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ONDA&FUORIONDA

Annata 2013: lo stato del cinema, nessun cinquestelle.
di Pino Farinotti

Toni Servillo (61 anni) 25 gennaio 1959, Afragola (Italia) - Acquario. Interpreta Jap Gambardella nel film di Paolo Sorrentino La grande bellezza.

domenica 29 dicembre 2013 - Focus

Si conclude una stagione cinematografica che non può essere definita con una sola formula. E' stata ... variegata, diciamo così. Voglio tenere, come unità di misura, il dizionario Farinotti, condiviso da Pino e da Rossella: dunque generazioni a confronto che significa una certa garanzia nei giudizi. Ricordo a chi legge che il "Farinotti" attribuisce un giudizio in stellette, da una a cinque. Ebbene quest'anno il "cinquestelle" non è stato attribuito. Può essere significativo il dato che riguarda il dizionario dello scorso anno: i cinquestelle erano due: Midnight in Paris di Woody Allen, e Pina 3d di Wim Wenders. Rilevo subito lo tsunami Zalone, che ha scardinato tutti i codici della comicità, soprattutto ha scardinato gli incassi, che spesso non è un bel segnale, anzi può essere persino infausto, ma nel caso di Sole a catinelle i "più" certo prevalgono sui "meno". Io sto con Zalone. Poi c'è Woody Allen, che è da decenni una costante, una misura anche temporale, per focalizzare i titoli e i nomi che hanno identificato l'annata. Dopo la sosta in Parigi è seguita quella in Roma (To Rome With Love), dove Woody si è trovato quasi a disagio -non era stato così a Venezia-. In questi giorni è nelle sale Blue Jasmine, titolo da quattro stelle. E' un "Allen" evoluto. Non succede davvero spesso che un suo film non faccia quasi mai sorridere. Allen, 78 anni, ha dunque deciso di essere serio. Jasmine, nei panni di una straordinaria Cate Blanchett, che perde tutto e non vuole rassegnarsi, a costo di pagare con patologie estreme, è semplicemente il modello americano, attonito, quasi terrorizzato dal momento generale del Paese. Nel quadro generale italiano rilevo la solita serie di titoli penalizzati dalle vicende e dai modelli, volutamente allineati, al basso, politicamente corretti e senza eroi. Dicevo "quadro generale", poi va detto che noi siamo italiani - storia, cultura, qualità, magari genio- dunque ci è impossibile non riuscire a fare qualcosa di buono. E in questa chiave cito Un giorno devi andare, di Giorgio Diritti, uno che sa uscire dai ristretti confini detti sopra per proporre contenuti imprevisti, per sentimenti e indicazioni. Una menzione per il Leone d'oro finalmente tornato in Italia dopo 15 anni. Il titolo è Sacro Gra, un'opera intensa e piena di creatività. Ma...è un documentario. Poi c'è il fenomeno Grande Bellezza. Un efficace, sfavillante, astuto film imperfetto. Ha avuto un destino e ne avrà uno probabilmente più grande. E' notorio che il film di Sorrentino ha superato il secondo esame e con un ultimo scatto, che certo sarà vincente, il 16 gennaio otterrà il lasciapassare dell'Academy of Motion Picture Arts and Sciences per concorrere all'Oscar. E dico che potrebbe anche vincerlo perché gli americani... adorano Fellini. Non è necessario che spieghi. La grande bellezza innesca a sua volta il fenomeno Servillo. Un vero mago, un talento di tutto, uno che, come si dice, ti fa il film da solo, anche se lì... non è solo. Una menzione, dovuta, per gli infiniti titoli di animazione e per i blockbuster "fantasy&effetti speciali": trattasi di categorie, di prodotti, di mercato puro. Consideriamoli un mondo a parte. La letteratura: sono pervenutI due giganti, I miserabili e Anna Karenina, dovutamente inferiori alla matrice letteraria, e questo lo si sa come regola, ma... erano troppo inferiori.

Unica
Ma se devo dare un'unica indicazione e identità alla stagione, mi riferisco a un "asse". Quello fra Il grande Gatsby e La grande bellezza. Ci sono richiami e affinità, magari nel paradosso, certo nel talento debordante dei due registi, Luhrmann e Sorrentino. A suo tempo ne ho scritto. E riproduco quello stralcio.
"Cultura mediterranea e cultura anglosassone, diciamo così. L'australiano Luhrmann e l'italiano Sorrentino si incrociano, si specchiano e si... intrattengono. Non esistono storie più diverse da quelle di Jay Gatsby e di Jep Gambardella: accostamento certo improprio, parlo di popolarità, di mito e di tutto il resto, ma strumentale. Sono comunque storie che raccontano fallimento e dolore, sogno infranto. Un comune denominatore, per cominciare: le feste di New York e le feste di Roma. ... Certo, lontanissima è la cultura: Long Island, persino la East Egg colonia dei veri ricchi, non possono misurarsi con un terrazzo che dà su una piazza romana dove sono sfilati monarchi, condottieri e papi. E le magnifiche magioni del primo novecento, della costa orientale degli Stati, potevano mostrare su una parate un Edward Hopper, ma su quelle dei palazzi rinascimentali di Roma c'era Raffaello Sanzio. Ma l'impatto, chiamiamolo così, accomuna gli scenari".
Sopra ho fatto un riferimento a Fellini, e forse, invece, va spiegato. Il maestro italiano è per gli americani non solo un nome, ma un sortilegio, un incanto che si accende ogni volta che quel nome entra in gioco. L' "Academy" gli ha concesso cinque Oscar. Qualcosa vorrà dire. Proprio tutti hanno rilevato le affinità fra il Gep della "Grande bellezza" e il Marcello della "Dolce vita". Tanto... potrebbe bastare.

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