| Titolo originale | Ghost in the Shell |
| Anno | 2017 |
| Genere | Azione, Drammatico, Fantascienza, |
| Produzione | USA |
| Durata | 120 minuti |
| Regia di | Rupert Sanders |
| Attori | Scarlett Johansson, Michael Pitt, Juliette Binoche, Michael Wincott, Pilou Asbæk Takeshi Kitano, Chin Han, Chris Obi, Joseph Naufahu, Kaori Momoi, Yutaka Izumihara, Tawanda Manyimo, Rila Fukushima, Danusia Samal, Lasarus Ratuere. |
| Uscita | giovedì 30 marzo 2017 |
| Tag | Da vedere 2017 |
| Distribuzione | Universal Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 2,98 su 12 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 3 aprile 2017
La storia del maggiore Makoto Kusanagi e dei membri della Sezione di Sicurezza Pubblica numero 9 specializzata in casi in cui sono coinvolti terroristi e hacker. In Italia al Box Office Ghost in the Shell ha incassato 2,2 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Il Maggiore è un essere unico nella sua specie, il prototipo di quello che molti potrebbero diventare in futuro, e un'arma potentissima. Recuperato da un terribile incidente, il corpo biologico del Maggiore è stato sostituto con uno interamente artificiale, ma il ghost, cioè l'anima, è rimasta la sua. Da qualche parte, la parte più importante, il Maggiore è ancora umana, anche se (e proprio perché) la sua natura le pone dei dubbi che la tormentano. Li sfrutta Kuze, un misterioso terrorista, che la Section 9, capitanata dal Maggiore e gestita dalla Hanka Robotics ha l'ordine di trovare ed eliminare.
Discutere, o al contrario celebrare, il grado di somiglianza tra "figlio" e "madre", si tratti della scelta di cast di Scarlett Johansson o del film di Rupert Sanders rispetto al manga di Masamune Shiro, ci sembra un esercizio non fondamentale, che sposta il fuoco altrove rispetto al film in sé, alla sua singolarità o, per restare in tema, alla sua identità.
Come la sua protagonista, Ghost in the shell parrebbe non possedere sulla carta niente di proprio e invece scopre la sua personalità man mano che procede, la va a cercare e se la conquista, proprio come lei, che quando pensa di non avere ormai più nulla di reale, comincia a trasformarsi nel corpo, a livello di immagine, e mostra una schiena che si direbbe vera.
La materia di cui è fatto il film di Sanders è certamente fatta, in parte, anche e molto del precedente di Mamoru Oshii, ma a momenti, rivisitati, rimescolati, come ogni essere è fatto di ripetizioni più o meno consapevoli, e talvolta identiche, delle "espressioni" di chi l'ha creato. E c'è dell'altro. Oshii stesso aveva operato una scelta tra le sottotrame del manga e seguito quella del Burattinaio, mentre quest'ultimo adattamento, tecnologicamente potenziato, fa un percorso diverso, oltre a contemplare una nuova trasformazione. Dopo quella dal disegno all'immagine in movimento, è ora infatti la volta del passaggio dall'animazione al live action, con nuovi innesti digitali ma anche la stessa attenzione alla continuità nella miscela, che preserva innanzitutto l'immaginario cyberpunk e la malinconia della macchina, tema fantascientifico dal fascino eterno.
Nel film di Sanders, il tono lirico della versione animata, quello che le permetteva di mettere al proprio centro una lunga sequenza musicale, disabitata dai protagonisti, non trova spazio: l'action guadagna più importanza, molte sequenze sono tese e sostenute da una colonna più abituale rispetto al genere, e la dinamica narrativa è più classica e "americana", come lo è la metafora, puntuale, del randagismo, che accomuna i cani di Batou e i ragazzini ribelli scappati di casa. È un approccio diverso, che però non compromette la direttrice tematica di un'umanità da (ri)trovare, né lascia fuori momenti più liberi, come il minuto di gloria di "Beat" Takeshi, quando pronuncia la battuta già destinata alla storia: "Mai mandare un coniglio a uccidere una volpe", o quello della protagonista di fronte alla lapide, che illumina un'altra accezione del termine "ghost".
Il finale è in tema con la sostanziale rilettura in chiave supereroistica che il film fa della storia e del personaggio originali. La consapevolezza si configura come una risposta (siamo quello che facciamo), compresa la consapevolezza di genere, e il consenso, per una volta, è un consenso informato.
In principio era il manga (1989). Ghost in the Shell, franchise giapponese degli anni Novanta, comincia dai disegni di Masamune Shirow, declinati in film, videogame, serie TV e romanzi (inediti in Italia) che hanno marcato gli anni Novanta e l'immaginario. Adatto (e animato) due volte al cinema, nel 1997 e nel 2004 da Mamoru Oshii, Ghost in the shell ritrova il respiro del grande schermo in una versione live prodotta dalla Dreamworks. Ambientazione cyberpunk e dimensione filosofica, Ghost in the shell avanza negli anni e con la tecnologia fino a New Port City, in Giappone, dove il Maggiore Motoko Kusanagi e la Sezione 9, reparto speciale della polizia che combatte il terrorismo informatico, devono scovare un misterioso hacker in grado di introdursi nei cervelli cibernetici e prenderne il controllo.
Agente in un corpo interamente cibernetico, Motoko Kusanagi ha un'anima umana, il ghost del titolo, che cova sotto la corazza (shell) ed è la causa del suo disagio. Tra distopia e utopia, corpo e spirito, biologico e tecnologico, VHS e 3D, versioni ed espansioni, Ghost in the shell concepisce una nuova natura.
Natura che nasce dall'incontro tra Motoko Kusanagi, che vive il proprio corpo come prigione dello spirito, e un puppet master, spirito artificiale affrancato da tutte le ambasce del corpo. Uno spirito che non conosce l'enclave materiale. Diversamente da Terminator, in cui James Cameron rintraccia le briciole di umanità al cuore di un mondo promesso alla robotizzazione, Ghost in the shell non contempla la lotta della carne contro l'acciaio ma interroga e comprende l'altro da sé. Eludendo qualsiasi manicheismo e trascendendo l'intrigo, Ghost in the shell è la storia di un incontro tra due esseri singolari. Il dialogo filosofico tra due aspetti incompleti dell'umanità che tendono ineludibilmente a completarsi. In uscita a marzo, Ghost in the shell è diretto da Rupert Sanders (Biancaneve e il cacciatore) e promette nel trailer l'essenza dell'originale. Sotto la complessità della trama, il manga di Masamune Shirow rivela una fenomenale profondità discorsiva su corpo e spirito, riprendendo e rilanciando le grandi linee del pensiero filosofico, da Plotino a Cartesio, costruite sullo stesso soggetto. Al fondo dell'azione il paradosso del corpo, prigione per lo sviluppo spirituale dell'individuo e insieme vettore essenziale per sviluppare lo spirito.
Dispositivo di idee, la science fiction è un genere che permette di sperimentare all'infinito, di creare città senza identità e universi onirici in cui qualche volta la tecnologia ci mette in stato di veglia, alleggerendoci del corpo. A vegliare ci pensa il Major di Scarlett Johansson. Se in Her esprimeva il bisogno di incarnarsi, in Ghost in the shell si domanda se è davvero il corpo a definire la sua identità. Procedendo in direzione ostinata e contraria, l'attrice sembra emanciparsi dal corpo e aspirare a una sorta di 'io' universale, uno spirito libero dal peso della materia. Da Philip K. Dick a Isaac Asimov, passando per Blade Runner e il dualismo cartesiano, Ghost in the shell non ha ancora esaurito la sua portata potenziale, gettando un altro sguardo sul 'postumano', avanzando in primo piano un'eroina e intervenendo sulla questione delle visioni contrapposte della figura del cyborg. Da una parte la costruzione tipicamente virile, militaresca e aggressiva dell'organismo tecnologicamente implementato (Terminator), dall'altra l'utopia cyber femminista sulle potenzialità liberatorie della tecnologia (Ghost in the shell).
Il sex-appeal dell'inorganico
Più prosaicamente, lontano dalla sottigliezza della sua filosofia e in anticipo sull'uscita in sala, Ghost in the shell è salito agli onori della stampa per la sua protagonista, Scarlett Johansson. Attaccata dai fan del celebre franchise giapponese, la DreamWorks ha difeso la sua scelta contro l'accusa di whitewashing, ovvero scegliere attori bianchi per recitare ruoli che 'bianchi' non sono. Non è certo la prima volta per Hollywood e non basterebbe una vita a elencare gli interpreti e i disastrosi effetti (qualche volta) di questa decisione. Da Laurence Olivier (Otello) a Marlon Brando (Viva Zapata!), da Katharine Hepburn (La stirpe del drago) a Mickey Rooney (Colazione da Tiffany), da Luise Rainer (La buona terra) a Linda Hunt (Un anno vissuto pericolosamente), da George Chakiris (West Side Story) a Peter Sellers (Hollywood Party), Hollywood ha praticato largamente il whitewashing e il suo corollario, lo yellow face. Tra supposti test per 'diluire' l'etnicità di Scarlett Johansson e il solo colore che pare interessare Hollywood, il verde, la polemica divampa. Provando a spostare la questione e se possibile a elevarla, è più vantaggioso chiedersi perché un'attrice di padre danese e madre polacca, possa invece interpretare la poesia high-tech di Masamune Shirow e perché i giapponesi siano stati i primi a sorprendersi dell'affaire. Sorpresi sì, perché la specificità del cinema giapponese consiste oggi nella combinazione tra la propria eredità estetica e la sua negazione. Il cinema di genere come il variegato mondo dell'animazione conduce un'interrogazione sulla società giapponese e sul modo in cui, al di là della dualità obsoleta tra tradizione e modernità, proceda a tentativi di integrare altre forme culturali, restando se stessa, dinamizzandosi ed esteriorizzandosi.
E d'altra parte il manga di Masamune Shirow conferma questo movimento mettendo in questione le distinzioni natura e artificio, spirito e corpo, organismo e macchina e offrendo l'occasione per costruire nuove forme di soggettività che superino ogni strutturazione oppositiva, in primo luogo l'annosa considerazione della tecnologia in termini positivi o negativi. Nell'ambito della riflessione sulle figure liminali come i cyborg, Ghost in the shell non sembra considerare la tecnologia né amica né ostile. La tecnologia diventa piuttosto uno spazio a partire dal quale ripensare la propria identità e la propria politica identitaria fondata sulle relazioni dicotomiche tra il sé e l'altro. La dialettica, diversamente dalla sclerotizzazione, favorisce da sempre il costante processo di ridefinizione. Nel quadro di una cultura che pratica la filosofia interculturale e la contaminazione estetica, la polemica intorno a Scarlett Johansson è priva di senso per i fan giapponesi del manga e per Sam Yoshiba, editore della Kodansha Comic, più concentrato sulla chance di un'opera giapponese di essere vista nel mondo interno. Al di là dell'indubbio colpo di marketing, Scarlett Johansson sembra tagliata per il ruolo di donna cyborg. Portatrice di un'alterità coltivata con l'alieno di Under the Skin, tradotta dalla voce viva e sensuale di Samantha (Her), smarrita nella bolla di narcisismo personale e culturale di Lost in Translation, trasferta (guarda caso) nipponica in cui esplorava Tokyo coi tempi del jet lag, l'attrice americana sembra l'ultimo confine che separa l'interno dall'esterno, l'interiorità dall'esteriorità, la profondità dalla superficie. In un cast multietnico che contempla Takeshi Kitano e Michael Pitt, Rila Fukushima e Juliette Binoche, Scarlett Johansson, dopo essere stata la voce più carnale del cinema, s'impone allo spettatore dentro un corpo-armatura che evidenzia con le forme femminili una bellezza irreale. Trasformato in perfetto feticcio sessuale e mascherato dall'esaltazione della natura meccanica dell'organismo, il corpo dell'attrice sembra rivelare la meccanica dell'io interiore.
Giunture, pelle sintetica, levigatezza, candore, flessibilità, resistenza, elasticità, Scarlett Johansson materializza il sex-appeal dell'inorganico, emancipato dal desiderio e dall'apparenza delle forme, e si tuffa letteralmente in un'avventura che potrebbe costituire un percorso di sovversione del femminile. Non ci resta che aspettare. Aspettare e vedere dove condurrà l'alleanza tra la tecnologia e la donna. E scoprire in quale piega dell'universo enigmatico di Masamune Shirow si è nascosto Michael Pitt, l'unica star del cast a non comparire nel trailer.
In un futuro prossimo uomini e macchine saranno sempre più vicini e pressochè inscindibili. Le intelligenze artificiali e i corpi umani si fondono creando degli ibridi, o umanoidi, con capacità straordinarie mentre i loro corpi e le loro menti sono costantemente legate alla rete, ad Internet. In questo futuro tutto è digitale, tutto passa attraverso internet e la realt&agra [...] Vai alla recensione »
Le rivendicazioni sociali nel campo della cultura cinematografica sono davvero bizzarre. Vedendo Ghost in the Shell appare abbastanza evidente che Scarlett Johansson rappresenta una immersione divistica occidentale in un mondo completamente orientale quanto a immaginario, gusto, attori, sensibilità.
Il cosiddetto whitewashing (appropriazione "bianca" di storie e miti non occidentali) in questo caso non c'entra nulla, anzi dà vita a una sorta di ragionamento interno alla storia sulla impossibilità di incarnare manga e anime senza far emergere inevitabilmente il ricordo di quella tradizione.
Una Johansson particolarmente spaesata - e, diciamo la verità, proprio sulla consapevolezza di questa impotente ibridazione si giocano le discussioni tra chi ha amato il film e chi lo ha detestato per la sua debolezza figurativa - tanto che sembra lei stessa, in quanto attrice, invasa dai fantasmi della cultura giapponese e allucinata dai glitch di altre forme di recitazione. La stessa scomposizione del volto in sezioni mobili, la geografia del corpo (esaltato da Rupert Sanders nella sua piccolezza e compattezza), il tema della personalità nascosta nel cyborg ospitante (il ghost nello shell) potrebbero far parte tutti di un disegno divistico di collocazione della star americana, sempre più orientata verso un certo tipo di personaggio.
Un cervello, un corpo, la creazione di una nuova vita sintetica. Così cominciano i 14 minuti - essenzialmente estratti dall'incipit del film - di Ghost in the Shell, visti in anteprima, come preview dell'evento che verrà.
I numerosi otaku infastiditi dal cambio di nome e dal whitewashing legato alla presenza di Scarlett Johansson forse troveranno un po' di pace: le atmosfere originarie del manga di Shiro Masamune e dell'adattamento cinematografico di Mamoru Oshii sono riprodotte fedelmente, in un credibile, e credibilmente futuribile, universo cyberpunk.
La travolgente sequenza iniziale di Ghost in the Shell impressiona. Non è un verbo che oggigiorno si possa spendere invano, considerato il livello di abitudine delle nostre retine alle meraviglie tecnologiche. Ma da quanto visto sin qui sembra di poter affermare che quel gap avvertito negli '80 di Blade Runner o alla fine dei '90 con Matrix possa appartenere a Ghost in the Shell, specie se saprà fornire anche un'ossatura narrativa all'altezza e un ritmo adeguato al compito. Lo spirito della lanterna magica, del cinema sci-fi come stupore e come visione di quel che ancora la contemporaneità non contempla, sembra preservato, ad uso e consumo di moltitudini che auspicabilmente affolleranno multisale tecnologicamente attrezzate allo scopo.
Nessuno snobbi la saga solo perché Hollywood la porta sugli schermi in versione blockbuster. Senza azzardarci a stuzzicare la la setta onnisciente degli adepti, si può dare per noto l'elenco di album, film, serie tv, videogiochi generati da "Ghost in the Shell", il manga di Masamune Shirow pubblicato nel 1989 che ha marchiato indelebilmente il filone fantascientifico cosiddetto cyberpunk tramandando [...] Vai alla recensione »