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![]() I preti votano, Dio no…
dal film Il divo (2008)
Toni Servillo è Giulio Andreotti
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Regista e attore campano che è stato scoperto relativamente tardi dal cinema, dato che aveva un percorso mostruosamente mastodontico nel teatro partenopeo alle spalle. La sua figura che appare sinuosa e arrendevole da una scala mobile condensa l'instancabile innamoramento del cinema per la sua recitazione: minimale, ma dotata di un'attrazione fatale che eleva al quadrato ogni minimo movimento del volto, ogni gesto. Non si può non amarlo quando scopriamo che quel suo personaggio, quel Titta de Le conseguenze dell'amore, ha molto in comune con noi, ma è complice di intrighi ben più grandi.
Attore autodidatta
Fratello del musicista e cantante Peppe Servillo, oggi leader della Piccola Orchestra Avion Travel, si appassiona (così come tutta la sua famiglia) al teatro fin da piccolo. Inizia a recitare all'oratorio salesiano di Caserta, dagli anni sessanta. Cresciuto in un collegio, sceglie la scuola statale per ultimare il liceo. È la metà degli anni Settanta, vive i periodi degli scioperi, dei cortei, dell'occupazione della forte politicizzazione di estrema sinistra che stava investendo gli studenti. Sale per la prima volta su un palco alla vigilia della maturità classica, portando, con coloro che costruiranno il Teatro Studio di Caserta (Matteo De Simone, Sandro Leggiadro, Riccardo Ragozzino, Eugenio Tescione e Nando Taccogna), il testo di Bertolt Brecht "Le visioni di Simone Machard". Con il Teatro Studio si impegnerà dai 17 ai 25 anni, attraverso i primi spettacoli nelle soffitte della Reggia di Caserta fino a elaborate produzioni collettive, all'interno di un palazzo di Via Maielli e di uno di Corso Trieste, emergendo solo in un secondo tempo come regista, noto in Italia ed Europa. Marito di Manuela Lamanna dal 1990, padre di due figli, Eduardo e Tommaso Alla fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta, continua la sua attività teatrale, avvicinandosi, nel 1986 al gruppo Falso Movimento e quindi al regista Mario Martone, con cui fonda i Teatri Uniti, di cui è attualmente direttore artistico.
L'influenza di Mario Martone
È a Martone che si deve il suo debutto cinematografico nel 1992 con il film Morte di un matematico napoletano con Anna Bonaiuto, Carlo Cecchi, Renato Carpentieri, Licia Maglietta e Vincenzo Salemme. Cui seguiranno Rasoi (1993), Teatro di guerra (1998) e Noi credevamo (2010). Ma continua comunque a preferire il teatro partecipando a spettacoli come "Ha da passa' 'a nuttata" (1989) e "L'impero della ghisa" (1991), entrambi di Leo de Berardinis e travolgendo il pubblico con "Sabato, domenica e lunedì" (2005) di Eduardo De Filippo, autore che lui considera dall'inizio della sua carriera il suo vero mentore e maestro.
I lavori con Antonio Capuano
Passato al Teatro dei Mutamenti di Antonio Neiwiller, continuerà il suo percorso cinematografico con Antonio Capuano in un episodio di I vesuviani (1997) e in Luna Rossa (2001).
I grandi risultati sotto Paolo Sorrentino
Molto amato da Paolo Sorrentino, vestirà per lui prima i panni scomodi di un cantante posto fra Franco Califano e Fred Bongusto in L'uomo in più (2002, con candidatura al David e ai Nastri d'Argento come miglior attore protagonista), e poi quelli dell'insonne e drogato Titta De Girolamo in Le conseguenze dell'amore (2004), sicuramente il suo ruolo più bello. Un individuo misterioso, facoltoso, che si ritrova per ben 8 anni a vivere in un albergo della Svizzera e a nascondere un segreto che emergerà grazie all'amore di una cameriera. L'Italia del cinema gli offre i suoi premi più prestigiosi: il David di Donatello e il Nastro d'Argento come miglior attore protagonista, seguito da una candidatura all'Audience Award. Replica di successi anche per Il divo (2008), sempre di Sorrentino, dove deforma il suo aspetto in quello del senatore Giulio Andreotti e per il giallo La ragazza del lago (2007). Uscirà invece nelle sale nel 2013 il ritorno - dopo la pausa di This Must Be the Place - del sodalizio tra l'attore e Paolo Sorrentino, La grande bellezza.
Altri film
Nel 2008, dà altre notevoli performances sul grande schermo con Gomorra di Matteo Garrone, interpretando Franco, imprenditore nel settore dello smaltimento dei rifiuti tossici, e in alcuni film di Elisabetta Sgarbi. Dopo essere tornato in teatro, dove mette in scena principalmente testi di De Filippo, viene diretto da Fabrizio Bentivoglio in Lascia perdere, Johnny! (2007) e, nel 2010, in Gorbaciof e in Una vita tranquilla, diretto da Claudio Cupellini e presentato nella sezione concorso della quinta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Il 2011 inizia sotto la direzione di Andrea Molaioli ne Il gioiellino, mentre l'anno successivo lo vede impegnato in due film d'autore presenti alla Mostra del Cinema di Venezia: Bella addormentata di Marco Bellocchio, ispirato alla vicenda di Eluana Englaro, e il drammatico film di Daniele Ciprì È stato il figlio, ambientato nei quartieri degradati di Palermo. Nel 2013, dopo Viva la libertà di Roberto Andò è atteso nel film di Sorrentino La grande bellezza.
Le regie liriche
Ha inoltre diretto numerose opere liriche, all'estero come in Italia: "Il marito disperato" di Cimarosa, il "Fidelio" di Beethoven per il Teatro San Carlo di Napoli e "Boris Godunov" di Musorgskij per il Teatro Sao Carlos di Lisbona.
David di Donatello 2013
Nastri d'Argento 2011
Roma Film Festival 2010
David di Donatello 2009
Nastri d'Argento 2009
David di Donatello 2009
Nastri d'Argento 2009
David di Donatello 2008
David di Donatello 2008
Nastri d'Argento 2008
Nastri d'Argento 2008
Festival di Venezia 2007
David di Donatello 2005
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La grande bellezza
continua»
Genere Drammatico, - Italia, Francia 2013. Uscita 21/05/2013. |
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“Più in basso di così c’è solo da scavare”, cantava così una bella canzone di Daniele Silvestri e comincia nello stesso modo il secondo film di Andrea Molaioli, che dissotterra gioielli e ‘gioiellino’ di un imprenditore di latte andato a male.
Ispirato dalla cronaca e da uno dei più gravi scandali della finanza globale, il regista romano ‘romanza’ il colossale crac della Parmalat di Calisto Tanzi e mette al centro del suo film un’azienda agro-alimentare gestita in maniera ‘creativa’ dalla famiglia Rastelli, abile nel falsificare i bilanci, gonfiare le vendite e ‘inventarsi’ il denaro. “Non abbiamo mai avuto intenzione di girare Il gioiellino a Parma e nemmeno di accanirci sulla vicenda e sui protagonisti reali, per questo nel film di Molaioli non ci sono riferimenti diretti. Riferimenti sottintesi per necessità di prudenza rispetto ai processi ancora in corso e poi il caso Parmalat ci interessava in quanto fenomeno paradigmatico”, ci spiega la produttrice Francesca Cima in conferenza stampa a Roma, dove Molaioli ha appena presentato alla stampa il suo Gioiellino.
Sono davvero pochissimi i film italiani dell'era recente che non presentano nel cast Toni Servillo e Giuseppe Battiston. Sono gli attori e i personaggi del momento. Il dato è esatto, facilmente misurabile, nel 2010 Battiston ha partecipato a Cosa voglio di più, Tutti pazzi per amore, Le ragazze dello swing, La passione, Figli delle stelle. Cinque film in un anno, sono tanti. Troppi, forse.
Servillo non è da meno: Gorbaciof, Noi credevamo, Un balcon sur la mer, Una vita tranquilla e Il gioiellino.
Servillo è certamente un ottimo attore, capace di performance che attraversano molti registri. Nel Divo era semplicemente un'animazione, si muoveva secondo quelle regole, gesto enfatizzato, passo veloce quando era il caso. Aveva rappresentato Andreotti come una caricatura di classe. Davvero bravo. In Gorbaciof disegna un altro carattere oltre le righe, grottesco inquietante ed efficace. Nell'immagine e nella parola. Altro grande esercizio d'attore. Battiston è diverso, un compagnone simpatico, un "carattere" corpulento e non competitivo. Anche lui molto efficace, ma Battiston è sempre Battiston, è se stesso, propone lo stesso personaggio, anche se non gli mancherebbero le qualità tecniche per altre applicazioni, venendo dal teatro di buon livello.
Attuale
Servillo e Battiston sono i modelli del modello di cinema italiano attuale. Un cinema di "carattere", dove manca quasi tutto, a cominciare dai generi. Non c'è l'avventura, il noir, la commedia, non c'è neppure il dramma umano, c'è quello politico. L'ho scritto spesso, non c'è l'eroe. I temi sociali, che affiancano l'instant, che approfondirebbero argomenti già approfonditi da altri media, prevalgono. Ottengono magari attenzione presso una certa fascia di pubblico comunque minoritaria, ma continuano a non essere compresi e frequentati dal pubblico grande. Certo, il movimento italiano è molto bravo ad autoriconoscersi, enfatizza se stesso attraverso una critica ...simpatizzante e attribuendosi premi autoctoni, ma poi tutto si ferma lì.
Correnti
Le regole correnti, ormai da molto tempo, del nostro cinema, non ammettono (quasi mai) modelli portatori di appeal, emarginano l'eroe anche estetico. E questo a fronte di momenti quasi grotteschi nei film. C'è una citazione efficace ed esemplare. Ne La nostra vita, il regista Luchetti attribuisce il ruolo di protagonista a Elio Germano, altro "carattere" e a Raoul Bova quello del fratello maldestro, incapace persino di procurarsi una fidanzata. Bova, grande appeal, attore bravo quanto Germano, viene derubricato, magari umiliato, perché bello, dunque inadatto al cinema italiano attuale. È proprio così.
Questo codice realistico-triste-sociale che si è accreditato e (auto)affermato, rimane comunque costretto nei nostri confini. Il gradimento e l'avallo del resto delle culture non ci appartiene. Ma il nostro movimento generale sembra rannicchiarsi in questo suo solipsismo. Da altre parti (quando avremo anche noi un Segreto dei suoi occhi argentino e un Concerto, rumeno?) si fanno film per il mondo, da noi si fanno film che non vanno nel mondo. Se dico che al cinema si addice l'identificazione e il sogno
qualcuno dirà trattarsi di un concetto sorpassato, antico, e nostalgico. Ma nel cinema ci sono i caratteristi e i protagonisti, se i primi diventano i secondi, alla fine il cinema ne paga il prezzo. Detto in chiave di identificazione (altro concetto non più di moda): "io spettatore vedo più volentieri Brad Pitt, piuttosto che Battiston. Io spettatrice, se devo sognare... be', Battiston lo lascio fra le ultime fantasie, e Servillo fra le penultime."
Gassman e Mastroianni erano protagonisti, non caratteristi, di un cinema protagonista.
Cultura
Anche se la cultura attuale, non solo del cinema, ha emanato e imposto altre regole, il cinema non può tradire le sue belle facoltà, quelle dotazioni primarie e inalienabili che ne hanno fatto l'evasione, anzi l'arte prevalente del secolo (scorso).
Dotazioni che se non valgono da noi, valgono altrove. Infatti, da molte stagioni i nostri titoli non figurano nei boxoffice internazionali, semplicemente perché non vengono esportati. Un'altra misura impietosa dello stato del nostro cinema sono i premi.
Ho affrontato l'argomento in altri interventi. Dunque stralcio una parte di un pezzo dello scorso anno. È preciso e... disarmante.
"Dopo Nuovo cinema paradiso il cinema italiano si è aggiudicato l'Oscar nel '91 con Mediterraneo, Oscar larghissimo per quel film, come ammise lo stesso Salvatores, e poi con La vita è bella, del '98, titolo, invece, del tutto meritevole.
Da allora più nulla. Ci siamo illusi con Gomorra, come ci eravamo illusi con Baaría.
È arrivato un altro segnale in quel senso, che sintetizzo in questo modo: l'italianità non interessa più al mondo, per lo meno a quello del cinema che ha ormai metabolizzato storie di Napoli e storie di Sicilia. C'è dell'altro da rappresentare. E poi Tornatore, col suo film da record italiano di budget, ha forse dato una sensazione troppo dichiarata di lavorare pensando all'Oscar, non riuscendo a trasferire l'intenzione di grandezza, che alla fine molti hanno percepito come enfasi.
Che il nostro cinema non sia più amato nel mondo emerge in modo cinematograficamente matematico, si può dire così. Assumo come riferimento i tre più importanti riconoscimenti del cinema, l'Oscar, il Leone d'oro di Venezia e la Palma d'oro di Cannes. Al di là della discrezionalità e spesso anche delle polemiche, credo che quei tre riconoscimenti rappresentino alla fine qualcosa di "esatto", un termine di giudizio che vale oggettivamente. La lista che segue vale senza altri commenti.
1946 Palma d'oro a Roma città aperta, di Rossellini
1947 Oscar a Sciuscià, di De Sica
1949 Oscar a Ladri di biciclette, di De Sica
1951 Palma d'oro a Miracolo a Milano, di De Sica
1952 Palma d'oro a Due soldi di speranza, di Castellani
1956 Oscar a La strada, di Fellini
1957 Oscar a Le notti di Cabiria, di Fellini
1959 Leone d'oro a Il generale della rovere, di Rossellini
1959 Leone d'oro a pari merito a La grande guerra, di Monicelli
1960 Palma d'oro a La dolce vita, di Fellini
1962 Leone d'oro a Cronaca familiare, di Zurlini
1963 Oscar a 8 e mezzo, di Fellini
1963 Palma d'oro a Il gattopardo, di Visconti
1963 Leone d'oro a Le mani sulla città, di Rosi.
1964 Oscar a Ieri, oggi, domani, di De Sica.
1964 Leone d'oro a Deserto rosso, di Antonioni
1965 Leone d'oro a Vaghe stelle dell'orsa, di Visconti
1966 Palma d'oro a Signore e signori, di Germi
1966 Leone d'oro a La battaglia di Algeri, di Pontecorvo
1967 Palma d'oro a Blow-Up, di Antonioni
1970 Oscar a Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, di Petri
1972 Palma d'oro a Il caso Mattei di Rosi a pari merito con La classe operaia va in paradiso di Petri
1972 Oscar a Il giardino dei Finzi Contini di De Sica
1974 Oscar a Amarcord di Fellini
1977 Palma d'oro a Padre padrone, dei Taviani
1978 Palma d'oro a L'albero degli zoccoli, di Olmi
1988 Leone d'oro a La leggenda del santo bevitore, di Olmi
1998 Leone d'oro a Così ridevano, di Amelio
2001 Palma d'oro a La stanza del figlio, di Moretti.
Questi sono numeri, non è, ribadisco, discrezionalità, è... aritmetica. Emerge che nelle nostre stagioni eroiche vincevamo un premio all'anno. Poi ci siamo difesi. Ma nel nuovo millennio, salvo un'eccezione ormai lontana, proprio iniziale, siamo a "zero tituli". E forse ce lo meritiamo..."
L'European Film Awards, l'equivalente europeo degli Oscar, ha decretato il trionfo di Gomorra che si è aggiudicato i cinque premi più importanti: Miglior Film, Miglior Regia (Matteo Garrone), Miglior Attore Protagonista (Toni Servillo), Miglior Fotografia (Marco Onorato) e Miglior Sceneggiatura. Nella categoria miglior film ha superato, tra gli altri, Il divo di Paolo Sorrentino e La classe di Laurent Cantet che aveva conquistato la Palma d'Oro a Cannes.
Dopo aver ottenuto la nomination come Miglior Film Straniero agli Indipendent Spirit Awards, importanti premi dedicati al cinema indipendente americano, continua la marcia trionfale di Gomorra in attesa del premio più importante, gli Oscar, dove, oltre alla probabile nomination come Miglior Film Straniero, può legittimamente aspirare a qualcosa di più. Nel 1998 con La vita è bella Roberto Benigni ottenne tre Oscar (Miglior Film Straniero, Miglior Attore Protagonista e Miglior Colonna Sonora), dopo aver vinto due premi all'European Film Awards (Miglior attore e miglior film). Riuscirà il cinema italiano a ripetere l'impresa?
Separatamente e senza saperlo entrambi avevano espresso il desiderio di fare il loro "incontro d'autore" con l'altro, entrambi si ammirano (anche se per motivazioni diverse) e entrambi sono tra gli attori migliori del nostro cinema.
Uno è Carlo Verdone "il comico più di successo dagli anni '70 ad oggi", come l'ha definito il curatore della serata Mario Sesti, e l'altro è Toni Servillo, capace nell'ultimo anno di essere presente nei due più importanti film italiani con ruoli determinanti. Hanno scelto l'uno scene dai film dell'altro che amano particolarmente e che ritengono emblematiche della sofisticatezza attoriale del collega e le hanno commentate per il pubblico intervenuto.
Il risultato è stata una serata che ha incredibilmente coniugato la poesia "bassa", ironica e malinconica di Carlo Verdone ai personaggi rudi, titanici e "alti" di Toni Servillo, all'insegna di una contaminazione che ha spiegato benissimo il protagonista di Il divo: "La forza di quest'incontro sta in come un comico possa raccontare attraverso la comicità zone profonde di disperazione e come alle volte un ruolo disperato possa essere efficace attraverso piccole zone di comicità".
A quasi 50 anni è uno dei volti nuovi del cinema italiano, un po' perchè si è sempre speso con parsimonia sul grande schermo, un po' perché per lungo tempo ha girato i teatri d'Italia. Figura storica del palcoscenico di ispirazione napoletana, Toni Servillo sta rapidamente recuperando il tempo perduto. Tra aprile e maggio 2008 occupa in pianta stabile le sale cinematografiche del Belpaese, con la sua rilettura della storia italiana, passando attraverso gli occhi affilati, le orecchie a punta e la gobba de Il Divo Giulio Andreotti fino a infilarsi per le strade della Gomorra del sud Italia che lui così ben conosce.
Come è arrivato, questo attore strappato a forza al teatro da Paolo Sorrentino a diventare icona del cinema di qualità italiano come dimostra il recente successo ai David di Donatello?
Il primo passo è dovuto a Mario Martone che nel 1992 lo vorrà nel suo Morte di un matematico napoletano. Già allora si parlò di autentica sorpresa, senza considerare che Servillo era già un attore dalla straordinaria esperienza e presenza scenica.
Oggi, rappresenta in pieno una scuola minimale e, per certi versi, veramente poco teatrale, senza concessione all'eccesso: uno sguardo, un sollevamento di sopracciglia raccontano molto di più di quanto possano fare pagine e pagine di parole recitate fuori dalle righe. Così, in silenzio, Toni Servillo è tra i volti più ieratici ed evocativi del cinema italiano. Senza strafare.
Sono state ufficializzate oggi le nomination dei David di Donatello 2013, i premi dell'Accademia del Cinema Italiano che verranno consegnati il 14 giugno durante una cerimonia condotta da Lillo e Greg (in onda su Raiuno alle 21.20).
Quest'anno a farla da padroni sono Diaz di Daniele Vicari e La migliore offerta di Giuseppe Tornatore, che hanno ottenuto ciascuno 13 candidature. A seguire Viva la libertà di Roberto Andò, con 12 candidature, ed Educazione siberiana di Salvatores e Reality di Garrone (entrambi a 11).
Tra gli attori sei nominati (Servillo, Mastandrea - nominato anche come non protagonista, Luca Marinelli, Sergio Castellitto, Aniello Arena e Roberto Herlitzka), mentre tra le attrici troviamo Margherita Buy (Viaggio sola), Jasmine Trinca (Un giorno devi andare), Valeria Bruni Tedeschi (Viva la libertà), Thony (Tutti i santi giorni) e Tea Falco (Io e te).
Tutte le nomination
Miglior Film:
Diaz
Educazione siberiana
Io e te
La migliore offerta
Viva la libertà
Miglior Regista:
Bernardo Bertolucci (Io e te)
Matteo Garrone (Reality)
Gabriele Salvatores (Educazione siberiana)
Giuseppe Tornatore (La migliore offerta)
Daniele Vicari (Diaz)
Miglior Regista esordiente:
Leonardo di Costanzo (L'intervallo)
Giorgia Farina (Amiche da morire)
Alessandro Gassman (Razzabastarda)
Luigi Lo Cascio (La città ideale)
Laura Morante (Ciliegine)
Miglior Sceneggiatura:
Niccolò Ammaniti (in Io e te)
Umberto Contarello (Io e te)
Francesca Marciano (in Io e te)
Bernardo Bertolucci (in Io e te)
Giuseppe Tornatore (in La migliore offerta)
Matteo Garrone (in Reality)
Ugo Chiti (in Reality)
Maurizio Braucci (in Reality)
Massimo Gaudioso (in Reality)
Maria Sole Tognazzi (in Viaggio Sola)
Ivan Cotroneo (in Viaggio Sola)
Francesca Marciano (in Viaggio Sola)
Roberto Andò (in Viva la libertà)
Angelo Pasquini (in Viva la libertà)
Miglior Musicista:
Teho Teardo (in Diaz)
Mauro Pagani (in Educazione siberiana)
Franco Piersanti (in Io e te)
Ennio Morricone (in La migliore offerta)
Alexandre Desplat (in Reality)
Miglior Produttore:
Fabrizio Mosca (in Alì ha gli Occhi Azzurri)
Domenico Procacci (in Diaz)
Riccardo Tozzi (in Educazione siberiana)
Marco Chimenz (in Educazione siberiana)
Giovanni Stabilini (in Educazione siberiana)
Isabella Cocuzza (in La migliore offerta)
Arturo Paglia (in La migliore offerta)
Angelo Barbagallo (in Viva la libertà)
Miglior Trucco:
Mario Michisanti (in Diaz)
Enrico Iacoponi (in Educazione siberiana)
Maurizio Nardi (in Educazione siberiana)
Luigi Rocchetti (in La migliore offerta)
Dalia Colli (in Reality)
Enrico Iacoponi (in Viva la libertà)
Migliore Attore Non Protagonista:
Marco Giallini (in Buongiorno Papà)
Claudio Santamaria (in Diaz)
Giuseppe Battiston (in Il Comandante e la Cicogna)
Stefano Accorsi (in Viaggio Sola)
Valerio Mastandrea (in Viva la libertà)
Migliore Attore Protagonista:
Aniello Arena (Reality)
Valerio Mastandrea (in Gli Equilibristi)
Roberto Herlitzka (in Il Rosso e il Blu)
Luca Marinelli (in Tutti i Santi Giorni)
Sergio Castellitto (in Una Famiglia Perfetta)
Toni Servillo (in Viva la libertà)
Migliore Attrice Non Protagonista:
Maya Sansa (in Bella Addormentata)
Rosabell Laurenti Sellers (in Gli Equilibristi)
Francesca Neri (in Una Famiglia Perfetta)
Fabrizia Sacchi (in Viaggio Sola)
Ambra Angiolini (in Viva l'Italia)
Anna Bonaiuto (in Viva la libertà)
Migliore Attrice Protagonista:
Tea Falco (in Io e te)
Federica Victoria "Thony" Caiozzo (in Tutti i Santi Giorni)
Jasmine Trinca (in Un Giorno devi andare)
Margherita Buy (in Viaggio Sola)
Valeria Bruni Tedeschi (in Viva la libertà)
Migliore Canzone Originale:
Laura Marafiotti (in Buongiorno Papà)
Gianluca Misiti (in Buongiorno Papà)
Mauro Pagani (in Educazione siberiana)
Pivio (in Razzabastarda)
Aldo De Scalzi (in Razzabastarda)
Virginiana Miller (in Tutti i Santi Giorni)
Arturo Annecchino (in Venuto al Mondo)
Migliore Fotografia:
Gherardo Gossi (in Diaz)
Italo Petriccione (in Educazione siberiana)
Fabio Cianchetti (in Io e te)
Fabio Zamarion (in La migliore offerta)
Marco Onorato (in Reality)
Migliore Scenografia:
Marta Maffucci (in Diaz)
Rita Rabassini (in Educazione siberiana)
Marco Dentici (in È stato il Figlio)
Maurizio Sabatini (in La migliore offerta)
Raffaella Giovannetti (in La migliore offerta)
Paolo Bonfini (in Reality)
Migliori Costumi:
Alessandro Lai (in Appartamento ad Atene)
Roberta Vecchi (in Diaz)
Francesca Vecchi (in Diaz)
Patrizia Chericoni (in Educazione siberiana)
Grazia Colombini (in È stato il Figlio)
Maurizio Millenotti (in La migliore offerta)
Un po' come il Welles di Pasolini (in La ricotta) quando l'intervistatore gli domanda: «E Fellini?». Anche noi, nel nostro piccolo, ci chiediamo: «E Pappi Corsicato?». Due soggetti diversi per una medesima risposta: «Egli danza». Danzano insomma, tra forme e azzardi visivi; nel caso del maestro geniali e visionari, in quello del regista partenopeo (classe 1960, l'anno della Dolce vita) eccentrici e pop. Pappi Corsicato, però, danza(va) sul serio perché in gioventù faceva il ballerino, prima di essere chiamato da Pedro Almodovar sul set di Légami! come assistente. Da lì, inizia qualcosa di completamente diverso, grazie soprattutto a un cortometraggio di culto, Libera (1991), che farà poi parte di un lungometraggio uno e trino omonimo (gli altri due episodi si intitolano Aurora e Carmela) presentato con successo al Festival di Berlino. Bei tempi. Il cinema di Corsicato, grazie anche all'adesione portentosa della sua attrice feticcio Iaia Forte (nelle parti di Libera e Aurora) pare un ufo per chi arriva da un decennio tutt'altro che affollato di belle cose come gli anni '80. Temi nuovi (il porno, le malefemmine, i femminielli) trattati molto seriamente attraverso un registro brillante, grottesco, leggero nel vestito migliore. Continua »
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