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dal film Il divo (2008)
Toni Servillo è Giulio Andreotti
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Regista e attore campano che è stato scoperto relativamente tardi dal cinema, dato che aveva un percorso mostruosamente mastodontico nel teatro partenopeo alle spalle. La sua figura che appare sinuosa e arrendevole da una scala mobile condensa l'instancabile innamoramento del cinema per la sua recitazione: minimale, ma dotata di un'attrazione fatale che eleva al quadrato ogni minimo movimento del volto, ogni gesto. Non si può non amarlo quando scopriamo che quel suo personaggio, quel Titta de Le conseguenze dell'amore, ha molto in comune con noi, ma è complice di intrighi ben più grandi.
Cresciuto in un collegio, sceglie la scuola statale per ultimare il liceo. È la metà degli anni Settanta, vive i periodi degli scioperi, dei cortei, dell'occupazione della forte politicizzazione di estrema sinistra che stava investendo gli studenti. Sale per la prima volta su un palco alla vigilia della maturità classica, portando, con coloro che costruiranno il Teatro Studio di Caserta, il testo di Bertolt Brecht "Le visioni di Simone Machard". Con il Teatro Studio si impegnerà dai 17 ai 25 anni, attraverso spettacoli elaborati collettivamente, emergendo solo in un secondo tempo come regista.
Alla fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta, continua la sua attività teatrale, avvicinandosi, nel 1986 al gruppo Falso Movimento e quindi al regista Mario Martone, che lo imporrà nel 1992 con il film Morte di un matematico napoletano con Anna Bonaiuto, Carlo Cecchi, Renato Carpentieri, Licia Maglietta e Vincenzo Salemme. Cui seguirà Rasoi (1993) con Iaia Forte e Teatro di guerra (1998). Da lì passerà al Teatro dei Mutamenti di Antonio Neiwiller e ai Teatri Uniti, anche se nel frattempo continuerà il suo percorso cinematografico recitando per Antonio Capuano in un episodio de I Vesuviani (1997) e in Luna Rossa (2001).
Molto amato da Paolo Sorrentino, vestirà per lui prima i panni scomodi di un cantante posto tra Franco Califano e Fred Buongusto ne L'uomo in più (2001), e poi quelli dell'insonne e drogato Titta De Girolamo ne Le conseguenze dell'amore(2004), sicuramente il suo ruolo più bello. Un uomo misterioso, facoltoso, che si ritrova per ben 8 anni a vivere in un albergo della Svizzera e a nascondere un segreto che emergerà grazie all'amore di una cameriera. L'Italia del cinema gli offre i suoi premi più prestigiosi: il David di Donatello e il Nastro d'Argento come miglior attore protagonista.
Torna poi in teatro, dove mette in scena soprattutto testi di Eduardo De Filippo. Ma il cinema lo aspetta in Lascia perdere Johnny (2007) di Fabrizio Bentivoglio.
David di Donatello 2009
Nastri d'Argento 2009
David di Donatello 2009
Nastri d'Argento 2009
David di Donatello 2008
David di Donatello 2008
Nastri d'Argento 2008
Nastri d'Argento 2008
Festival di Venezia 2007
David di Donatello 2005
L'European Film Awards, l'equivalente europeo degli Oscar, ha decretato il trionfo di Gomorra che si è aggiudicato i cinque premi più importanti: Miglior Film, Miglior Regia (Matteo Garrone), Miglior Attore Protagonista (Toni Servillo), Miglior Fotografia (Marco Onorato) e Miglior Sceneggiatura. Nella categoria miglior film ha superato, tra gli altri, Il divo di Paolo Sorrentino e La classe di Laurent Cantet che aveva conquistato la Palma d'Oro a Cannes.
Dopo aver ottenuto la nomination come Miglior Film Straniero agli Indipendent Spirit Awards, importanti premi dedicati al cinema indipendente americano, continua la marcia trionfale di Gomorra in attesa del premio più importante, gli Oscar, dove, oltre alla probabile nomination come Miglior Film Straniero, può legittimamente aspirare a qualcosa di più. Nel 1998 con La vita è bella Roberto Benigni ottenne tre Oscar (Miglior Film Straniero, Miglior Attore Protagonista e Miglior Colonna Sonora), dopo aver vinto due premi all'European Film Awards (Miglior attore e miglior film). Riuscirà il cinema italiano a ripetere l'impresa?
Separatamente e senza saperlo entrambi avevano espresso il desiderio di fare il loro "incontro d'autore" con l'altro, entrambi si ammirano (anche se per motivazioni diverse) e entrambi sono tra gli attori migliori del nostro cinema.
Uno è Carlo Verdone "il comico più di successo dagli anni '70 ad oggi", come l'ha definito il curatore della serata Mario Sesti, e l'altro è Toni Servillo, capace nell'ultimo anno di essere presente nei due più importanti film italiani con ruoli determinanti. Hanno scelto l'uno scene dai film dell'altro che amano particolarmente e che ritengono emblematiche della sofisticatezza attoriale del collega e le hanno commentate per il pubblico intervenuto.
Il risultato è stata una serata che ha incredibilmente coniugato la poesia "bassa", ironica e malinconica di Carlo Verdone ai personaggi rudi, titanici e "alti" di Toni Servillo, all'insegna di una contaminazione che ha spiegato benissimo il protagonista di Il divo: "La forza di quest'incontro sta in come un comico possa raccontare attraverso la comicità zone profonde di disperazione e come alle volte un ruolo disperato possa essere efficace attraverso piccole zone di comicità".
A quasi 50 anni è uno dei volti nuovi del cinema italiano, un po' perchè si è sempre speso con parsimonia sul grande schermo, un po' perché per lungo tempo ha girato i teatri d'Italia. Figura storica del palcoscenico di ispirazione napoletana, Toni Servillo sta rapidamente recuperando il tempo perduto. Tra aprile e maggio 2008 occupa in pianta stabile le sale cinematografiche del Belpaese, con la sua rilettura della storia italiana, passando attraverso gli occhi affilati, le orecchie a punta e la gobba de Il Divo Giulio Andreotti fino a infilarsi per le strade della Gomorra del sud Italia che lui così ben conosce.
Come è arrivato, questo attore strappato a forza al teatro da Paolo Sorrentino a diventare icona del cinema di qualità italiano come dimostra il recente successo ai David di Donatello?
Il primo passo è dovuto a Mario Martone che nel 1992 lo vorrà nel suo Morte di un matematico napoletano. Già allora si parlò di autentica sorpresa, senza considerare che Servillo era già un attore dalla straordinaria esperienza e presenza scenica.
Oggi, rappresenta in pieno una scuola minimale e, per certi versi, veramente poco teatrale, senza concessione all'eccesso: uno sguardo, un sollevamento di sopracciglia raccontano molto di più di quanto possano fare pagine e pagine di parole recitate fuori dalle righe. Così, in silenzio, Toni Servillo è tra i volti più ieratici ed evocativi del cinema italiano. Senza strafare.
Ribadisco l'assunto iniziale della grande attitudine della cultura anglosassone, specie di quella britannica, al giallo. I nomi e i titoli sono stati fatti. Fra i nomi, di autori e di personaggi, che possano attestarsi sulla stessa piattaforma di qualità, non ci sono italiani. La tradizione gialla italiana ha radici decisamente meno importanti. I nostri autori hanno preferito raccontare storie di matrice sociale, fantastica, realista o intimista. O magari leggere-con-qualità. I nomi sono i soliti: Visconti, Fellini, De Sica e Rossellini, Antonioni, Risi e Monicelli. Il giallo, il poliziesco eccetera nascono da noi come generi minori, quasi non-generi. E parlo di un tempo quando i generi esistevano perché nell'era recente del cinema italiano, non esistono più. Devo davvero forzare la memoria per estrarre un giallo italiano "di genere": forse La ragazza del lago, di impianto quasi tradizionale. Il film, con Toni Servillo che indaga, diretto da Andrea Molaioli è però soltanto parzialmente italiano, essendo tratto dal romanzo della norvegese Karin Fossum. Tornando alle stagioni dei generi, la nostra scarsa attitudine, la nostra quasi dipendenza da modelli nati altrove emerge semplicemente facendo dei nomi. Gli altri avevano Bogart, noi Enrico Maria Salerno; gli altri Clint Eastwood, noi Maurizio Merli.
Ragionando "italianamente" sui generi, ecco venir fuori due talenti nostrani e smaliziati, buoni per tutte le storie: Mastroianni e Tognazzi. Il primo è il commissario ne La donna della domenica scritto dai nostri giallisti più accreditati, Fruttero e Lucentini. Mastroianni è il buon, italico poliziotto, anche in Doppio delitto, di Steno, per la penna di Moretti. Di Tognazzi ricordiamo Il commissario Pepe, di maigretiana memoria, e Il commissario Ambrosio, creato da Renato Olivieri, nostro giallista ufficiale. E poi due citazioni importanti: Franco Nero, nel ruolo del capitano dei carabinieri Bellodi ne Il giorno della civetta: e ancora Pietro Germi che fa il commissario della Squadra mobile di Roma ne Il maldetto imbroglio, tratto dal romanzo "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana". E così con Leonardo Sciascia e Carlo Emilio Gadda annoveriamo anche noi due grandi scrittori nella voce "giallo".
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