Di normale, nella sua vita, non c’è niente. Neppure le circostanze in cui si incontrarono i suoi genitori: anno del Signore – e di droghe, ribellioni, morti e resurrezioni – 1968. Lui. Il futuro padre, sta guidando un’auto. Lei fa autostop, è scappata di casa. Si innamorano, respirano a pieni polmoni la libertà: sono gli anni dei capelli lunghi fino ai piedi, del rock, di lampi e arcobaleni, di sogni lunghi, come capelli, fino all’infinito. I due vivono girovagando fra le comunità hippie, e intanto fanno dei figli: i primi due li chiamano River e Rain. Fiume, e pioggia. Lui lo chiamano Joaquin, ma i bambino non è contento: vuole farsi chiamare “Leaf”, foglia. Un altro nome legato alla natura. E intanto nascono anche Liberty e Summer.
Joaquin Phoenix cresce come in una scena di Into the Wild; o meglio ancora, per chi ha visto quel film, come nella famiglia di Viggo Mortensen in Captain Fantastic (guarda la video recensione). E anche per lui e i suoi fratelli iniziano a mancare i soldi: si esibisce in strada insieme agli altri. È River, il fratellino più grande, quello nato nel 1970, quello che sembra un angelo biondo, il più disinvolto, il più bravo. Iniziano i primi film per River: Stand by Me – Ricordo di un’estate, nel 1986, lo rende famoso a sedici anni. E poi la candidatura all’Oscar per Vivere in fuga, la Coppa Volpi per Belli e dannati. E la tragedia, la morte per un mix di cocaina, eroina, valium, marijuana. Era il 31 ottobre 1993, esattamente quarant’anni fa. Quel giorno, nel locale di Johnny Depp da dove River Phoenix sarebbe uscito in preda a convulsioni, per morire poco dopo, c’era anche lui. Joaquin. Fu lui a chiamare l’ambulanza, con una telefonata in cui gridava “He’s dying”. È morto, River, lo stesso giorno in cui morì Federico Fellini, al termine di una lunga agonia, con le pagine già pronte da giorni. “E questo, dove lo mettiamo?”, pensarono in molte redazioni.
Che cosa sarebbe diventato River Phoenix non lo possiamo sapere. Che cosa è diventato Joaquin, invece, abbiamo potuto vederlo, film dopo film. Uno dei più grandi attori del secolo, se siamo d’accordo con il “New York Times”. E siamo d’accordo, eccome.
Joaquin Phoenix è un attore capace di fare affiorare nel suo volto le emozioni più nascoste, le più scandalose, le più abissali. Non è solo una questione di prendere o perdere peso, non è neanche una questione di pura “tecnica”. È come se riuscisse a portare alla superficie una disperazione irredimibile, o un desiderio di tenerezza invincibile. È chiaro, dentro quella faccia c’è una vita. Una vita fatta anche di eccessi, di sbandi. Nel 2005 viene ricoverato per dipendenza dall’alcol, nel 2006 cappotta da solo con l’auto, nella neve: e viene soccorso da uno che passava di lì per caso, e che poi si è dileguato prima dei convenevoli: era il regista Werner Herzog. Una vita fatta anche di coraggio, di scelte precise: vegano da quando era bambino, arrestato nel 2020 a una delle manifestazioni per il clima insieme a Jane Fonda. Un Oscar, un premio come miglior attore a Cannes, due Golden Globes. E quell’amarezza che niente sembra poter cancellare. Senza gli attori, i personaggi sono solo un mucchio di parole nelle sceneggiature. Senza attori come lui, non avrebbero carne, sangue, dolore, grandezza e meschinità. Grazie a quelli come lui possiamo toccarli. E provare a scattare loro delle fotografie. Ecco cinque flash su alcuni dei suoi ruoli più iconici.




