| Anno | 2021 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 130 minuti |
| Regia di | Paolo Sorrentino |
| Attori | Toni Servillo, Filippo Scotti, Teresa Saponangelo, Marlon Joubert, Luisa Ranieri Renato Carpentieri, Massimiliano Gallo, Betti Pedrazzi, Biagio Manna, Ciro Capano. |
| Uscita | mercoledì 24 novembre 2021 |
| Tag | Da vedere 2021 |
| Distribuzione | Lucky Red |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,82 su 38 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 2 dicembre 2021
La storia di un ragazzo nella tumultuosa Napoli degli anni Ottanta. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, 12 candidature e vinto 5 Nastri d'Argento, 15 candidature e vinto 5 David di Donatello, Il film è stato premiato a Venezia, 1 candidatura a Golden Globes, 2 candidature a BAFTA, 3 candidature agli European Film Awards, 1 candidatura a Satellite Awards, 1 candidatura a Critics Choice Award, 1 candidatura a Goya, In Italia al Box Office È stata la mano di Dio ha incassato 27,5 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Fabio è uno dei tre figli di Saverio e Maria, coppia della buona borghesia napoletana, circondata da vicini, parenti e amici che condividono allegria e problemi famigliari. Adolescente incerto sul futuro dopo un diploma di maturità classica ancora da conquistare, Fabio è intimidito dalle donne e innamorato della zia Patrizia, di grande sensualità e di inquietanti allucinazioni. Intorno a lui ruota un caleidoscopio domestico fatto di scherzi materni e stoccate paterne, di un fratello che sogna il cinema e una sorella che vive chiusa in bagno, più i tanti personaggi che costituiscono un teatro partenopeo da far invidia ad Eduardo. Ma questo universo protettivo ed esilarante è destinato a scomparire all'improvviso, creando un vuoto che, forse, potrà essere anche fonte di una nuova libertà creativa.
"Alla fine torni sempre a te e a questa città", dice il regista Antonio Capuano a Fabio, alter ego cinematografico di Paolo Sorrentino, che con È stata la mano di Dio ripercorre la propria storia famigliare e fornisce il racconto della formazione che l'ha portato a trasferirsi a Roma per diventare regista. Ma Napoli se l'è portata dentro, e solo oggi affronta di petto il suo rapporto con la città, nonché la tragedia della perdita dei genitori ad un'età ancora incerta.
Per la prima metà del racconto È stata la mano di Dio è la ricostruzione pirotecnica di una napoletanità privilegiata e gaudente che si esprime attraverso il gioco (anche delle parti), in un Amarcord che cita Federico Fellini ma anche Sergio Leone e Roberto Rossellini, componendo il pantheon ideale della genesi artistica ed emotiva di Sorrentino autore. Nella seconda metà il regista spegne i fuochi d'artificio e lascia posto all'assenza, depura il suo cinema di ogni ingombro estetizzante per spogliarsi nudo davanti alla realtà della solitudine improvvisa, a tu per tu con quel mondo "deludente" per cui l'unico antidoto è l'immaginazione.
Sorrentino torna a bagnare i panni in quel mare che "non bagna Napoli" per ripescarvi le origini della sua vocazione e rendere omaggio a chi, prima ancora dei Maestri, ha arricchito il suo mondo interiore: un padre istrionico, una madre giocoliera, una zia alienata e provocante, uno zio in grado di interpretare come "la mano di Dio" l'intervento di quel Diego Armando Maradona capace di "atti politici", come il celebre goal di mano contro l'Inghilterra, e di miracoli quotidiani, come quello di chiamare a sé - "in curva B, naturalmente" - il giovane Fabio, sottraendolo al destino tragico dei suoi genitori.
I virtuosismi registici sorrentiniani, che cominciano con il piano sequenza iniziale ripreso da altezze divine, lasciano il posto alla pochezza dell'esistenza minima di chi ha perso il Paradiso e cercherà di ricostruirlo attraverso la finzione dei set.
La fotografia di Daria D'Antonio, tanto "ingegnosa" da sintonizzarsi sulla temperatura emotiva di un regista che racconta la sua storia più intima, cattura la luce con un'empatia finora poco esplorata dal cinema di Sorrentino. Le scenografie di Carmine Guarino e i costumi di Mariano Tufano ricreano una Napoli anni Ottanta ricca di sogni e simboli borghesi in modo mai parodistico, e un cast di prim'attori popola la città partenopea usando corpo, dialetto e anima. Su tutti spiccano Teresa Saponangelo nel ruolo sfaccettato della madre di Fabio e la monumentale Betti Pedrazzi in quello della baronessa Focale.
Si ride, tanto, in questa storia di discendenti del Regno di Napoli, insieme a questa galleria di personaggi a volte grotteschi ma mai meno che umani. E Maradona è il nume tutelare ricorrente che manda segni da lontano, che fa ballare sui balconi un'intera città, che salva la vita e l'onore, che riesce a non essere mai deludente, almeno in quegli anni lontani. È stata la mano di Dio non è "consolatorio" ma prova a ricomporre le parti "disunite" di un regista che voleva fare il filosofo e invece si è trovato a raccontare, ancora e ancora, il rimpianto.
Come volevasi dimostrare. L'ideale viaggio autobiografico di Sorrentino è come al solito un saccheggio autoreferenziale. Si apre con Fellini (il traffico di Otto e 1/2, qui del tutto ingiustificato), si continua con Fellini (un arido pranzo di nozze, tutto il contrario del vitale finale di Amarcord) e si finisce con Fellini (i Vitelloni, Moraldo che lascia Rimini).
Bisogna essere almeno in due per fare il cinema. Non solo perché i fratelli Lumière avevano fatto della loro dualità un requisito necessario, due è il numero minimo perché il cinema - medium collettivo e arte totale per eccellenza – esista, si riveli, esprima il suo potenziale. John Wayne e John Ford, George Cukor e Katharine Hepburn, Billy Wilder e Jack Lemmon, Martin Scorsese e Robert De Niro, Ettore Scola e Marcello Mastroianni, Sydney Pollack e Robert Redford, Pedro Almodóvar e Penélope Cruz, Tim Burton e Johnny Depp, Wes Anderson e Bill Murray… al cinema le coppie sono numerose e talvolta più fedeli che nella vita. Si formano e si riformano il tempo di un film, non sono soggette a leggi matrimoniali ed esistono soltanto davanti alla macchina da presa. Il cinema dopotutto è una piccola famiglia. Non è raro ritrovare film dopo film lo stesso team ma soprattutto la combinazione di due personalità la cui relazione si rivela per lo spettatore un autentico choc artistico. Cosa sarebbe un film di Quentin Tarantino senza le tirate semantiche di Samuel L. Jackson o il cinema di Woody Allen senza l’interloquire svagato di Diane Keaton? Cosa sarebbe “la grande bellezza” di Paolo Sorrentino senza la maschera di ‘attore antico’ di Toni Servillo?
Una maschera che a teatro riattiva le metamorfosi di Ovidio e al cinema attiva la funzione del potere. E al cinema Servillo è approdato già ‘vecchio’, scolpito dal solco profondo delle rughe e da una calvizie che allunga la maschera da cui infanzia e giovinezza sono escluse. Per questa ragione, anche per questa ragione, incarna così bene il cinema di Sorrentino, quello politico e consacrato alla mutazione dello stato italiano in dittatura post-fascista. A dieci anni di intervallo interpreta prima Giulio Andreotti (Il Divo) e poi Silvio Berlusconi (Loro). Il segno fisico del potere è la vecchiaia. Il potere è vecchio, il potere nasce vecchio, e Servillo ha interpretato tutte le forme di potere umano, dal suo esercizio frivolo, Jep Gambardella re delle feste romane (La grande bellezza), alle esplosioni di violenza mafiosa (Le conseguenze dell’amore), passando per la sua deriva ‘divina’ e onnisciente (Il Divo, Loro).
Mai un bagliore infantile rischiara lo sguardo dei suoi protagonisti. Il suo Gambardella l’infanzia la contempla da lontano, nella luce gialla di Roma, nel vagheggiamento nostalgico della sua età dell’oro e della sua innocenza impossibile. Non recita col suo corpo umano Servillo ma con una silhouette stilizzata, una maschera riconoscibile grazie al sentimento di permanenza che procura la stilizzazione. A muoversi intorno a lui sono gli altri, corpi agiti da scosse e spasmi, corpi che ballano per fuggirsi, perdersi dentro notti e feste intercambiabili. Tra loro Jep dimora immobile, battezzato con un nome tronfio e ridicolo come ogni altro personaggio di Sorrentino, rivelandone la vanità e la vacuità: Antonio Pisapia, Titta Di Girolamo… personaggi che vivono male perché sono rimasti indietro e hanno dormito gran parte della loro vita. Sorrentino con la macchina da presa sembra incoraggiarli al viaggio, a prendersi il rischio, alla ricerca di un amore o di una dignità perduta. Servillo è Gambardella e tutti i fratelli ‘sorrentiniani’ a fine corsa che si credono senza qualità e a cui l’attore infonde la tentazione dell’innocenza dietro la purezza svanita.
Paolo Sorrentino e Toni Servillo si incontrano da qualche parte tra Roma e Napoli. La complicità che li unisce risale agli anni Novanta e ha come fondo i Teatri Uniti fondati da Toni Servillo, Mario Martone e Antonio Neiwiller. Il talento e il rigore dell’attore si forgiano sul repertorio italiano, da Goldoni a Eduardo De Filippo, che continua a onorare sul palco facendosi tentare dal cinema e corteggiare da autori come Sorrentino e Garrone, narratori dell’Italia contemporanea. Ma è soprattutto col primo che condivide una complicità intellettuale, diventando l’interprete ideale del suo cinema.
Sorrentino trova in Servillo una virtù che lo destabilizza, la capacità di andare oltre le sue direttive, di dominare la macchina da presa, di appropriarsi dello spazio in cui dispiega un genio che non deve tutto all’indicazione del regista. Anche Paolo Sorrentino ha bisogno di un uomo in più. Negli anni trovano una distanza che gli conviene, un rapporto di autonomia in cui ciascuno ha evidentemente bisogno di dirsi che può lavorare senza l’altro ma è insieme che riscrivono il cinema italiano. Creano un nuovo corpo, un corpo che non è più quello di Servillo e nemmeno quello ‘storico’ di Giulio Andreotti o di Silvio Berlusconi, ma il corpo dell’idea di Andreotti e di Berlusconi ricostruita a quattro mani, un’idea che sintetizza l’assoluto del potere e il potere assoluto. Sono co-autori di una rivoluzione dello sguardo e della messa in scena. Insieme trasmettono una possibilità viva e dialettica di rappresentare il potere senza aderirvi, assumendo la maschera della maggioranza e dissolvendola allo stesso tempo con la risata eruttiva dell’opposizione, del singolo, del cittadino napoletano che Servillo incarna nel film più intimo di Paolo Sorrentino.
È stata la mano di Dio racconta una storia apparentemente più semplice, dietro ai fumi placidi del Vesuvio e della narrazione autobiografica. Per vent’anni Sorrentino dimora a Roma col suo cinema, lontano dal caos di Napoli, dalla sua vita, quella della giovinezza, su cui aveva perso il controllo. C’era un disordine a Sud che l’autore non riusciva ad afferrare in un film ma raccontare è mettere ordine nel disordine e c’è voluto del tempo, c’è voluto il suo tempo per rielaborare un lutto indicibile. La produzione gli dona carta bianca e Sorrentino torna a Napoli dopo L’uomo in più, torna ai ricordi dolci e amari dei suoi sedici anni, quando Maradona sbarca in città e i suoi genitori incontrano una fine tragica in montagna, vittime di un incidente domestico. Il film evoca quel trauma e lo trasforma in un melodramma sensibile, poi in un percorso iniziatico, quello di un giovane uomo dolente per cui l’immaginario diventa rifugio, fino a sognare di diventare regista cinematografico.
Sorrentino e Napoli, Napoli e Sorrentino. Quanta Napoli c’è nel regista di È stata la mano di Dio, nella sua storia, nei suoi film? E quale tipo di sguardo ci fa posare Sorrentino sulla città di Pulcinella, di Eduardo, di Troisi e di Maradona?
TROISI, TOTO’ E GLI ALTRI
Già. Perché ogni regista racconta una Napoli diversa. Aggiornando il mito, lasciando lontano, dietro, il luogo comune. Ci sono mille Napoli diverse, al cinema: Napoli centrale, nella storia del cinema italiano, fin dagli inizi del Novecento, da Assunta Spina, dai film con Francesca Bertini, per arrivare alla Napoli di macerie di Paisà, poi a quella malandrina di Totò, a quella di Vittorio De Sica. La Napoli di Nino Manfredi, criminale e galantuomo in Operazione San Gennaro. Poi, dagli anni ’80, Napoli che si ritrova piena di talenti del “nuovo” cinema: Mario Martone, Antonio Capuano, Pappi Corsicato, Ivan Cotroneo. Una new wave molto “moderna”, che accarezza le esperienze del teatro, dell’arte, dell’architettura. La Napoli fassbinderiana di Salvatore Piscicelli ne Le occasioni di Rosa.
La Torre Annunziata di Giancarlo Siani in Fortapàsc; fino ad arrivare alla Napoli di Gomorra - La serie, notturna, gelida, feroce, da tragedia greca. La Napoli che ironizza sui miti e gli stilemi della camorra in Ammore e malavita dei fratelli Manetti. La Napoli del Centro direzionale di Perez., col punto, il film di Edoardo De Angelis. E Sorrentino, in tutto questo, dove arriva, dove si colloca, che cosa racconta?
VIA SAN DOMENICO, AL VOMERO
Paolo Sorrentino è cresciuto al Vomero, in via San Domenico, in una Napoli “normale”, medio borghese, certo non la Napoli proletaria e feroce di certi altri quartieri. “Me ne sono andato per stanchezza, ma anche perché sono una persona paurosa, e Napoli è una città che riesci a vivere bene solo di petto”. La città torna, marginalmente, in alcuni suoi film, persino con il cardinale Silvio Orlando tifoso del Napoli in The Young Pope. Ma è in È stata la mano di Dio che il rapporto fra Sorrentino e la sua città torna forte, visibile, fondamentale.
Cinematograficamente, Sorrentino arriva un po’ dopo la “new wave” dei Martone e degli altri. Nel 2001, in piazza dei Martiri, Teatri Uniti produce il suo esordio cinematografico, L’uomo in più. A Teatri Uniti Sorrentino, allora trentenne, incontrava il suo primo produttore Angelo Curti e l’attore che sarebbe diventato una sorta di alter ego, l’attore feticcio, l’incarnazione dei suoi personaggi laconici, cinici, beffardi: Toni Servillo. A Teatri Uniti incontrava l’amico produttore Nicola Giuliano, che produrrà tutti i suoi film con Indigo e che lo porterà all’Oscar.
LA NAPOLI DEL FILM
È stata la mano di Dio è stato girato in molti luoghi di Napoli, dal Vomero alla Galleria Umberto I, dal lungomare a piazza del Plebiscito, allo stadio San Paolo. Ci si poteva chiedere come avrebbe stravolto Napoli, Sorrentino: la Roma della Grande bellezza sembrava quasi un’altra città, sembrava un quadro di De Chirico, tutta notturna, svuotata di gente, solo volumi di architetture e figure che camminano, come in un film di Antonioni.
Invece la Napoli che Sorrentino racconta non è così astratta, non è così sterilizzata: è una Napoli vivida, umana, tumultuosa. La Napoli degli anni Ottanta, quella dell’adolescenza di Sorrentino. Quella illuminata dall’arrivo di Diego Armando Maradona, il dio del calcio più simile a uno scugnizzo, più simile a un ragazzo di strada, il più napoletano dei calciatori al mondo, un dio del calcio già capace di eccitare la fantasia e l’appetito cinematografico di uno dei più vitali e virtuosistici registi al mondo, Emir Kusturica.
MARADONA
Maradona che, per Sorrentino, “non è arrivato: è apparso. Non è sceso da un aereo, lo vedemmo sbucare dal nero degli spogliatoi del San Paolo. Non ci sono immagini del suo arrivo a Napoli: è come se fosse apparso direttamente nello stadio. Maradona girava la città, girava con una Fiat Panda e la gente si chiedeva se era davvero lui. Quando io e mio fratello lo vedemmo in strada, il mondo si fermò”.
Napoli, in quell’inizio degli anni Ottanta, era anche la Napoli del post terremoto. “Era una città incupita, violenta. Veniva dal terremoto”, dice Sorrentino, “dalla guerra fra nuova e vecchia camorra. Di notte non si usciva quasi mai. Mio padre diceva: la sera non ci si ferma al semaforo, si passa col rosso. E se si rimane senza benzina, si chiama subito un taxi e si corre a casa”. Una Napoli paralizzata dalla paura, che ritorna a respirare, a sognare, proprio grazie all’arrivo di Maradona. “Io che in Maradona ci fosse un potere semidivino”, dice il regista. “Il mio rammarico è che non gli ho potuto far vedere il film, era uno dei miei primi desideri quando ho cominciato a realizzarlo”.
Fabietto Schisa (interpretato da Filippo Scotti) ha 17 anni, vive a Napoli in un quartiere borghese, con il padre Saverio (Toni Servillo), la madre Maria (Teresa Saponangelo), un fratello e una sorella maggiori di lui. Fabietto è il classico adolescente di poche parole, walkman nella tasca dei jeans stinti e cuffie incollate alle orecchie. Attraverso i suoi occhi entriamo nella vita quotidiana di una [...] Vai alla recensione »