Un sogno chiamato Florida

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Un film di Sean Baker (II). Con Willem Dafoe, Brooklynn Prince, Bria Vinaite, Valeria Cotto, Christopher Rivera.
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Titolo originale The Florida Project. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 115 min. - USA 2017. - Cinema uscita giovedì 22 marzo 2018. MYMONETRO Un sogno chiamato Florida * * * 1/2 - valutazione media: 3,54 su 32 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Il sogno si è fermato a Orlando

di Natalia Aspesi La Repubblica

In quel piccolo mondo inquieto di bambini, Bobby è l'unica figura maschile e paterna in Florida, terra delle arance, paradiso delle vacanze, ogni anno milioni di turisti accorrono per lasciarsi incantare dal Walt Disney World, dagli immensi parchi tematici, dalle illusioni tecnologiche, dalle magie infantili; alberghi a tema anche lussuosi, campi da golf, spettacoli, sole, safari, dinosauri, fantasmi e volendo ci si può anche sposare come fosse una fiaba. Ma non tutto è festa e distrazione e sogno lì ad Orlando: la crisi economica ha segnato le sue periferie, lungo l'autostrada che porta al regno Disney, nel vuoto di campi incolti, oltre una strada che si chiama Sette Nani, sorgono incongrui gli scarti della fantasia mercantile disneyana, la rivendita di gelati a forma di cono gelato, il negozio di souvenir con la facciata che è la testa di un nanetto barbuto, il bar con la cupola che riproduce mezza arancia; e costruzioni di appartamenti mai abitati e già in rovina, e motel impoveriti, a cui i turisti non si fermano che per sbaglio e ne fuggono orrificati, ormai abitati in permanenza, sin che ci sono i soldi, 35 dollari al giorno, da chi non può permettersi una casa e vive alla giornata. Eppure in tempo di vacanza da scuola, anche quello è un paradiso, per Moonee e Scooty e Lancey, bambini scatenati attorno ai sei anni, a caccia di avventure, libertà, azzardi: visto coi loro occhi, quel vecchio motel tinto di lilla e viola con le scale e balconate su cui si affacciano i monolocali, ha la stessa magia del mondo Disney, cui non si sono mai neppure avvicinati. Un sogno chiamato Florida è un volto dell'America povera e senza futuro, di una verità e grazia commoventi, allegro e malinconico, per la sapienza del regista Sean Baker e la genialità assoluta dei suoi interpreti, bambini qualsiasi scelti con casting locali: Baker ha avuto la sapienza di non farne degli attori, ma di lasciarli alla loro verità e spontaneità, alle corse, ai discorsi, alle risate, ai dispetti, alle gare di sputo, alle parolacce: alla felicità che l'infanzia sa trovare anche nella povertà, nel cibo trash, nell'amicizia paritaria tra i tre bambini che dividono anche il cono gelato che si sono fatti pagare da qualche grassona. Sean Baker, 47 anni, è un autore ultraindipendente, e i suoi film raccontano sempre di emarginati, come Tangerine, storia dell'amicizia tra due transessuali, girato con 3 iphone: Un sogno chiamato Florida è stato a Cannes alla Quinzaine des realisateurs e a Torino, lungo il suo viaggio nei festival ha ricevuto molti premi ed è certamente tra i più belli dell'anno. Si chiama Magic Castle il vecchio motel viola che malgrado il disordine e i problemi irrisolvibili dei suoi inquilini riesce a conservare dignità e decoro; per merito di Bobby, il responsabile, interpretato da un magnifico Willem Dafoe, l'unica star del film e la sola figura paterna autorevole di quel piccolo mondo inquieto, dove madri e nonne sono sole con i loro bambini, nessun uomo a condividere la loro fatica di vivere. Bobby ama quella vecchia palazzina e la cura perché mantenga la sua dignità e quindi quella dei suoi abitanti: anche lui è solo, è sempre preso dai suoi doveri, ridipinge dove l'intonaco cede, riaggiusta l'impianto elettrico, dà un'occhiata ai bambini lasciati soli e allontana da loro certi vecchi libidinosi, copre le enormi poppe nude di una anziana signora o forse un transessuale, in piscina, coi bambini che la insultano, è inflessibile nel riscuotere gli affitti e se certamente prova pena per queste madri sole e incapaci, sa di doverle lasciare al loro destino. Moonee vive con la giovane mamma che ha perso il lavoro di lap dance perché si rifiutava ai clienti: deve trovare quei maledetti 35 dollari al giorno per non perdere il loro piccolo rifugio, e si arrangia come può vendendo profumi taroccati davanti all'albergo dei golfisti, imbrogliando qualche turista e, ultima possibilità, si mette a ricevere qualche uomo mentre la bambina è chiusa in bagno nella vasca, e immagina, silenziosa. Una giovinezza buttata via, forse un'infanzia che scoprirà il dolore. Una specie di fragile equilibrio si spezza quando la mamma di Scooty, che lavora come cameriera in un fast food, smette di regalare gli avanzi a Moonee e proibisce al figlio di frequentarla perché insieme, per gioco hanno compiuto un atto di pericoloso vandalismo. La vita di Halley va avanti sempre più precaria ma non cambia il suo legame di amore e gioco con la figliolina, le gare di rutti, le corse nei supermercati a comprare stupidaggini fregando il carrello, i balli sotto la pioggia e di notte la festa di compleanno con la candelina su un pezzo di torta dove si vedono lontani i fuochi d'artificio di Disneyland. Moonee è la meravigliosa Brooklynn Prince, anche Halley non è un'attrice: si chiama Bria Vinaite, Baker l'ha scovata su Instagram e l'ha voluta così come è: giovane e impudente, allegra e violenta, con i capelli tinti di verde, tutto il corpo tatuato, un piercing sulle labbra e i pantaloncini di jeans sfrangiati.
Da La Repubblica, 19 marzo 2018


di Natalia Aspesi, 19 marzo 2018

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