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Letteratura&cinema: amore e odio

Il volume di Farinotti "Il libro che visse due volte" analizza questo rapporto tormentato.
di Pino Farinotti

lunedì 18 aprile 2016 - Libri

Il rapporto fra cinema e letteratura è sempre stato stretto e tormentato. Stretto perché non c'è romanzo importante, salvo rare eccezioni, che non abbia avuto la sua brava versione cinematografica, tormentato perché le due "arti" hanno regole molto diverse.
Il volume di Pino Farinotti "Il libro che visse due volte" (edito da Metamorfosi Editore) analizza questo rapporto.

Il cinema ha toccato tutti gli autori, tutti i giganti. Da Omero a Shakespeare alla Christhie, da Goethe a Grass, da Flaubert a Bernanos, da Manzoni a Lampedusa, da Fitzgerald a King, da Tolstoj a Kipling, a Solgenicyn a Kafka a Joyce, a Joseph Roth a Garcia Marquez.
Pino Farinotti

Tutta gente che, citata naturalmente con arbitraria e dolorosa selezione, ha contribuito a formare la nostra educazione sentimentale e intellettuale. Si tratta di accettare due termini: licenza e contaminazione. Il cinema ha tutti i diritti alla licenza, la letteratura avrebbe tutti i diritti alla salvaguardia della propria identità. Va anche detto che alla fine "pesando" licenze e contaminazioni, nell'insieme della collaborazione, il barometro volge di qualche grado al bello. Fra libri e film si è instaurato un rapporto di mutuo soccorso che naturalmente ha favorito il cinema, anche se nell'era recente la "settima arte" ha tentato un'emancipazione, ha risalito qualche posizione di merito.


Il gattopardo (1963) di Luchino Visconti, tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Furore (1940) di John Ford, tratto da Steinbeck.
Via col vento (1939) di Victor Fleming, tratto da Margaret Mitchell.
Omero

L'ultima contaminatio, filologicamente disastrosa, spettacolarmente efficace, è Troy. Sì, l'Iliade.

Inutile stilare una lista degli errori, non basterebbe... un'altra Iliade, però si possono rilevare alcuni falsi sostanziali e "impossibili", diciamo così.
Pino Farinotti

Per esempio la morte di Menelao, reso odioso dagli autori fin dall'inizio. Viene ucciso da Ettore per difendere il fratello Paride umiliato. Il regista Petersen vanifica così un episodio del sequel Odissea, dove Telemaco, alla ricerca del padre Ulisse, ritrova il re di Sparta a casa, con la moglie Elena al suo fianco, forse eroticamente placata, comunque perdonata. Ma c'è di peggio, anche Agamennone ci lascia le penne, sgozzato da Briseide schiava-amante di Achille. Ed ecco azzerato il ciclo di Agamennone che ha alimentato le successive opere tragiche di Eschilo, Euripide e Sofocle.


Brad Pitt (Achille) nel film di Wolfgang Petersen Troy (2004).
Eric Bana (Ettore) in Troy (2004).
Orlando Bloom (Paride) in Troy (2004).
William Shakespeare

Un altro gigante devastato è Shakespeare. Troppo grande è la tentazione. Il massimo autore inglese scriveva per il cinema quattro secoli fa. Tutto incredibilmente perfetto: il ritmo del racconto, gli artifici, il sangue (soprattutto quello blu) gli amori e le guerre.

I film ci hanno proposto Amleto in costumi da corte viennese, Riccardo III fra i nazisti, Romeo e Giulietta a Los Angeles e Titus nel palazzo dell'Eur.
Pino Farinotti

La massima espressione di Shakespeare rimane l'Amleto di Olivier del '48, essenziale e pulito, rispettoso in assoluto del testo. Come a dire: William si beveva, già allora, tutti gli sceneggiatori.


Amleto (1948) di Laurence Olivier.
Romeo+Giulietta di William Shakespeare (1996) di Baz Luhrmann.
Anthony Hopkins in Titus (1999) di Julie Taymor.
Ernest Hemingway

Un altro maestro eroe della contaminazione è Ernest Hemingway. Quasi tutti i suoi romanzi sono diventati film e anche molti dei racconti.

Lo scrittore di Chicago odiava il cinema, non mise mai il piede sul set di un film tratto da un suo libro. Hemingway era perfetto per essere maltrattato dal cinema, la sua sindrome si chiamava "lieto fine". Si sa che l'happy end è la conditio sine qua non di gran parte del cinema americano. Alla letteratura, specie a quella di Hemingway, il lieto fine non si addice.
Pino Farinotti

Il romanzo "Avere e non avere" stabilisce una sorta di primato della contaminazione. Hollywood ne produsse tre versioni, Acque del sud, Agguato nei Caraibi e Golfo del Messico. Nei primi due assistiamo all'eroe che se ne va con l'innamorata mano nella mano. Solo l'ultima versione rispettò la storia disperata di Harry Morgan che possiede un battello per turisti e che per bisogno finisce per fare il contrabbandiere e per morire.
Un altro lieto fine "estorto" è quello delle "Nevi del Kilimangiaro", dove lo scrittore Harry Street, alter ego di Hemingway, muore di infezione dopo aver ricordato i propri fallimenti. Nel film Gregory Peck ricorda tutto quanto ma poi guarisce felicemente, stringendo la mano di Susan Hayward. Lo scrittore era invece riuscito a imporsi con "Per chi suona la campana". È la storia di Robert Jordan che combatte in Spagna contro i Franchisti. Jordan rappresentava gli intellettuali del mondo che si sacrificano, morendo, per la causa della libertà. "Morire" era indispensabile e naturale. Quando Hemingway seppe che la produzione pensava di salvare l'eroe con un bell'happy end disse che avrebbe preso uno dei suoi fucili, sarebbe andato alla Paramount e avrebbe cominciato a sparare. Lo presero sul serio e Gary Cooper fece il suo dovere sacrificandosi per salvare i compagni e... Ingrid Bergman.


Acque del Sud (1944) di Howard Hawks, tratto da "Avere e non avere" di Hemingway.
Golfo del Messico (1950) di Michael Curtiz, tratto da "Avere e non avere" di Hemingway.
Le nevi del Chilimangiaro (1952) di Henry King, tratto dall'omonimo romanzo di Hemingway.
William Faulkner

Il cinema procurò un discreto dolore anche a William Faulkner, premio Nobel (come Hemingway).

Il protagonista de La lunga estate calda, Ben Quick arriva nella cittadina del sud, stravolge tutto e tutti e alla fine se ne deve andare, espulso come un brutto corpo estraneo. Invece Paul Newman finisce per sposare la bella figlia del boss Orson Welles.


Il trapezio della vita (1958) di Douglas Sirk, tratto da Faulkner.
La lunga estate calda (1958) di Martin Ritt, tratto da Faulkner.
La lunga estate calda (1958) di Martin Ritt, tratto da Faulkner.
Francis Scott Fitzgerald

Scott Fitzgerald morì di Hollywood.

Costretto a lavorare al fianco di sceneggiatori da cento parole di vocabolario finì per distruggersi con liquori ed altro.
Pino Farinotti

Ebbe quattro film dai suoi libri fra cui due versioni de Il Grande Gatsby (un altro che deve morire per logica e simbolo). Pur pagando certi prezzi a certe invenzioni melò necessarie al cinema, Gatsby muore in entrambe le versioni. Interessante è il destino del racconto di Fitzgerald "L'ultima volta che vidi Parigi". La Metro si limitò a trasferire la storia da un dopoguerra all'altro, cioè dagli anni venti ai quaranta. Ma Scott non ne soffrì, era morto da tempo.


Robert Redford e Mia Farrow ne Il grande Gatsby (1974) di Jack Clayton.
Leonardo DiCaprio e Carey Mulligan ne Il grande Gatsby (2013) di Baz Luhrmann.
Leonardo DiCaprio nei panni di Jay Gatsby ne Il grande Gatsby (2013) di Baz Luhrmann.
Quando la trasposizione funziona

Ci sono anche versioni "appropriate" di libri, omologhe e di qualità equivalenti.

Se si dice "Furore" ecco che i nomi degli autori possono ricorrere "alla pari", Steinbeck scrittore e Ford regista. Anche Visconti ha rispettato, sforzandosi, l'identità di Lampedusa. Il Gattopardo appartiene a entrambi. Via col vento è patrimonio più del cinema che della letteratura, anzi, più dell'attore Gable che del regista Fleming o della scrittrice Mitchell.
Pino Farinotti

Nel gioco dei grandi esempi, in chiave, come detto sopra, di selezione parzialissima e dolorosa, ricordiamo, fra gli italiani, il Manzoni. La versione dei Promessi sposi per il grande schermo, del '38, di Camerini, è solo una traduzione convenzionale e senza picchi. Importante è invece il piccolo schermo. L'opera di Manzoni ha avuto tre rappresentazioni in epoche diverse. Firmata da Sandro Bolchi nel '67, da Salvatore Nocita nell''89 e da Francesca Archibugi nel 2003. I contenuti del romanzo sono, si sa, eterni e completi nell'intreccio, storia nella Storia, sentimenti di dolore e di fede e tutto, proprio tutto il resto. Ciascun autore ha ritenuto, nei vari decenni, di evolversi a suo modo. Prendiamo Lucia come paradigma. Nella prima versione è proprio "manzoniana". Pudica e silenziosa, seppur coraggiosa e decisa. Nell'edizione "anni ottanta" è più vivace, assume iniziative maggiori, qualche volta protesta. La Lucia del terzo millennio si è tolta, appunto, dal 17° secolo per essere una ragazza d'oggi. Chissà se il Manzoni si sarebbe arrabbiato nel vederla flirtare con don Rodrigo, provocarlo con gli sguardi e poi dibattere con lui forte della propria sicurezza sessuale. Lucia rappresenta dunque l'evoluzione sulla base, granitica e accreditata, della cultura manzoniana. Un altro trucco artistico, un'altra contaminazione che la fiction si è permessa. Ma ci può stare.


Furore (1940) di John Ford, tratto dal romanzo omonimo di Steinbeck.
Il gattopardo (1963) di Luchino Visconti, tratto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Via col vento (1939) di Victor Fleming, tratto da Margaret Mitchell.
Il fantasy

Dove invece il cinema rivendica un primato rispetto al libro è il fantasy.

I successi, abnormi di Harry Potter e del Signore degli anelli, sono dovuti all'intervento del cinema, non come contaminazione ma come valore aggiunto.
Pino Farinotti

Quelle immagini, quegli effetti speciali rilanciano l'episodio e il racconto come le parole e la carta non potrebbero mai fare. Inoltre il fantasy permette interpretazioni magari anomale ma che comunque si fanno accogliere senza dolore dal racconto scritto. Il fantasy possiede un'essenza e un rigore (o forse non-rigore) diversi da quelli della scrittura. Ciò che viene apportato come "invenzione di immagine" se c'è la qualità - e negli esempi citati c'è - viene assunto con naturalezza. La Rowling di "Harry Potter" ne è ben contenta. E Tolkien lo sarebbe certamente stato. La fantasia straripante del Signore degli anelli, unita agli effetti, ai disegni, anche all'eccesso di espressione, sono, come detto, un grande valore aggiunto. Una volta rispettati i contenuti ecco che un'opera della letteratura vede la propria "dotazione" trasformata in "superdotazione". Forse sarà invadenza da parte del cinema però l'approdo è un'opera d'arte vera, né di cinema né di letteratura. Opera "generale". La cascata di Oscar attribuita al Signore degli anelli è certamente un segnale importante. Non solo del cinema.


Daniel Radcliffe in Harry Potter, tratto dalla saga di J.K. Rowling.
Daniel Radcliffe in Harry Potter, tratto dalla saga di J.K. Rowling.
Elijah Wood ne Il signore degli anelli di Peter Jackson, tratto da Tolkien.
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