
Continua il saggio di Pino Farinotti sul racconto dei bambini nel mondo della settima arte. Ecco la quarta parte.
di Pino Farinotti
Nella terza parte del saggio i protagonisti erano gli scrittori che si sono dedicati ai bambini. È bene ricordarli: Twain, Rawling, Dickens, Lee, Hemingway, Fitzgerald, Kipling, James. Mi sono accorto di un’omissione, una mia dimenticanza colpevole. Ho ignorato un gigante. Devo riparare. Trattasi di Lev Tolstoj. Il suo impegno è enorme ma rimando a due opere senza le quali la letteratura sarebbe… mutilata, "Guerra e pace" e "Anna Karenina". Testi ai quali il cinema si è molto dedicato. La lezione, chiamiamola così, del russo vale per tutto il corpo della scrittura e della cultura. I suoi modelli e le vicende sono onnicomprensive: il sentimento e il dolore, l’azione, l’amore, la Storia, la guerra, la società, gli individui, la generosità, la pietà. La vita.
Anna Karenina (Clarence Brown 1935) con Greta Garbo si è sempre imposta, e si impone, rispetto a tutte le edizioni che sono seguite. Anna ha un figlio di nove anni, Sergei. Si innamora del conte Vronsky e decide di lasciare il marito Karenin, che si prende la sua rivincita togliendole Sergei. La sofferenza di madre e bambino è profondissima. Il piccolo cerca di incontrare la mamma ma il padre lo scopre e lo punisce. La performance del piccolo Freddy Bartholomew ha fatto storia e ha commosso tutti. Due anni dopo Freddy si sarebbe ripetuto in Capitani coraggiosi dal già citato Kipling.
I REGISTI
Charles Lamont è un regista che pochi ricordano, era un buon artigiano ma ha svolto un compito storico, una vera missione, ha diretto 9 film con Shirley Temple. La bambina del secolo. Shirley non lasciava spazio, vampirizzava tutto e tutti. Se c’era lei niente contava nel film, regista, attori, partner. Ed era legittimo, ci stava, perché la bambina sapeva recitare, cantare, ballare, muoversi, sedurre, quando aveva tre anni, toccata da una grazia sconosciuta. Il suo primo film, Baby Burlasks è del 1931 quando lei era treenne. Divenne per anni la reginetta del box office. I film con Clark Gable, Astaire e Rogers, Tyrone Power, messi insieme non incassavano come i suoi. Divenne un fenomeno di costume come mai si era visto. Così come le venne costruito un merchandising abnorme: fumetti, bambole, pubblicazioni, nastrini, braccialetti, fermacapelli, e un’infinità di altri prodotti col suo marchio. Quando non poté più fare la bambina nei film seppe adeguarsi secondo l’età, recitò da adolescente e da giovane. E certo, una come lei non ebbe problemi. Fu in quelle stagioni che entrò nel cast di registi come John Ford, John Cromwell e William Dieterle. Da adulta ebbe un’infinità di incarichi diplomatici. Una citazione è indispensabile: fu rappresentate degli Stati Uniti presso l’ONU dal 1969 al 1970. Mi dispiace per Lamont regista, ma… Shirley era la bambina del secolo.
In quegli anni nasceva e faceva i film un altro fenomeno. Judy Garland. Era la risposta della Metro alla Fox che aveva a contratto Shirley Temple. Judy era più grande di tre anni e nel 1939, sedicenne, divenne l’altra reginetta di Hollywood per la sua interpretazione di Dorothy ne Il mago di Oz. Questa volta il regista c’era, e come, e fu appena oscurato, Victor Fleming, che in quello stesso anno diresse Via col vento. Due pietre miliari in quel 1939, che molti considerano l’anno eroico del cinema. Mickey Rooney, partner di Judy in molti film disse: quando lei arrivò agli Studi le vedevi addosso il talento come una gobba. La Metro, non le diede respiro per anni sfruttando quella miniera d’oro. Judy possedeva una voce potente e unica, in quegli anni dominava come cantante. Seppe evolversi anche come attrice fornendo performance (È nata una stella, Vincitori e vinti) che le diedero due nomination all’Oscar. L’american Film Institute l’ha collocata all’ottavo posto “tra le più grandi star della storia del cinema”.
Steven Spielberg. La sua visione del cinema, è notorio, è assoluta e ad alto livello. Ha raccontato tutto e spesso a propria immagine e somiglianza. Come a volte premetto, sono indispensabili delle omissioni per ragioni di spazio, specialmente per uno come lui. Sono eloquenti i premi: 20 candidature all’Oscar, tre vittorie con Schindler's List (guarda la video recensione) (film e regia) e Salvate il soldato Ryan (regia). Questi titoli già hanno un significato, ma sono gocce nel mare. La sua attenzione per i bambini riporta altri titoli. Ancora Schindler's List: come non ricordare quella bambina evidenziata in rosso, che cammina in mezzo agli adulti verso i forni crematori.
Nel dicembre del 1941 il Giappone invade la Cina. Accade nel film L’impero del sole del 1987. Gli occidentali sfollano da Shangai. Il piccolo Jamie si perde nella confusione generale. Non riesce a ritrovare i genitori. Finisce in un campo di concentramento giapponese, per fortuna si fa un amico, Basie, che sa come sopravvivere in quelle condizioni. Ma poi il piccolo deve vedersela da solo. Ne passa di tutti i colori. Riesce a sfamarsi perché gli americani sganciano cibo coi paracadute. Ha la percezione dell’immane lampo della bomba atomica. Finisce in un campo americano. È stremato e irriconoscibile. Ma miracolosamente arrivano i genitori e …lo riconoscono. In quella sequenza Spielberg dà il meglio di sé. Ma il regista non ignora la sacralità dell’infanzia.I Fabelmans è un suo titolo assolutamente personale. Racconta sé stesso a cinque anni incantato dal film Il più grande spettacolo del mondo, del 1952, di De Mille. Dirà: uscito da quella sala, piccolo com’ero, decisi quello che avrei fatto nella vita.
Molte parole per Steven Spielberg, per forza.
Martin Scorsese. Spielberg - Scorsese, siamo lì. È un altro cineasta che ha scrutato il mondo e l’animo umano, raccontando il carattere istintivo e violento dell’uomo, il rapporto con la criminalità, la religione e la propensione al peccato. Scorsese era un poeta della regia, con momenti visionari, di virtuosismo, di invenzioni mistiche e fantastiche che lo distinguono da tutti gli autori contemporanei compreso Spielberg. Ha vinto, oltre al resto, un Oscar, una Palma d’oro e un Leone d’oro.
Nasce e vive la prima parte della sua vita nel Queens (New York). Il padre era un lavandaio e la madre una sarta. Scorsese diceva: “Quando si è stati allevati a Little Italy, che cosa diventare, se non gangster o prete? Ora, io non potevo essere né l'uno né l'altro.”. Tuttavia la fede religiosa è sempre stata un suo mantra oltre alla “fede per il cinema”. Diceva di sentirsi a proprio agio solo in chiesa o in una sala cinematografica. La sua fede… poco ortodossa il regista la esprime nell’ Ultima tentazione di Cristo. Un personale Vangelo secondo Scorsese dove Gesù agonizzante sulla croce vagheggia una vita da marito e padre di famiglia con Maria Maddalena. Il film fece scandalo. Martin dovette difendersi. La sua “ditta” con Robert De Niro ha prodotto titoli importanti, è notorio. Infine l’impegno verso i bambini.
Il dodicenne Hugo Cabret vive nascosto nella stazione di Paris Montparnasse. Rimasto orfano, fa funzionare gli orologi della stazione E sogna di riparare l’automa che conserva nel suo nascondiglio. Conosce un uomo triste e misterioso che possiede un negozio di giocattoli. E qui Martin fa Scorsese, inserisce le sue fantasie sul cinema. Il “misterioso” è nientemeno che Georges Meliès il padre degli effetti speciali e dell’animazione. Hugo ci arriva attraverso il rapporto con l’automa. Il bambino e il regista attraversano le immagini e gli artisti che hanno creato il cinema.
Clint Eastwood. Tutti ricordiamo il monte Rushmore di Hitchcock, con le quattro effigi di Washington, Jefferson. Lincoln e Teddy Roosevelt, i presidenti dominanti le loro epoche. Un ideale “Rushmore” dei registi potrebbe senz’altro accogliere gente come Spielberg, Scorsese e Eastwood. Pochi avrebbero da ridire. Il quarto posto forse apparterebbe a Coppola, che presenta molte affinità coi “tre”, ma io lo assegno a Woody Allen, che non mi risulta si sia mai interessato ai bambini. Clint Eastwood sì. Ha molto in comune coi colleghi a cui mi sono dedicato. Con una nota che va detta: Clint ha 95 anni e continua a fare film davanti e dietro la macchina. E la qualità non ne risente. Un’altra nota è questa: in chiave di premi Eastwood sorpassa gli altri due. Stando all’Oscar, ne ha vinti cinque. Rispetto alla sua infinita filmografia secondo la solita regola della selezione non può che emergere la trilogia del dollaro di Sergio Leone e la serie di Callaghan. Poi la ricerca di Clint è stata completa e profonda. Non c’è tema sociale, politico, umano, che Eastwood non abbia toccato. Compreso il tema “bambino”. Nel 1993 realizza Un mondo perfetto, nel cast ha voluto Kevin Costner, oltre che sé stesso.
Terry e Butch evadono dalla prigione di Huntsville. Sequestrano un bambino di otto anni, Philip. Terry vorrebbe liberarsene ma Butch (Costner) lo uccide e si dà alla fuga inseguito dal ranger Garnett. Fra il bambino e il grande nasce un rapporto intenso. Philip vive una vita che sognava, la madre gli aveva negato praticamente tutti i naturali desideri di un bambino. E così eccolo al Luna park, godersi lo zucchero filato, festeggiare Halloween. Si presentano molte occasioni per fuggire, ma Philip rimane sempre. I ranger arrivano e circondano Butch e il suo piccolo amico. Garnett-Eastwood dà ordine di non sparare, ma un cecchino spara. Philip, disperato assiste all’agonia del suo amico.
François Truffaut è uno dei profeti della cosiddetta nouvelle vague, una corrente che portò nel cinema regole innovatrici nel segno della cultura. Alcuni nomi fondamentali: Godard, Chabrol, Rivette, Resnais. Alcuni titoli principali: Le coup du berger (Rivette) Le beau Serge (Chabrol), Hiroshima mon amour (Resnais), Fino all’ultimo respiro (Godard). Jules e Jim (Truffaut). Il focus è su I 400 colpi di Truffaut.
Antoine, un ragazzino che la madre non ama e con un padrino che non lo sopporta, combina un guaio dietro l’altro e invece di andare a scuola se ne va a spasso con un amichetto. In casa dorme nel corridoio dove passano tutti. Non avendo affetto compensa leggendo un libro dopo l’altro. Un giorno vede la mamma baciare un uomo per strada. Per rifarsi dalla brutta sorpresa tenta di rubare, finisce in riformatorio. Da dove riesce a fuggire per soddisfare il desiderio di vedere il mare. Dopo una lunga corsa arriva alla battigia, entra nell’acqua con le scarpe. L’ultimo fotogramma è sullo sguardo di Antoine verso lo spettatore. Il rumore del mare è il segnale del sogno esaudito e della prospettiva di una vita adulta. Per molti, critica e pubblico, la corsa mozzafiato di Antoine è l’immagine più identitaria della nouvelle vague.
Per Charles Chaplin non servono parole. “È” il cinema. Scrittore e compositore al massimo livello, divo, intellettuale, artista dell’arte e della vita. Dotato di un talento completo, unico. Nessuno come lui ha dispensato evasione e felicità.. Nel 1925, dopo lunga preparazione realizzò Il monello, un titolo che si assestò, e si assesta, con altri come La febbre dell’oro e Il dittatore, nella parte più nobile della storia del cinema.
Una giovane sedotta e abbandonata affida il figlioletto alla pietà altrui. Charlot, fra espedienti, astuzie e sacrifici, riesce ad allevare il bambino evitandogli l’orfanotrofio. Intanto la mamma, che è diventata una cantante di successo è alla ricerca del figlio e promette un grosso premio a chi glielo riporterà. Un poliziotto corrotto porta via il bimbo, disperato, a Charlot e cerca di riscuotere la ricompensa Ma il vagabondo in un inseguimento per strada saltando da un tetto all’altro riesce a recuperare il piccolo e a consegnarlo alla madre. Tenerissimo è il bacio che Charlot scambia col bimbo liberato. Una citazione merita Jackie Coogan, il piccolo attore nella parte del monello. Era già un divo. Tre anni prima a otto anni aveva già dato corpo e volto a un altro personaggio del mito, l’Oliver creato da Charles Dickens.
Ma i bambini stavano a cuore a Chaplin. Nel “Re a New York” si imbatte in Rupert, un bambino chiacchierone e politicizzato, intelligentissimo, col quale polemizza alla pari. Rupert è Michael Chaplin che aveva allora dieci anni. La famiglia del piccolo è stata arrestata nel quadro della “caccia alle streghe”, una “caccia” che lo stesso Charles aveva subito. Il “re” si prende cura di Rupert, cercando di sostituirsi alla sua famiglia in prigione.
Amarcord
Altri ricordi, citazioni. Liz Taylor di Lassie e del Gran premio. Jody che adotta il Cucciolo. Diletta figlia di Rhett e di Rossella in Via col vento. Il bimbo Mark amico di Marilyn nella Magnifica preda. L’attore Tommy Rettig sarebbe stato poi il padroncino di Lassie per tre stagioni. Il popolarissimo, in quegli negli anni, “Marcellino pane e vino”. Il dodicenne Leo, legato a Marian e Ted amanti, diventa il corriere dei loro messaggi segreti in Messaggero d’amore, di Joseph Losey. I bambini cowboys assunti da John Wayne, che deve vedersela anche con la piccola rompiscatole che lo assume nel “Grinta”. Ancora Wayne, in Sentieri selvaggi di John Ford cerca per anni, e la trova, la nipotina rapita dagli indiani. Il figlio dei Kramer Dustin Hoffman e Meryl Streep. Il piccolo che Gloria salva dalla mafia. Il bambino che perde l’aereo. Il figlio di Will Smith che vive in strada col padre. Il bambino di Roberto Benigni convinto che il lager sia un posto per giocare. Il bambino con il pigiama a righe che fa amicizia col figlio di un nazista nel lager.
Le omissioni ci sono state. Ma la sostanza c’è.