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Ultimo aggiornamento mercoledì 22 novembre 2017
Una ragazza deve impegnarsi per difendere la sua migliore amica, un grosso animale di nome Okja.
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CONSIGLIATO NÌ
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Sulle montagne della Corea del Sud, la giovane Mija divide da dieci anni una vita semplice, immersa nella natura, con la compagna di giochi Okja, un esemplare di super maiale, creato in laboratorio dalla multinazionale Mirando. Quando la Corporation si presenta per riprendersi l'animale e portarlo a New York, dove verrà incoronato vincitore di un concorso televisivo e poi mandato al macello insieme per essere commercializzato su larghissima scala, Mija non ci sta e parte alla rincorsa della sua migliore amica, imbattendosi negli intricati piani di marketing della Mirando ma anche in un gruppo di animalisti ansiosi di denunciarne i sopprusi.
Dopo aver conquistato il meritato interesse con “The host” e “Snowpiercer”, e il modo in cui superavano e ridiscutevano i confini del genere, Bong Joon Ho inciampa piuttosto vistosamente con questa favola animalista, concepita come una satira con diversi obiettivi, su tutti il nodo che lega gli interessi capitalistici e le strategie comunicative (tv e social network), un nodo che aggroviglia da un lato il filo dello storytelling e dall'altro quello della sua traduzione in immagini, e al quale il cinema contemporaneo non può non interessarsi (e con questo intendiamo anche dire che il regista coreano non è il primo a raccontare questa storia, né sarà l'ultimo). Il concetto stesso di “traduzione” è, non a caso, chiamato più volte in causa durante il film: non solo Mija parla un'altra lingua rispetto a chi la circonda, ma è anche portatrice di un'altra cultura e di un altro pensiero. Come Okja, che, di tutti gli esemplari di super maiale è quello cresciuto nelle condizioni ambientali e sociali ottimali, anche la ragazzina è, a suo modo, un esemplare unico di incorruttibilità alla tentazione del capitale, tanto che nemmeno il nonno, autentico montanaro, sfugge a tale piaga.
Appare evidente, già così, la natura schematica, per non dire convenzionale, del conflitto in gioco, e Okja , nel suo procedere, non fa che continuare su questa linea, assestandosi su un dualismo mai realmente problematizzato, che rispecchia quello, divertente e nulla più, del personaggio interpretato da Tilda Swinton (la gemella ideologicamente schizofrenica e quella testardamente businnes-oriented). È impossibile non tifare per Mija e per Okja, ma il modo in cui Bong Joon Ho allestisce il carrozzone criminal-satirico della Corporation, finisce per inghiottirlo e per obbligarlo inconsapevolmente a imitarne i meccanismi linguistici, noiosi e ripetitivi. Dell'emozione di uno Spielberg, del cinema di un Miyazaki, dell'intelligenza di un Joe Dante, non c'è qui che un'imitazione senz'anima. Per arrivare all'alba non c'è altra via che la notte, chi sceglie le scorciatoie rischia di scivolare nel vuoto.
Dopo il buon successo di Snowpiercer (suo primo film in lingua inglese), Bong Joon-ho, una volta ottenuti da Netflix 50 milioni di budget e piena libertà creativa (più che una rarità nel panorama dei blockbuster odierni), ritorna sotto i riflettori con questo suo nuovo film che lo conferma quale uno dei più interessanti registi in circolazione.