La fama di Grandier, frate corrotto e libertino nella cittadina di Loudun, eccita la curiosità della superiora delle suore che gli propone di stabilirsi nel suo convento come padre spirituale. Espandi ▽
Loudun, 1634. La morte del Governatore sembra segnare il destino dell’ultima cittadella di Francia in cui cattolici e ugonotti convivono pacificamente: il cardinale Richelieu è intenzionato a mettere fine a questo idillio e ad abbattere le mura di cinta. Ad opporsi fieramente è un prete cattolico, Urbain Grandier, la cui condotta privata stride fortemente con l’abito talare che indossa. Oggetto del desiderio delle dame di Loudun come delle suore Orsoline, finisce per farsi troppi nemici e prestare il fianco a una persecuzione giudiziaria, ordita dal barone di Laubardemont e dall’esorcista Barre, che accusano Grandier di connivenza con il demonio. Il sacerdote si rifiuta di confessare e rivendica la sua innocenza, ma il suo destino sembra segnato.
Manifesto dell’inevitabile approdo delle ultime propaggini del free cinema britannico, da sempre nel mirino della censura, I diavoli è assurto a cult per la sua aura scandalosa e blasfema prima e per il suo monito politico poi. È il frutto dello sforzo congiunto di alcune delle migliori teste pensanti del cinema inglese: la provocatoria visionarietà di Ken Russell da un lato e le scenografie dell’eccesso di Derek Jarman dall’altro, al servizio di una parabola sul desiderio sessuale e sul rapporto tra quest’ultimo e la religiosità. Fin dalla prima alla Mostra di Venezia del 1971, la tendenza di
I diavoli a rivelare, attraverso l’oltraggio, la doppiezza insita nella morale cattolica, ha infastidito la Chiesa di Roma almeno quanto le visioni senza freni dei sogni di sorella Jeanne e dell’esorcismo orgiastico collettivo, inclusa la sequenza del famigerato “stupro di Cristo”. Ma a distanza di anni quella libertà espressiva appare in tutto il suo vaticinante splendore, come una profezia sul modus operandi del Potere e sulla sua presa ineludibile sulle paure del popolino.