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Daniele Ciprì

Daniele Ciprì è un attore italiano, regista, scrittore, sceneggiatore, fotografo, montatore, è nato il 17 agosto 1962 a Palermo (Italia).
Nel 2020 ha ricevuto il premio come miglior fotografia al David di Donatello per il film Il primo Re. Dal 2009 al 2020 Daniele Ciprì ha vinto 6 premi: David di Donatello (2010, 2020), Festival di Venezia (2012), Nastri d'Argento (2009, 2014, 2019). Daniele Ciprì ha oggi 60 anni ed è del segno zodiacale Leone.

Ciprì che visse due volte

A cura di Fabio Secchi Frau

Regista, sceneggiatore, direttore della fotografia, autore di colonne sonore e montatore italiano, conosciuto per i suoi film diretti con Franco Maresco, una collaborazione che è iniziata con gli sketch televisivi di "Cinico TV". Al centro di uno scandalo per il film Totò che visse due volte, è uno degli autori di serie A del nostro cinema che, meglio di chiunque altro, mantiene in vita ed è riuscito a mettere in scena il genere grottesco.

Il creatore di "Cinico TV"
Scoperto, assieme a Franco Maresco, dalle reti Finivest, lavora per queste al programma "Isole Comprese". Alla fine di questo lavoro, viene contattato da Enrico Ghezzi che lo vuole all'interno dei suoi programmi televisivi "Blob", "Fuori Orario" e "Cose (mai) viste" su Rai 3, nei quale presenta sketch trash che diventano dei piccoli cult per la nuova generazione, affascinata da questa nuova tipologia di fare televisione. Uno stile che non passa inosservato neanche sotto gli occhi della critica e che, per questo, è meritevole del Gabbiano d'Oro al Festival di Bellaria. Nel 1986, sempre in compagnia di Maresco, produce, scrive e dirige una serie di lavori sperimentali per la TVM, una rete televisiva palermitana, il tutto senza abbandonare la collaborazione con Rai 3 che continua con "Avanzi" e con "Cinico TV", una serie di clip in bianco e nero con interviste (o scenette) a personaggi alienati siciliani interpretati da attori non professionisti. In brevissimo tempo, il pubblico serale sembra appassionarsi alla narrazione dissacrante di azioni assurde e surreali, che ben rappresentano l'emarginazione sociale, senza troppa preoccupazione di mostrare agli spettatori anche gli aspetti più osceni e crudi. Apprezzati per aver portato l'elemento ridicolo al suo involontario eccesso comico, superano la stravaganza audio-visiva e diventano il più alto esempio del tragicomico nel piccolo schermo. La qualità dei loro lavori è talmente unica nel suo genere da essere premiata con il Premio Aristofane a Saint-Vincent.

L'esordio con Lo zio di Brooklyn
Reduce dal grande successo televisivo, approda ai cortometraggi collaborando con registi come Martin Scorsese, Samuel Fuller e Amos Gitai e riesce finalmente a dirigere con Maresco il suo primo lungometraggio: Lo zio di Brooklyn (1995). La storia (quattro fratelli che devono ospitare un boss italoamericano in contrapposizione con il boss locale) è una mera scusa per sostenere una catena di scenette estreme e provocatorie su un universo miserevole e politicamente scorretto. Rutti, peti e respiri troppo pesanti riempiono il vuoto monotono e voluto dai registi perché «Disprezziamo il pubblico come entità astratta fatta di incivili, ignoranti con gusti beceri... ma disprezziamo anche quel pubblico composto da gente convinta di saperne di più, in preda a questa moda della cinefilia dilagante, con tutti intenti a leggere le riviste specializzate soltanto per seguire una moda».

Lo scandalo con Totò che visse due volte
Ma nel 1998, scoppia lo scandalo con il suo secondo lungometraggio: Totò che visse due volte. Sul filo dell'opera precedente, il duo di registi insiste con lo shock audio-visivo descrivendo la stessa Palermo che si era già vista in "Cinico Tv", ripiena di degrado e di squallide pulsioni sessuali. Il film viene infatti accusato di blasfemia e bandito dalla televisione italiana a causa della Commissione di revisione cinematografica che tentò di impedirne l'uscita nelle sale, denunciando i due registi per vilipendio alla religione e tentata truffa. Dopo il processo, però, i registi ne uscirono assolti da ogni accusa dal Tribunale di Roma e il film venne semplicemente vietato ai minori di 18 anni. «Ci avevano chiesto di 'alleggerire' un paio di scene, soprattutto quella in cui appare la Madonna con le natiche nude. Ma noi, insieme all'avvocato Calvi e al produttore, abbiamo detto un secco no. Ci sembrava assurdo che un adulto, che so, Norberto Bobbio o il presidente Scalfaro, non potessero vedere interamente la nostra opera. Noi non siamo degli autori cinematografici come gli altri, siamo davvero al di fuori dell'industria. Noi [...] facciamo quello che vogliamo e poi ne discutiamo. Del resto non abbiamo mai avuto problemi né quando lavoravamo con la Rai né quando abbiamo fatto questo film. Non abbiamo mai discusso con i produttori, che stanno bene attenti a eventuali problemi di censura per assicurarsi i passaggi televisivi (anzi spesso sono gli stessi produttori i padroni delle tv). Queste sono tutte altre forme di censura, delle quali non ci siamo mai preoccupati. Adesso vogliamo solo che il pubblico veda il film e lo giudichi». In seguito, il Consiglio di Ministri approverà una legge che cancellerà per sempre la censura, sostituendola con un "divieto ai minori...".

Il ritorno di Cagliostro
Fra il 1999 e il 2000, realizza altri cortometraggi (Enzo, Domani a Palermo!, Steve plays Duke dedicato a Duke Ellington e Arruso dedicato a Pier Paolo Pasolini) e, nel 2003, tornano al cinema con Il ritorno di Cagliostro, presentato in concorso al 60° Festival di Venezia nella sezione Controcorrente. Il film, che si avvale della recitazione di Robert Englund e Luigi Maria Burruano, è un falso documentario sul cinema che deride gli stereotipi della settima arte.

L'omaggio a Franco & Ciccio
Nel 2004, realizzano invece un vero documentario: Come inguaiammo il cinema italiano - La vera storia di Franco e Ciccio, dedicato al duo comico composto da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, seguendone la carriera dagli esordi teatrali alla loro triste scomparsa.

I film da "solista"
Nel 2012, decide di staccarsi da Maresco e di affrontare la sua prima regia senza la collaborazione del collega, È stato il figlio, che vince il contributo tecnico per la fotografia alla 69° Mostra del Cinema di Venezia. Tratto dal romanzo omonimo di Roberto Alajmo, con Toni Servillo, Giselda Volodi e Aurora Quattrocchi, il film racconta la storia di una famiglia che sfrutta l'omicidio accidentale, da parte della mafia, di un loro membro per diventare ricca. La tragedia di un nucleo familiare diventa così la descrizione del cinismo umano sotto forma di mostruosa commedia. Nel 2014, replica l'esperienza con la pellicola La buca, all'interno del quale mette in scena la precarietà disordinata con Sergio Castellitto e Rocco Papaleo.

David di Donatello per la migliore fotografia in Vincere
Come direttore della fotografia, collabora principalmente con Roberta Torre in Tano da morire (1997), Sud Side Stori (2000), Angela (2002) e Mare Nero (2005) ma, è con il film di Marco Bellocchio Vincere (2009) che ottiene un Nastro d'Argento e un David di Donatello. A seguire, cura anche: La pecora nera (2010), The Cricket (2011), Alì ha gli occhi azzurri (2012), I calcianti (2013), La vita oscena (2013), Salvo (2013), La trattativa (2014) e L'ultimo vampiro (2014).

A teatro
Autore e regista teatrale, nel 2005, ha diretto lo spettacolo "Viva Palermo Viva Santa Rosalia" con Franco Scaldati e Mimmo Cuticchio. Inoltre, nel 2002, hanno presentato per la Biennale di Venezia, lo spettacolo multimediale "Palermo può attendere", in cui attori in scena interagiscono con attori e scenografia proiettati su tre schermi.

Ultimi film

Drammatico, (Italia - 2014), 90 min.
Grottesco, (Italia - 1995), 90 min.

News

Premiato The Master per miglior regia e interpreti maschili.
Oggi in concorso Fill the Void e To the Wonder.
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