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Ultimo aggiornamento lunedì 23 dicembre 2019
Dopo il successo di Io, Daniel Blake, il regista torna dietro la macchina da presa per raccontare lo sfruttamento del lavoro nel Regno Unito. Il film ha ottenuto 1 candidatura a David di Donatello, 1 candidatura a BAFTA, In Italia al Box Office Sorry We Missed You ha incassato 1,5 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Ricky, Abby e i loro due figli, l'undicenne Liza Jane e il liceale Sebastian, vivono a Newcastle e sono una famiglia unita. Ricky è stato occupato in diversi mestieri mentre Abby fa assistenza domiciliare a persone anziane e disabili. Nonostante lavorino duro entrambi si rendono conto che non potranno mai avere una casa di loro proprietà. Giunge allora quella che Ricky vede come l'occasione per realizzare i sogni familiari. Se Abby vende la sua auto sarà possibile acquistare un furgone che permetta a lui di diventare un trasportatore freelance con un sensibile incremento nei guadagni. Non tutto però è come sembra.
Verso la fine dei titoli di coda si leggono queste parole: "Grazie a tutti quei trasportatori che ci hanno fornito informazioni sul loro lavoro ma non hanno voluto che i loro nomi comparissero". In questa breve frase è sintetizzata la modalità di lavoro di Ken Loach (e del suo sceneggiatore doc Paul Laverty): costruire una storia solida sul piano cinematografico senza mai dimenticare la realtà.
Quella ritratta da Ken Loach è una realtà formata da persone che nel non voler comparire denunciano implicitamente la condizione di precarietà in cui operano. Ci sarà probabilmente chi affermerà che siamo di fronte all'ennesimo comizio di un regista che non ha mai nascosto da quale parte batte il suo cuore. Bene, se questo è un comizio lo erano anche, sul piano letterario, "I miserabili" di Victor Hugo o l'"Oliver Twist" di Charles Dickens (solo per fare un esempio).
Loach non scrive romanzi, dirige film ma lo fa con la stessa passione e anche, perché no, con la stessa forma di indignazione. Non si tratta mai con lui di pauperismo, di commiserazione e tantomeno di populismo. A un certo punto del film c'è una reazione verbale da parte di uno dei protagonisti che, se non fosse che al cinema ci si comporta diversamente che a teatro, spingerebbe all'applauso. In quel momento ti accorgi di come Loach abbia saputo leggere non solo nella psicologia dei personaggi (che nel suo cinema sono sempre 'persone') ma pure in quella dello spettatore.
Anche sul piano più strettamente cinematografico il suo si presenta come un lavoro tanto partecipe quanto accurato. L'apparente semplicità del suo modo di riprendere richiede un gran lavoro con gli interpreti e fa costantemente leva sulle sue doti di documentarista capace di trasferire la realtà nel cinema di finzione. Si osservino i dialoghi a tavola in famiglia e ci si accorgerà di come vengano portati sullo schermo con la naturalezza di una candid camera. Perché Loach ad ogni film ci chiede non solo di guardare quanto accade seduti sulla nostra comoda poltrona ma di condividere i disagi e le problematiche che ci propone. Ci chiede di confrontarci con quella 'normalità' feroce che oggi, come ai tempi della rivoluzione industriale ma con più sofisticata e globalizzata malizia, il dio mercato impone.
Abby, Ricky, Seb e Liza Jane non sono supereroi, non hanno nulla di straordinario nelle loro vite. Sono semplicemente una famiglia, con le proprie difficoltà e con una unità che si vorrebbe far vacillare. Al di là dei proclami retrogradi o interessati di cui la parola 'famiglia' viene sempre più spesso fatta oggetto Ken Loach ci ricorda che elemento imprescindibile della sua coesione è, oggi più che mai, la dignità del lavoro che troppo spesso viene sistematicamente conculcata. La schiavitù non è stata abolita. Ha solo cambiato nome. Ken e con lui (in tutt'altro ruolo) Francesco non smettono di ricordarcelo.
Nè Verga nè Dickens saprebbero raccontare la bolla del " lavoro fluido", del precariato travestito da lavoro autonomo 3.0 , meglio dello spietato Ken Loach di oggi.Dopo averci regalato lacrime e magoni con il sublime Daniel Blake ,che ci ha introdotti al mondo dei navigator e del sussidio di disoccupazione ( id est reddito di cittadinanza) , Ken ci presenta la realtà [...] Vai alla recensione »
Viscerale, autentico e senza scampo, Sorry We Missed You è il condensato perfetto del Ken Loach di questo tardo periodo. A 83 anni, il regista continua a cesellare ritratti di emergenza sociale nella working class britannica ed europea, facendo seguito a Io, Daniel Blake (guarda la video recensione) del 2016 con lo spaccato di una famiglia del nord dell’Inghilterra alle prese con la morsa letale della gig economy.
Da sempre parte integrante di un rigoroso metodo artistico, il lavoro di Loach con attori non professionisti è rinomato, e legato a doppio filo ai criteri di verosimiglianza richiesti dai suoi film. Ad ancorare il suo ultimo lavoro è un intero nucleo domestico di volti non soltanto nuovi, ma legati al particolare contesto socio-economico del luogo.
In Sorry We Missed You il protagonista è Ricky, padre di famiglia sulla quarantina, già messo in situazione di svantaggio perenne dalla crisi del decennio scorso che gli ha fatto perdere sia il lavoro come operaio che la possibilità di comprare casa con un mutuo. Attirato dalle promesse di un nuovo impiego come corriere, Ricky finisce martoriato dalle condizioni proibitive delle lunghe giornate a bordo del suo furgone, per un datore di lavoro il cui modello di business è cercare di distanziarsi il più possibile da lui.
A interpretare Ricky è Kris Hitchen, rosso di capelli, stropicciato nei lineamenti, ma dotato di una vitalità sommessa che emerge all’improvviso nel corso del film. Hitchen è anche la perfetta sintesi tra attore professionista e uomo comune, abbastanza credibile agli occhi di Loach come volto di un corriere che suona il citofono per consegnare un pacco. Hitchen nasce a Salford, vicino Manchester, e in seguito si sposta a Bolton, che è più a nord ma non abbastanza a nord da sconfinare nel territorio geordie di Newcastle, dove Sorry We Missed You è ambientato (così come del resto Io, Daniel Blake, che nel nativo del luogo Dave Johns aveva trovato il suo protagonista).
Con la discrepanza geografica messa al servizio di uno dei pochi momenti di leggerezza nel film - un battibecco calcistico tra Ricky, tifoso del Manchester United, e un cliente che apre la porta indossando la maglia del Newcastle - Hitchen si conferma un avatar in transito, laddove invece quello di Daniel Blake era radicato. Da giovane, Kris mostra attitudine per la danza, e dopo la scuola si fa rapire dalla recitazione, provando a farne una carriera prima di mettere su famiglia e ripiegare su percorsi lavorativi più affidabili.
Un ventennio circa, in cui Hitchen diventa idraulico e, con i clienti che non mancano, mette da parte l’istinto artistico. C’è voluto l’arrivo dei quarant’anni per fargli riconsiderare le sue scelte, e in seguito a un momento di depressione decidere di fare del volontariato, che lo ha portato di nuovo a contatto con la recitazione. Da lì a frequentare dei nuovi corsi come attore, e poi a trovare qualche ruolo in TV, il passo è stato breve.
L’incontro con Loach è arrivato quando Hitchen si riteneva fuori tempo massimo (dopo un provino per Daniel Blake che l’attore temeva essere l’ultimo film del regista), finendo invece per regalare al due volte vincitore della Palma d’Oro un ibrido speciale tra realtà e finzione per il ruolo di Ricky. Hitchen trasuda ordinarietà, ma nel suo ritratto di un uomo disperato ci sono sfumature profonde di alto livello tecnico. Sul suo volto, in particolare, si può tracciare una mappa fisionomica di ogni colpo ricevuto, e al tempo stesso notare la spontaneità di un personaggio che non si lascia abbattere prima dello spettatore.
Lo si nota nei momenti di intimità rubata con la figlia, Liza Jane, e nei piccoli sfoghi quasi infantili, dal sotterfugio per evitare una multa fino agli scambi più tesi con il figlio Seb, in cui l’autorità paterna lascia spazio all’orgoglio ferito. Al servizio della sceneggiatura brutalmente empatica del solito Paul Laverty, Kris Hitchen trova il se stesso attore di rango sotto le spoglie pragmatiche del suo passato da idraulico - un’attività che aveva già lasciato nelle mani del figlio per tornare a recitare a tempo pieno prima che arrivasse l’opportunità di una vita.
Sono tanti anni che Ken Loach racconta la povera gente, la sua bellezza, la sua rabbia, la sua fatica di vivere. O meglio, che racconta come la gente ci finisca, povera. Sfruttata, e rabbiosa. Sono cinquant’anni che racconta questa gente con forza, con ironia, con partecipazione, con delicatezza, con rispetto, con indignazione. In Gran Bretagna, ma anche a New York o in America latina. Dovunque ci sono persone che sputano energia e vita per lavorare in condizioni meno precarie, meno rischiose, meno umilianti.
Sono cinquant’anni che sviluppa il suo racconto sull’umanità dei singoli e sulla disumanità del sistema, e non suona mai falso, mai scontato. E vorremmo non dover temere il giorno in cui quell’ometto di ottantatré anni con i capelli sottili, la voce educata, gli occhiali rettangolari non avrà più la forza di girare i suoi film appassionati, toccanti, necessari. Film mai scomposti, mai poggiati su frasi o accuse vaghe, sempre densi di dettagli, di concretezza, di verità.
È una verità che nasce, anche, dal meticoloso lavoro di ricerca di Paul Laverty, sceneggiatore di tutti i film di Loach da trent’anni a questa parte. Laverty è andato a raccoglierla, questa verità, fra i drivers delle consegne a domicilio, quelli che fanno funzionare Amazon e tutte le economie dell’ “a casa con un clic”.
Siamo a Newcastle, la stessa città dove era ambientato il precedente film di Loach, Io, Daniel Blake. Qui Ricky, sulla soglia dei cinquant’anni, cerca di reinventarsi come autista per le consegne a domicilio. Per tutta la vita ha lavorato senza riuscire a mettere da parte niente, senza poter dare nessuna scintilla di benessere alla sua famiglia. Adesso, la nuova scommessa, forse l’ultima.
“Tu non lavori per noi, tu lavori con noi”, gli dice l’uomo che gli fa il colloquio di lavoro. “Tu vieni on board, sei con noi”. Belle parole. La realtà sarà diversa. Un lavoro nel quale non puoi sgarrare, non puoi fermarti neanche se la tua famiglia sta andando a rotoli, neanche se hai le costole rotte; un lavoro dove ogni secondo di ritardo si paga, dove la parola chiave è “pay” – tutto si paga, le consegne non fatte in tempo, gli oggetti che ti rubano dal furgone – e dove ti sembrerà indispensabile una bottiglietta di plastica vuota, per orinare lungo il cammino e non perdere tempo.
Li chiamano “zero hours contracts”. Lavori da free lance puro. Dove non c’è nulla di garantito. Dove non puoi perdere un colpo, un minuto, una consegna. Per nessun motivo. Nessuna tutela del lavoro. Una nuova forma di schiavitù, dove ti illudi di essere padrone del tuo destino.
È il capitalismo allo stato puro. Ognun per sé, tutti contro tutti. Quando la situazione diventerà da allarme rosso, quando il protagonista chiederà, come ultima soluzione, il protagonista chiederà qualche giorno di permesso, il boss gli risponderà: “Vuoi saltare un giorno? Non puoi. Gli altri autisti che me l’hanno chiesto credi non abbiano problemi? Chi ha la sorella che ha avuto un infarto, chi deve operarsi; un altro ha sua figlia che ha tentato il suicidio. Alla fine c’è sempre un problema. Ma non puoi fermarti. Mai. Ai clienti non importa se ti addormenti al volante o se prendi in pieno un autobus. Gli importa il prezzo che paga, e se l’oggetto arriva in tempo”. Quando dei teppisti gli spaccano la faccia, un paio di costole e forse gli perforano un polmone, per lui ci sarà una penale di 1000 sterline per gli oggetti che gli hanno rubato.
Trova sempre dei volti magnifici per raccontare le sue storie, Loach. E sono sempre volti nuovi, spesso gente che col cinema ha avuto poco a che fare. Come questo Kris Hitchen, il protagonista: una specie di Paul Scholes orgoglioso e combattivo, capelli rossi e fede Red – Manchester United, tutta la vita. Hitchen ha fatto l’idraulico, nella vita, e poi ha guidato un furgone per le consegne a domicilio, come il suo personaggio. Ken Loach lo ha portato a recitare col suo metodo abituale, senza rivelargli la storia tutta intera, ma solo giorno per giorno: portandolo a vivere ogni momento, senza sapere il disegno finale.
Ad ogni film ti aspetti l’incrinatura, qualche attore che suona falso, che “si sente che recita”. E non lo trovi. E senti una consonanza immediata e fortissima con la moglie. Si chiama Debbie Honeywood l’attrice. Fa visite a domicilio per una ditta di servizi sociali. E si trova alle prese con vecchie fuori di testa, anziani avviliti, giovani paralitici. Senza uno scatto di nervi, di insofferenza verso quelle sofferenze. E il cinema di Loach, attento al dettaglio, dà un tocco di grande cinema, di grande attenzione umana. In una scena in cui lei e il marito sono nel letto, lui sente qualcosa: “Ma ti sei messa il Vicks?”. E lei, quasi scusandosi: “No, è che lo metto sotto il naso quando entro in case in cui c’è un odore tremendo…”. L’orrore fatto intuire, reso evidente, in una frase minuscola. Anche questo è grande cinema.
Se mettessimo in fila tutti i suoi film ci troveremmo davanti ad un universo dalle mille facce intente a raccontare una storia collettiva di dignità umana a confronto con lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e con le dinamiche economiche che stritolano gli individui.
Ken Loach è la persona più mite e gentile del mondo, ma le canta chiare e punta il dito verso chi abusa del proprio potere e decide delle vite degli altri senza scrupoli.
L'ultimo film di Ken Loach, Sorry We Missed You, accende i riflettori sul lavoro in franchising raccontando la storia di Ricky, un padre di famiglia che, perso il lavoro nell’edilizia, cerca di reinventarsi come corriere e di gestire la sua nuova attività come membro “indipendente” di un gruppo, per scoprire che la nuova schiavitù passa anche dall’illusione di diventare padrone di te stesso.
Intanto devi procurarti gli strumenti di lavoro secondo le loro regole…
È il modo contemporaneo di trasferire ogni responsabilità sulle spalle del lavoratore: il mio protagonista è costretto a comprarsi il furgone delle consegne dalla compagnia, ma mentre le sue entrare sono variabili, le rate del furgone arrivano implacabili, a scadenze fisse. E se provi a rivenderlo, il valore del furgone è già sceso, e non recuperi nemmeno l’investimento.
Così, per pagare le rate, lavori giorno e notte.
Sì, come il criceto sulla ruota. Chi è giovane, e fortunato, forse ce la fa, ma chi è adulto e ha famiglia riesce a malapena a tenere la testa fuori dall’acqua, e non può mantenere i normali rapporti famigliari.
Però ti dicono che sei un imprenditore, e danno nomi nuovi e creativi a questi lavori sfiancanti e spesso umilianti.
Fa parte dell’imbroglio: chiamano le cose con il nome opposto a ciò che veramente sono. Così Ricky diventa “proprietario di franchise” quando in realtà è solo un autista sotto schiaffo. Anche i mass media hanno una grande responsabilità in questo senso: programmi come "The Apprentice" – il cui protagonista in America era Donald Trump, non dimentichiamolo - indottrinano il pubblico a credere che chiunque possa diventare un grande imprenditore: anzi, che chiunque possa fare qualsiasi cosa, basta crederci! È una grandissima cazzata per dare l’illusione di una mobilità sociale che nella realtà non esiste, e far passare alla gente normale la voglia di combattere le diseguaglianze e la crudeltà che le caratterizza.
La crudeltà sociale è uno dei suoi temi ricorrenti.
È vero, ma c’è anche tanta solidarietà: c’è il volontariato, ci sono le ONG, la compassione individuale. È a livello governativo che regnano le divisioni. Nel Regno Unito 130mila bambini hanno trascorso lo scorso Natale in alloggi temporanei, e quest’anno sarà anche peggio.
Pensa che la situazione migliorerà dopo la Brexit?
No, peggiorerà sicuramente. Oggi i lavoratori devono vedersela con le regole assurde dell’Unione Europea, ma con la Brexit Boris Johnson e la sua gang avranno le mani libere per fare anche di peggio. Ad esempio si permetterà agli agricoltori di abbassare le loro restrizioni sanitarie per produrre alimenti a basso costo che i medio e altoborghesi non mangeranno, ma che riempiranno di antibiotici le classi più povere. E quegli agricoltori non potranno più esportare in Europa i loro prodotti, perché non saranno più all’altezza degli standard europei.
Anche la moglie del protagonista, che fa l’infermiera a domicilio, vive sotto schiaffo.
Sì, perché ha una coscienza, e se le danno venti minuti per pulire il didietro di un anziano lei ce ne mette il doppio per non lasciare una persona in condizioni meno che dignitose. Così poi le tocca correre al lavoro successivo, e non ha più tempo per fare le cose con calma.
"Sorry we missed you". Peccato che non c'era nessuno! Sta scritto in corsivo sul foglietto che Ricky lascia sulla porta di casa della famiglia cui avrebbe dovuto consegnare un pacco. Ricky è un quarantenne robusto e tatuato, un gran lavoratore che sa fare tutto e come i personaggi di altri film di Ken Loach, l'ultimo mite incorreggibile comunista, farebbe parte della classe operaia se questa un tempo [...] Vai alla recensione »