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Ultimo aggiornamento lunedì 26 marzo 2018
Un gruppo di bambini di sei anni scopre un mondo di possibilità nelle lunghe giornate assolate delle vacanze estive. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, 1 candidatura a BAFTA, 3 candidature e vinto un premio ai Critics Choice Award, 1 candidatura a SAG Awards, 2 candidature a Spirit Awards, Il film è stato premiato a AFI Awards, Un sogno chiamato Florida è 128° in classifica al Box Office. martedì 24 marzo ha incassato € 215,00 e registrato 61.310 presenze.
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CONSIGLIATO SÌ
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Moonie, Scooty e Jancey vivono in Florida, in una zona degradata tanto vicina a Disneyland quanto lontana dal suo gioioso e spensierato benessere. Ma i tre hanno circa sei anni, e riescono ancora a trasformare una realtà fatta di fast food, trash televisivo e quotidiana miseria in un'avventura alla Tom Sawyer e Huckleberry Finn. Le tre simpatiche canaglie abitano in quei terrificanti motel coloratissimi ma squallidi che popolano le periferie della Florida, e i genitori dei bambini (anzi, le mamme, perché i padri sono del tutto assenti) non hanno un lavoro stabile, campano alla giornata, bevono, fumano e smignottano. Non sono madri snaturate, perché continuano ad amare i propri figli e qualcuna si adopera per tenerli lontani dai pericoli e dalla perdita di dignità cui loro stesse sono quotidianamante sottoposte. Ma Halley, la giovane mamma di Moonie, cammina pericolosamente lungo il confine fra legalità e crimine, fra rispetto di sé e perdita di ogni decoro.
A cercare di tenere insieme ogni cosa è Bobby, il manager (cioè il supervisore) del Magic Castel Hotel dove vivono Moonie e Scooty: un tipo semplice molto credibilmente interpretato da Willem Dafoe (unico nome noto fra gli attori) che non ha dimenticato l'umana decenza anche se deve costantemente fare la voce grossa con madri e figli per arginare le loro malefatte.
Sean Baker, il regista indipendente che ha raggiunto la notorietà (almeno all'interno dei circuiti indie) con il precedente Tangerine, affronta la storia di Un sogno chiamato Florida senza pietismi e con una gran dose di allegria, scegliendo il punto di vista dei bambini e mettendo la cinepresa letteralmente alla loro altezza.
Scooty, Jancey e soprattutto l'irresistibile Moonie vivono ogni difficoltà come un'occasione per creare scompiglio e farsi due risate, anche se ci sarebbe poco da ridere per alcuni loro atti vandalici. Ma poiché c'è ancora meno da ridere per la situazione senza speranza delle loro madri (e nonne), Baker identifica correttamente nello spirito iconoclasta dei tre bambini l'unica loro possibilità di salvezza, l'unico filtro ad una realta' di per se' intollerabile.
Il regista, che è anche cosceneggiatore e montatore del film, lavora bene sul contrasto visivo fra colori vivaci ed esistenze miserabili, fra quel mondo di fantasia perpetuato dall'architettura esagerata e grottesca della Florida e la realtà in cui vivono i suoi abitanti dei quartieri più poveri, vedendosi sbattutto in faccia quotidianamente l'imperativo di continuare a credere alla favola disneyana.
Baker segue i suoi personaggi con la stessa energia irrequieta, vitale ma sotto sotto disperata, con cui i tre bambini e gli adulti che vivono con loro affrontano le loro giornate vuote e scombinate, ed è molto bravo a ricreare quel microcosmo ai confini del mondo - il mondo Disney, si intende - che alla fine i bambini cercheranno di varcare, rompendo il muro dell'ipocrisia che li circonda, e andando a vedere per sé se davvero i sogni son desideri che possono avverarsi.
Trama Parlare della trama ? ce la si può sbrigare facile; mi è sufficiente rimandare al commento reale di una signora prima del mio ingresso in sala : “non credo ti piacerà, è un film su una madre che fuma tutto il giorno e dei figli scoppiati che urlano e basta”. Sembra un po' superficiale no? Sfido chiunque a non pensarlo, salvo poi assistere [...] Vai alla recensione »
I bambini al cinema sono una questione politica. Al contrario di quanto si può pensare, ovvero all'infanzia come tema di facile identificazione da parte del segmento famigliare degli spettatori, nella storia del cinema i bambini hanno dato vita a vere e proprie rivoluzioni dello sguardo. Secondo filosofi come Gilles Deleuze, per esempio, il neorealismo deve molto alla scelta di riprendere il mondo all'altezza dei piccoli, corrispettivo di una speranza verso nuovi codici con cui guardare (e costruire) l'Italia. Ma sono moltissimi gli autori che hanno identificato nell'infanzia o nella prima adolescenza il momento-chiave per inventare nuove forme, di vita e di cinema: guarda caso un'altra rivoluzione artistica, la Nouvelle Vague, nasce con le peripezie di Antoine Doinel nei 400 colpi. E tanti altri sono i capolavori, mai pietisti né superficiali, che sanno dire la verità sul momento vitalistico, contraddittorio, formidabile e terribile dell'essere bambini, da Ozu a Kiarostami, passando per i capolavori di Loach, Tarkovskij, Vigo.
E proprio a Zero in condotta sembra guardare Sean Baker con il suo Un sogno chiamato Florida (guarda la video recensione), che magari non ha intenzione (né i mezzi artistici) per fare rivoluzioni cinematografiche ma almeno la capacità di osservare con grande onestà quel che racconta.
Tutto infatti ruota intorno alla capacità di questi piccoli personaggi (e di questi piccoli attori) di fornire una dimensione politica senza nemmeno saperlo. L'idea di base, decisamente riuscita, di esemplificare le disparità mostruose dell'America attraverso una contraddizione esplicita (il non-luogo dorato di Disneyworld contro il confinante motel-formicaio dei reietti) funziona perfettamente e Un sogno chiamato Florida può calare i suoi protagonisti con una certa precisione antropologica in questo contesto.
Il primo piano di un muro di cemento, un po' scrostato e slavato, ma di un lilla acceso. I titoli di Un sogno chiamato Florida scorrono su questa immagine-simbolo che dà subito il tono del film. Ci troviamo nei sobborghi di Orlando. Florida, fuori dalla città fatata di Disneyworld, tra motel squallidi, case abbandonate, chioschi e diner a poco prezzo popolati di gente che cerca di tirare avanti più [...] Vai alla recensione »