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Ultimo aggiornamento mercoledì 15 aprile 2020
Il rinomato sarto Reynolds Woodcock e sua sorella Cyril sono al centro della moda britannica nella fascinosa Londra del dopo guerra negli anni '50. Il film ha ottenuto 6 candidature e vinto un premio ai Premi Oscar, 1 candidatura a David di Donatello, 2 candidature a Golden Globes, 4 candidature e vinto un premio ai BAFTA, 4 candidature e vinto un premio ai Critics Choice Award, 1 candidatura a CDG Awards, 1 candidatura a Goya, In Italia al Box Office Il filo nascosto ha incassato 4 milioni di euro .
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giovedì 12 marzo 2026 ore 1,15 su SKYCINEMAROMANCE
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Londra, anni Cinquanta. Reynolds Woodcock, celebre stilista, fa palpitare il cuore della moda inglese abbigliando la famiglia reale, le star del cinema, le ricche ereditiere, le celebrità mondane, le debuttanti e le signore dell'alta società. Scapolo impenitente, le donne vanno e vengono nella sua vita, offrendo compagnia e ispirazione. Lavoratore bulimico e uomo impossibile, Reynolds dispone delle sue conquiste secondo l'umore e dirige la sua maison con aria solenne, affiancato da Cyril, sorella e socia altrettanto ieratica. Mr. Woodcock ha un debole per la bellezza che riconosce in Alma, cameriera in un hotel della costa dove si è fermato per un break(fast). La giovane donna, immediatamente sedotta da quel "ragazzo affamato", lo segue a Londra e ne diventa la musa. Stabilitasi nella casa di Knightsbridge, Alma rivela presto un carattere tenace, vincendo lo scetticismo di Cyril, che la crede di passaggio, e accomodando le (brusche) maniere del suo Pigmalione. Ma la difficoltà crescente di ottenere un vero impegno da Reynolds la spinge a trovare un rimedio.
Insieme a The Master e a Vizio di forma, Il filo nascosto conferma che qualcosa è sopraggiunto nel cinema di Paul Thomas Anderson. La sua padronanza formale si tempera con accenti borderline che tracciano linee di fuga ma contemplano il ritorno.
Alla maniera dei tessuti selezionati da Mr. Woodcock, gli ultimi tre film di PTA assomigliano più a fili incrociati di trama e di ordito che alle vecchie costruzioni corali. Al climax violento o assurdo (il colpo di pistola di Boogie Nights o la pioggia di rane di Magnolia), subentra una follia lucida e irridente che minaccia i piani a ripetizione, che smarrisce gli sguardi nel fuori campo, che promette scarti, che disegna fughe interrotte. Come quella di Reynolds Woodcock davanti al sorriso enigmatico di Alma, che colloca il film tra veglia e allucinazione, lasciando planare il dubbio sul loro confine.
Opaco e sinuoso, Il filo nascosto serve due attori indefettibili che si misurano sulla scena di un'epoca (gli anni '50) sensibile alla seduzione cinegenica e in una relazione più complessa di quella che il quadro iniziale lasciava immaginare. Daniel Day-Lewis, maestro del linguaggio e della verità del corpo a discapito dell'eloquenza, trasforma il suo nel recettore di passioni di un personaggio privato di tante parole e dotato di un'aggressività a fior di pelle. Daniel Day-Lewis appartiene di fatto a quegli attori prossimi all'afasia, la cui rivolta sorda traspira dal corpo e la verità di un ruolo arriva necessariamente dall'interiore. Per l'attore inglese la performance è sempre un gesto da automatizzare, una vita da assimilare, una psicologia da dominare. A rischio di dannarsi. Questa intensità spiega una carriera e un ruolo, l'ultimo ha dichiarato l'interprete, che coltivano esigenza e rigore. Il ritratto di uno stilista senza concessioni, devoto alla sua arte, funziona come una metafora della maniera notoriamente intensa dell'attore di affrontare la sua. PTA, che ritrova Daniel Day-Lewis dieci anni dopo Il petroliere, è anche lui un maniaco assodato del dettaglio che aggiunge un'altra mano di senso a un'opera confezionata imbastendo sottotesti.
Tracce invisibili, fili nascosti, pensieri ricamati e cuciti nelle pieghe, negli orli, nei risvolti. Al loro fianco ma al centro del racconto c'è l'Alma di Vicky Krieps, rivelazione che non cessa di sorprendere di fronte a un personaggio e a un attore che hanno perfezionato il punto di incandescenza del proprio ruolo. Persuasi entrambi della propria onnipotenza, saranno ridotti all'impotenza da una donna sottostimata. Mostro di misoginia, Reynolds ha fatto dell'oggettivazione delle donne la sua professione ma con Alma il rapporto di forza si inverte progressivamente. Drammaturgicamente più forte, si impone come un personaggio di cui non sapremo mai tutto ma il cui volto dice tutto della sua maniera di attraversare il mondo. È lei a svolgere e riavvolgere l'arco narrativo di Reynolds, confidandosi a terzi e costringendolo in una forma di infantilizzazione. Regressione, del resto, perfettamente logica per un uomo ossessionato dalla madre, ideale al quale Alma vorrebbe sostituirsi prima all'insaputa di Reynolds e poi con la sua benedizione. È suo il punto di vista da cui scopriamo Reynolds Woodcock, monomaniaco fissato col magenta e i codici dell'alta borghesia. Con lei entriamo in una vita scrupolosamente pianificata dove ognuno trova il suo posto, dove le seccature vengono risolte secondo una routine stabilita, dove si respira una freddezza mortifera e sopravvive il fantasma di una madre defunta.
Il ritmo contemplativo permette al regista di osservare l'insidiosa influenza di Woodcock sulla sua musa e di sottolineare l'importanza del suo mestiere, che lo affascina quanto il cinema britannico a cui fa riferimento e a cui rende omaggio. La grazia con la quale descrive il suo lavoro, soprattutto quando è Alma a fare da modella al suo eroe, rivela una sensualità che compensa il pudore della loro relazione. Ma quello che al principio appare come un raffinato teorema romantico volge in thriller psicologico, quello che sembrava un magnifico esercizio di riferimenti (Rebecca - La prima moglie, Il sospetto) si fa opera autonoma d'eccezione.
Lo sviluppo passionale convenzionale cede il passo a un gioco di manipolazione, una codipendenza tra appassionati schiavi del dolore, coerente con l'immagine delle relazioni umane che l'autore ha l'abitudine di indagare lungo le derive del sogno americano. Tutto oppone Reynolds e Alma, a partire dalla classe sociale, ma la seduzione che esercitano l'uno sull'altra testimonia il motivo di predilezione dell'opera di PTA, la lotta tra materia e spirito. Questa lotta è messa in scena ancora una volta con precisione millimetrica dentro interni ipnotici, dove si consuma lo spettacolo affascinante di miseria e acquisto spirituale, agisce l'ideologia autodistruttiva e tossica dell'alta società londinese, la sua falsa apparenza e la nevrosi che dissimula. In un film apertamente psicologico, l'autore infila scena dopo scena verità eterne sulla dualità, l'ambiguità, l'inversione possibile dei ruoli dominante e dominato. Tutte considerazioni già presenti in The Master e in fondo ai piani muti in cui cova l'impulso viscerale dei suoi personaggi. Prima delle parole per PTA ci sono gli attori. Non serve altro per identificare lo stupore dei suoi amanti e la profondità dei loro abissi quasi intollerabili nell'ultimo testa a testa. Confronto intimo che segna la débâcle fisica e psicologica di Reynolds e insinua una frattura. Constatare che l'assoluto a cui aspira risiede altrove che nel suo perfezionismo è una presa di coscienza troppo dura da sopportare. Anche per il suo interprete.
Nella Londra degli anni '50, il rinomato stilista Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) e sua sorella Cyril (Lesley Manville) rappresentano il fulcro della moda britannica, vestendo la famiglia reale, le star del cinema, le ereditiere, le dame dell'alta società, socialiste e nobildonne. Tutte si ritrovano nello stile unico della House of Woodcock. Ma l'artista che conosce perfettamente desideri e gusti femminili, non conosce il vero amore, che ritiene un privilegio precluso a un artista del suo calibro. Così lo scapolo impenitente preferisce intrattenersi con donne diverse che gli offrono la giusta dose di ispirazione e compagnia. Finché non incontra Alma (Vicky Krieps), ragazza ambiziosa e caparbia che riesce a insinuarsi nel suo cuore come musa e amante, sconvolgendo da un giorno all'altro la sua perfetta vita su misura.
Phantom Thread, tradotto in italiano Il filo nascosto, è l'ottavo lungometraggio di Paul Thomas Anderson che per il ritratto dell'icona di stile ha scelto Daniel Day-Lewis.
Dallo sguardo enigmatico e l'aria sfuggente, l'attore britannico sembra perfetto per ripercorrere la vita di un artista illuminante, la sua creazione, il suo lato oscuro concludendo così la sua carriera. L'attore tre volte premio Oscar che aveva già lavorato con Anderson in Il Petroliere, aveva annunciato infatti che all'età di 60 anni si sarebbe ritirato. Intanto si lascia ammirare in un nuovo ruolo di carismatico che poco si preoccupa di piacere al pubblico. Noto per la sua maniacale precisione nello studio dei suoi personaggi, Daniel Day-Lewis inoltre sembra la persona giusta per esplorare l'ossessione del famoso sarto nel ricordo di Rebecca e Vertigo di Hitchcock, modelli di riferimento di Anderson.
Nonostante alcune tensioni sulla casa in stile georgiano scelta dal regista come set per ricreare l'atmosfera dell'epoca ma alquanto scomoda per la troupe, l'attore e Anderson hanno lavorato in stretta collaborazione. Insieme hanno fatto ricerche e insieme hanno lavorato alla scrittura del film. "Tutto nella casa di Woodcock era così particolare, dal tipo di sedia, all'argenteria fino alla tazza da tè, quindi dovevo coinvolgere Daniel in ogni aspetto" - spiega il regista che racconta della stessa cura per i vestiti - "Il nostro costumista Mark Bridges non poteva creare indipendentemente dei costumi e metterli in mano a Reynolds Woodcock".
Raramente ho visto un film che presenta valori estetici così alti e, nel contempo, pare creare una barriera all’identificazione dello spettatore, quasi fosse un meccanismo che seduce l’occhio e respinge il cuore. La sensazione è identica a quella suscitata da alcuni film di Greenaway –peraltro molto differenti e non assimilabili all’ultima fatica di Paul Thomas [...] Vai alla recensione »
La moda viene studiata da anni principalmente come fenomeno sociale, ancorché dotata di interesse filosofico (di cui si stanno ora occupando gli studiosi della cosiddetta "everyday aesthetics", estetica di tutti i giorni). Alla dimensione più squisitamente creativa, delle stoffe e dei tagli, sembra invece demandato tutto l'apparato dei talent show contemporanei, come l'internazionalmente celebre "Project Runway". E a sua volta, la storia della moda sembra un po' soffocata dall'imperativo del presente in continua evoluzione che il mercato pretende, riducendo il passato a un serbatoio di forme o poco più. Ecco perché non sono certo in molti a rimpiangere la moda inglese degli anni Cinquanta, un periodo post-bellico ancora segnato da un forte conservatorismo, dove le ricerche sui materiali e sulle fogge andavano più che altro a innovare sui dettagli (o sui fili nascosti, fantasmatici, appunto) piuttosto che sull'identità delle donne - le uniche, vere destinatarie delle creazioni sartoriali più originali dell'epoca: prima della rivoluzione, insomma; prima degli anni Sessanta che tutto avrebbero cambiato.
Raymond Woodcock, il designer (oggi si dice così, una volta si preferiva stilista) protagonista di Il filo nascosto (guarda la video recensione) non è un grande innovatore. Gli storici hanno rintracciato facilmente l'influenza del vero Charles James (a quanto pare altrettanto esigente e incontentabile) sul personaggio fittizio.
Gli esperti di moda hanno da una parte lamentato la scarsa fantasia dei vestiti rappresentati nel film, e dall'altra apprezzato la filologica correttezza nel raffigurare il tipo di alta società britannica che frequentava le Maison in quel periodo. Perché Anderson ha dunque scartato ogni opzione di affresco sociale della moda, per rifugiarsi invece nell'ossessione materica e creativa di un gesto sartoriale tradizionalista? I motivi, visto il film, appaiono evidenti. Il filo nascosto è un film in cui il vestito e il corpo si esprimono come unici due attori in campo, non c'è niente altro in mezzo, visto che l'unico esito possibile dell'abbigliamento è la cerimonia. Ogni cerimonia esige formalismi e liturgie senza tempo, per cui il vestito è sinonimo di eleganza e di decoro. E se manca il decoro, come accade alla nobile sovrappeso dal bicchiere facile, il vestito viene ritirato dal corpo per manifesta indegnità.
SPOILER ALERT: la breve analisi a seguire partirà dal finale de Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson, dunque se non volete sapere come si conclude la vicenda (ed è un finale a sorpresa), smettete subito di leggere. Per chi ha già visto il film, invece, è possibile fare un paragone inaspettato fra due cineasti di fama internazionale. No, non stiamo parlando di Anderson e Hitchcock, benché Il filo nascosto sia evidentemente "hitchcockiano" nella struttura narrativa. Il regista di riferimento è François Truffaut, che PTA ha descritto come l'unico in grado di "assalirlo emotivamente" perché "rispetta le regole, ma ad un certo punto ci butta sopra qualcosa di punk rock". E il paragone è con un film di Truffaut in particolare: La mia droga si chiama Julie.
Sia Il filo nascosto che La mia droga si chiama Julie raccontano un'ossessione amorosa, o meglio, la determinazione di uno dei due personaggi a far comprendere all'altro la natura profonda dell'amore, e a convincerlo a cedervi senza condizioni. E in entrambi il grimaldello per sbloccare la relazione di coppia è il veleno. Ma le relazioni fra i personaggi sono diversamente incrociate.
Ne La mia droga si chiama Julie infatti è Louis (Jean Paul Belmondo) ad essere così travolto dal sentimento per Julie (Catherine Deneuve) da accettare, come estrema prova d'amore, che lei gli somministri un topicida. Nel romanzo originale, "Vertigine senza fine" di William Irish, la morte dell'uomo era il finale. Nel film del terminalmente romantico Truffaut il finale suggerisce invece l'inizio di una nuova fase della storia d'amore fra Louis e Julie, quella in cui la donna si rende finalmente conto di potersi abbandonare a quell'uomo diverso da tutti quelli che l'hanno preceduto e al suo amore incondizionato, che come tale richiede una resa totale.
Paul Thomas Anderson si conferma uno dei più grandi registi americani di oggi, forse il più grande, con un film in apparenza diversissimo dal magnifico Vizio di forma: protagonista è Woodcock (Daniel Day-Lewis), celebre sarto inglese che, assistito dalla sorella, trova ispirazione in sempre nuove modelle-muse. L'ultima scoperta, Alma (l'ipnotica Vicky Krieps) rischia però di mettere in crisi il suo [...] Vai alla recensione »