| Titolo originale | Borg McEnroe |
| Anno | 2017 |
| Genere | Drammatico, Sportivo, |
| Produzione | Svezia, Danimarca, Finlandia |
| Durata | 100 minuti |
| Regia di | Janus Metz Pedersen |
| Attori | Sverrir Gudnason, Shia LaBeouf, Stellan Skarsgård, Tuva Novotny, Ian Blackman Robert Emms, Scott Arthur, Björn Granath, David Bamber, Janis Ahern, Jane Perry. |
| Uscita | giovedì 9 novembre 2017 |
| Tag | Da vedere 2017 |
| Distribuzione | Lucky Red |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,20 su 5 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 21 novembre 2017
Argomenti: I migliori film sul tennis
Una delle più straordinarie rivalità di tutti i tempi con protagoniste due stelle assolute del tennis che hanno fatto la storia dello sport mondiale. Il film ha ottenuto 2 candidature agli European Film Awards, In Italia al Box Office Borg McEnroe ha incassato 2 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Estate 1980. Sta per prendere il via il Torneo di Wimbledon e i due giocatori più quotati per la vittoria sono lo svedese Bjorn Borg e l'americano John McEnroe. Due tennisti, e due giovani uomini, che non potrebbero essere più diversi, almeno secondo lo storytelling dell'epoca. Borg, già quattro volte vincitore a Wimbledon, è soprannominato "Uomo di ghiaccio": algido, apparentemente privo di emozioni, una macchina segnapunti con un rovescio a due mani che è una fucilata. McEnroe, di tre anni più giovane, è detto invece "Superbrat" perché sul campo impreca, dà in escandescenze e si accapiglia con gli arbitri.
La loro rivalità, in occasione del confronto a Wimbledon, è alimentata ad arte dal circo mediatico: il dio scandinavo e il ribelle di origine irlandese, il martello pneumatico dall'ipnotica oscillazione sulla linea di fondo e il coltello a serramanico dalla lama affilata da sfoderare all'improvviso, come un gangster in uno speakeasy.
Il pubblico sta dalla parte del compassato Borg ma ama anche detestare il collerico McEnroe. E in vista dell'incontro i due campioni si studiano a vicenda, riconoscendo nell'altro la propria stessa voglia di vincere.
Il regista danese Janus Metz Pedersen mette in scena uno dei match più importanti del secolo scorso e ne sottolinea le valenze metaforiche con l'aiuto di una sceneggiatura, firmata dal regista-autore svedese Ronnie Sandhal, estremamente accessibile anche a chi non conosce la storia di quell'evento. La finale di Wimbledon '80 è rappresentata come una partita in cui il match point, se vincesse McEnroe, sarebbe in realtà uno scacco al re, e Metz Pedersen e Sandhal mostrano il percorso obbligato dei due contendenti che, per indole o per pressioni esterne, sono entrambi condannati all'eccellenza. E al contempo fotografano efficacemente la trasformazione epocale del tennis da sport di gentiluomini a spettacolo di rockstar.
Metz Pedersen attribuisce all'attore svedese Sverrir Gudnason che impersona Borg adulto una valenza cristica, ma la sua recitazione è meno efficace di quella di Leo Borg, il vero figlio di Bjorn, che ha il ruolo del padre in età preadolescente. E l'interpretazione di gran lunga migliore resta quella di Shia LaBeouf nei panni di John McEnroe, assai precisa nei dettagli, dallo sguardo da underdog agli scatti d'ira mai spinti troppo sopra le righe. L'immagine pubblica di LaBeouf come bad boy del cinema contemporaneo chiude il cerchio creando un effetto metacinematografico che giova molto alla narrazione, e rende simpatico un attore finora sgradito al grande pubblico (come era McEnroe fino a Wimbledon 1980).
Sui titoli di testa la frase di Andre Agassi tratta dall'autobiografia Open recita che "ogni partita di tennis è una vita in miniatura" e la regia di Metz Pedersen, rigorosamente convenzionale fino al match finale, esplode nel terzo atto della storia in un capolavoro di montaggio visivo e acustico che è un'affermazione cinematografica febbrilmente vitale. Fino a quel punto la narrazione si mantiene opaca come lo sguardo di Borg, nitida e precisa come un mobile Ikea, ma "un punto alla volta" procede a (di)mostrare come i due campioni siano facce della stessa medaglia. Le rispettive insicurezze trovano il proprio riflesso nell'ostentata sicumera dell'altro, le solitudini dettate da un'esistenza di camere d'albergo (benché a cinque stelle) si muovono mestamente in parallelo, le spalle incassate di Borg corrispondono alla camminata inquieta di McEnroe. E Metz Pedersen insinua il dubbio che per i due contendenti, gravati di maschere indossate per il divertimento del pubblico, il tennis fosse in fondo un esercizio privo di allegria.
Non sempre è facile riuscire a raccontare una storia vera, così com'è non è facile trasportare al cinema una storia "presa" dalle pagine di un libro. Questo significa rendere ancora più complesso il giudizio di un critico cinematrografico o di un mero apposionato di cinema come lo sono io. Lo scrivere per il cinema una storia vera rende un po' meno [...] Vai alla recensione »
Ci sono state almeno tre grandi rivalità cui ha dato vita John McEnroe, forse - in termini di talento puro - il tennista più visionario della storia della racchetta: quella con Borg, quella con Connors, e quella con Lendl. Quest'ultima si nutriva degli sprazzi finali della Guerra Fredda, con McEnroe l'americano libero come il jazz e Lendl il cecoslovacco robotico come Ivan Drago. Tra lui e Connors era invece un derby tra sbruffoni, con litigi epici a bordo rete. E infine Borg, con cui la rivalità sembrava nata apposta per dare vita a situazioni cinematografiche - e non è un caso che ora stiamo commentando un film che reca nel titolo il nome dei due straordinari giocatori.
In Borg McEnroe Janus Metz privilegia il punto di vista di Borg, con rare concessioni ai flashback del genio newyorkese, anche se mantiene per tutta la durata una certa equanimità.
Del resto, la produzione è svedese di partenza, e dunque non si poteva pretendere un racconto orientato sul protagonista americano. La cosa più intrigante di Borg, d'altra parte, era proprio il fuoco che covava sotto la cenere. Anche lui - anzi, soprattutto lui - era quello che urlava in campo e spaccava le racchette, ma solo nella fase giovanile della carriera. Successivamente, grazie a una disciplina mentale ferrea, Borg riuscì a spazzare sotto il tappeto della razionalità i suoi eccessi, confinati al fuori-campo (in tutti i sensi). McEnroe, invece, riusciva a trarre forza ed energia dalle proprie stesse scenate. Ben lungi dal deconcentrarsi, poteva lanciare insulti osceni alla quasi totalità dei giudici e dei guardalinee senza perdere lucidità nel match, anzi terremotando le quiete certezze degli avversari.
La storica finale di Wimbledon del 1980, tra Borg e McEnroe, culmine di una rivalità che metteva di fronte due stili differenti di gioco e, soprattutto, di vita, è ottimamente celebrata in questa pellicola biografica che ha il pregio di non tradire i veri protagonisti. Merito di Shia LaBeouf e, in particolare, dello straordinario (quanto a rassomiglianza con Borg) Sverrir Gudnason, perfetti nel riprodurre, [...] Vai alla recensione »