Le beau Serge

Film 1958 | Drammatico 99 min.

Anno1958
GenereDrammatico
ProduzioneFrancia
Durata99 minuti
Regia diClaude Chabrol
AttoriJean-Claude Brialy, Bernadette Lafont, Gérard Blain .
TagDa vedere 1958
MYmonetro Valutazione: 3,50 Stelle, sulla base di 5 recensioni.

Regia di Claude Chabrol. Un film Da vedere 1958 con Jean-Claude Brialy, Bernadette Lafont, Gérard Blain. Genere Drammatico - Francia, 1958, durata 99 minuti. Valutazione: 3,50 Stelle, sulla base di 5 recensioni.

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Un giovane, appena uscito dal sanatorio, torna al paese dove ritrova l'amico fraterno Serge, fannullone e alcolizzato.

Consigliato assolutamente no!
n.d.
MYMOVIES 3,25
CRITICA N.D.
PUBBLICO 3,00
CONSIGLIATO SÌ
Considerato il primo film della Nouvelle Vague, il film coniuga una sceneggiatura improntata al dramma sociale con i ricordi personali di Claude Chabrol.
Recensione di Marco Chiani
Recensione di Marco Chiani

Da Parigi, François torna nel villaggio della sua infanzia per curare i postumi della tubercolosi. Appena arrivato, incontra un vecchio amico diventato panettiere e intravede Serge, minato dall'alcolismo forse per via dell'infelice matrimonio con Yvonne, che gli ha dato un figlio nato morto, ed è di nuovo incinta. Mentre stringe una relazione con la diciassettenne Marie, François cercherà di prendersi cura di Serge, mettendolo davanti alle sue responsabilità.
Considerato il primo film della Nouvelle Vague, La beau Serge coniuga una sceneggiatura improntata al dramma sociale con i ricordi personali di Claude Chabrol che, dopo la militanza critica nei Cahiers du cinéma, poté esordire grazie ad un'eredità inaspettata avuta dalla moglie. È lo stesso regista a tornare, così come vediamo fare al protagonista, nel paese di Sardent (Creuse) in cui aveva trascorso l'infanzia durante i quattro anni dell'Occupazione, imparando a conoscere una realtà fatta di giovani amori e alcolismo sociale. L'attaccamento squisitamente affettivo, eppure svegliato dalla distanza critica di chi ha conosciuto anche la vita in città, è uno dei motivi di maggior interesse di un lavoro capace di dare veridicità ai luoghi mostrati, licenziando una topografia filmica del tutto affidabile in cui lo spettatore è, da subito, immerso.
Nulla sembra essere cambiato nel villaggio, non il dottore incapace, non l'affittacamere impicciona, non i giochi in piazza dei bambini, eppure la mancanza di realizzazione ha segnato la vita dell'amico Serge, uno che "soffre più di tutti gli altri", e una diffusa assenza di speranza non porta più fedeli a partecipare alle messe di un sacerdote comprensivo e disilluso: François, interno ed esterno al luogo, tenta nel miglior modo di rendersi utile, di attivarsi in favore del bene anche a rischio di minare la propria integrità emotiva e fisica, si pensi soltanto a quella sequenza finale che riecheggia Bresson. Vagamente ispirato all'amico Paul Gégauff, il personaggio di Serge rappresenta per Chabrol il simbolo del tempo perduto, in un'impressionante continuità tra diario personale e riscrittura drammatica che è cuore pulsante di un'opera imperfetta, ma sempre coinvolgente, illuminata da momenti magici, la nevicata, e argute notazioni antropologiche, la festa da ballo.
Con un budget iniziale irrisorio, poi rimpolpato da un salvifico premio di qualità, La beau Serge venne presentato al Festival di Cannes fuori concorso, riscuotendo consenso di pubblico anche nella successiva distribuzione in sala: il successo inaspettato, spinse Chabrol a lanciarsi in fretta nella produzione di I cugini con la stessa troupe. Interpreti di entrambe le pellicole, Jean-Claude Brialy e Gérard Blain diventano, in breve, il volto del nuovo movimento, prima di Jean-Pierre Léaud e Jean-Paul Belmondo. Un esordio dolente e sincero.

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Convalescente in un villaggio dell'Alvernia, un giovane parigino ritrova un amico d'infanzia, "il bel Sergio" che, infelicemente sposato, s'è dato all'alcol. Esordio di Chabrol e battistrada della Nouvelle Vague francese di cui fu il 1° film premiato in un festival internazionale (Locarno 1958). Girato con pochi mezzi in ambienti naturali a Sardent (Creuse), è un racconto asciuttamente naturalistico che verso la fine si colora di una simbologia cristiana un po' artificiosa.

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