Un cineasta modernissimo dal profondo Giappone
Regista giapponese. A soli ventiquattro anni ha l'occasione di dirigere il suo primo film, Zange no yaiba (Spada di penitenza, 1927). L'occasione si ripete l'anno successivo con Kabocha (La zucca, 1928) e Erogami no Onryo (Lo spirito di vendetta di Eros, 1928). Poi per un paio d'anni si dedica alla sceneggiatura, fino a quando ritorna alla regia con Kaishain Sekatsu (La vita di un impiegato, 1930). Il giovane O. ha l'occhio acuto e radente, capace di cogliere la deriva autoritaria e militarista della società nipponica fin dall'inizio degli anni '30. Evita la rotta di collisione con il potere buttandosi sulla commedia e sulla caricatura, girando film che in certi casi risultano un feroce sberleffo antiborghese. Nel 1933, con Hitori Masuko (Il figlio unico), la sua vena satirica subisce una svolta radicale, e divarica verso tonalità di assorta tristezza, di malinconico disincanto. Il film, che risulterà uno dei suoi più riusciti, appare ripiegato in una prospettiva di introspezione esistenziale, di esplorazione dei sentimenti e delle emozioni, che integra lo sfondo sociale nella coscienza degli individui, anziché abbandonarlo, e segna le prime tracce di quella visione lancinante dell'esistenza che costituirà la cifra dominante del suo cinema. La guerra con la Cina interrompe la sua carriera: riesce però a girare Toda-ke no Ky?dai (I fratelli Koda, 1940) e Chichi Ariki (C'era una volta un padre, 1942). Richiamato per combattere nel Pacifico, viene fatto prigioniero. Ritorna alla mdp nel 1947, in un Giappone semidistrutto, che ha sperimentato le atomiche di Hiroshima e Nagasaki, per girare Nagaya Shinshi Roku (Gentiluomini dei vicoli), un film che trasuda nostalgia per le periferie della Tokyo anteguerra dal sapore agrodolce e dai tratti quasi ironici che richiamano il suo ormai lontano cinema satirico. Dopo alcuni film considerati «minori», realizza il bellissimo Tarda primavera (1949), e un paio di anni dopo una delle sue opere maggiori, Bakushu (Prima estate, 1951), malinconica storia di un vedovo, padre amoroso, che vede l'unica figlia invecchiare inesorabilmente e amaramente senza farsi una famiglia propria. O-Chazuke no Aji (Il sapore del tè verde e del riso, 1952) precede Viaggio a Tokyo (1953), uno dei più intensi, coinvolgenti e formalmente raffinati capolavori del cinema. Particolare non trascurabile, in Italia questa grande opera non è mai stata distribuita, come, del resto, nessuno degli altri film del maestro giapponese. In Occidente è stato a lungo considerato un cineasta dallo sguardo conservatore, ancorato alla vita semplice, all'integrità della famiglia tradizionale, alle storie della gente comune, «troppo» interno alle peculiarità e ai costumi della realtà giapponese. La critica più recente ha «scoperto» invece un autore attento all'intreccio contraddittorio di tradizione mitica e innovazione industrialista del Giappone contemporaneo, interessato all'incontro, e spesso allo scontro di culture, quella millenaria orientale e quella occidentale neo-capitalistica che accompagnava la «modernità» novecentesca e la ricostruzione post-bellica del vecchio Sol Levante. In verità O. è un cineasta modernissimo, tutt'altro che inchiodato alle nostalgie del passato, lucido indagatore dei conflitti interpersonali generati dal mutamento della società civile. Piazza la sua mdp a mezza altezza – «ad altezza di cane» come lui stesso diceva – e lascia fluire il movimento interno al fotogramma, dilatare le psicologie, le passioni e le emozioni dei suoi personaggi, le amicizie, i rancori, i conflitti tra generazioni, in una parola, lascia scorrere il flusso della vita. Una visione distanziata e al tempo stesso profondamente partecipe delle angosce, delle maliconie dell'uomo contemporaneo alle prese con la solitudine e il silenzio esistenziale. Viaggio a Tokyo è una sorta di alta sintesi del cinema di O., che mette in campo la storia di due anziani coniugi di provincia che si recano a Tokyo per la prima volta a trovare i figli trasferiti da tempo. Ma i figli, troppo incastrati nei caotici ritmi metropolitani, quasi li ignorano. Solo una nuora, vedova di uno dei figli, mostra loro un qualche briciolo di interesse. Torneranno sconsolati al loro piccolo villaggio, in attesa della fine, che per la vecchia madre arriverà presto. E allora saranno i figli a compiere il cammino inverso, ritornando alla casa dei genitori. Un'opera dallo stile assorto e sorvegliato, costruita con l'elaborazione minuziosa di ogni inquadratura. Piani-sequenza, campi e controcampi, montaggio calibrato a livelli quasi maniacali, la mdp quasi immobile, nessuna concessione alle nuove tecniche di rappresentazione e ai nuovi linguaggi (il che non gli impediva di essere un grande ammiratore di O. Welles). Il film, al di là di ogni aspettativa, ottiene un grande successo negli Stati Uniti, a New York in particolare. Seguono una serie di opere dove si addensano nodi emozionali e si accendono bagliori riflessivi intorno al passare dei giorni, al correre del tempo, al senso della vita: Soshun (Inizio di primavera, 1956), Tokyo Boshoku (Crepuscolo a Tokyo, 1957), Fiore d'equinozio (1958), Ukigusa (Erbe sull'acqua, 1959), O Hayo (Buon mattino, 1959). Gira poi un altro dei suoi grandi film, Tardo autunno (1960), che mette in scena la storia di una madre vedova e ancor giovane che rinuncia a un nuovo matrimonio per dedicarsi alla figlia, la quale presto si sposerà lasciandola sola. Nella sua ultima opera, Il gusto del saké (1962), un padre bevitore della tipica bevanda, anch'esso vedovo, «scopre» che la figlia è in età da marito. In fondo, per sua stessa ammissione, il maestro nipponico non fa altro che girare nel corso degli anni lo stesso film. Le gioie, i drammi, l'amore, le separazioni, le tenerezze e le amarezze della vita, la morte. Genitori che invecchiano con la sola compagnia dei ricordi. Figli che crescono e se ne vanno. I treni sferraglianti che attraversano le grandi città con il loro brulicare anonimo. Muore di cancro a sessant'anni, lasciando un cinema emozionante, commovente, struggente e straordinario.

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