx, persone del tutto normali, senza fascino, così come la storia. La scelta dell’”Academy Award”, così anomala e distante dalla tradizione dell’Oscar, sorprese tutti. In quegli anni vincevano Da qui all’eternità, Fronte del porto, Il ponte sul fiume Kwai, Ben Hur. Ma forse quel premio era anche un omaggio a un genere che allora conquistava tutti, il nostro realismo - Marty di cognome fa Piletti, guarda caso - . Nei due anni successivi Fellini si sarebbe preso gli Oscar con La strada e Le notti di Cabiria. Ma c’è di più, Ernest Borgnine, che per tutta la vita è stato un ottimo caratterista, superò competitor come James Cagney, James Dean, Frank Sinatra e Spencer Tracy. Buttali via direbbe Woody

Sì, davvero speciale questa edizione 2020 dell’Oscar. 


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