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Ultimo aggiornamento martedì 18 maggio 2021
Il primo grande pentito di mafia, l'uomo che per primo consegnò le chiavi per avvicinarsi alla piovra, cambiando così le sorti dei rapporti tra Stato e criminalità organizzata. Il film ha ottenuto 11 candidature e vinto 7 Nastri d'Argento, 17 candidature e vinto 6 David di Donatello, 4 candidature agli European Film Awards, 1 candidatura a Cesar, In Italia al Box Office Il traditore ha incassato 4,8 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Sicilia, anni Ottanta. È guerra aperta fra le cosche mafiose: i Corleonesi, capitanati da Totò Riina, sono intenti a far fuori le vecchie famiglie. Mentre il numero dei morti ammazzati sale come un contatore impazzito, Tommaso Buscetta, capo della Cosa Nostra vecchio stile, è rifugiato in Brasile, dove la polizia federale lo stana e lo riconsegna allo Stato italiano. Ad aspettarlo c'è il giudice Giovanni Falcone che vuole da lui una testimonianza indispensabile per smontare l'apparato criminale mafioso. E Buscetta decide di diventare "la prima gola profonda della mafia". Il suo diretto avversario (almeno fino alla strage di Capaci) non è però Riina ma Pippo Calò, che è "passato al nemico" e non ha protetto i figli di Don Masino durante la sua assenza: è lui, secondo Buscetta, il vero traditore di questa storia di crimine e coscienza che ha segnato la Storia d'Italia e resta un dilemma etico senza univoca soluzione.
Marco Bellocchio è uno dei pochi registi che ancora tengono in pugno il grande schermo, con una consapevolezza profonda del vissuto cinematografico internazionale e un comando totale della propria visione personale.
Il che è evidente fin dalla prima scena de Il traditore: una festa di famiglia (e di Famiglia) che contiene in sé tanto Il gattopardo quanto Il padrino, e un prologo che enuclea tutta la vicenda a seguire, a cominciare da quella conga che è un cordone ombelicale pronto a stringersi ad ogni giro di danza. Ed è una premonizione anche lo sguardo malinconico di Tommaso Buscetta (un magistrale Pierfrancesco Favino) che vede fuori dalla finestra il figlio Benedetto (solo di nome), tallone d'Achille del padre e simbolo della sua sconfitta. Il traditore è un film doppio fin dal titolo, perché il tradimento è tale dal punto di vista di Cosa Nostra, ma non lo è dal punto di vista del riscatto umano del "primo pentito". La doppia lettura è intrinseca alla vicenda di Buscetta, per alcuni un eroe, per altri un infame, un opportunista di comodo ma anche una cartina di tornasole dell'ipocrisia del sistema di giustizia. La manifestazione visibile di questo doppio registro è la continua alternanza nel film fra un dentro e un fuori: l'interno e l'esterno delle case, il crimine organizzato in cui si è catapultati da bambini e da cui non si esce veramente mai, il carcere e la libertà (vigliata, condizionata, comunque impermanente), le auto americane con il tettuccio che "si apre e si chiude", la palla dentro o fuori in una partita di calcio guardata da italiani usciti dal loro Paese con l'eterno sogno di rientrarci.
Sono doppi i fantasmi e le visioni che, come sempre nel cinema di Bellocchio, visitano i viventi come un memento mori. Ed è doppia la percezione stessa della morte, perché ogni membro di Cosa Nostra (come ogni essere umano) è un morituro, e ciò che fa la differenza è solo la consapevolezza con cui Giovanni Falcone sa che la fine arriverà per tutti, anche la mafia stessa. Buscetta è già elemento di cesura fra una criminalità antica e una nuova, con un codice d'onore più elastico e una minore lealtà alla famiglia. "Alla fine si muore e basta" quando nel Grande Gioco delle Sedie perdi il posto, perché la morte, come la mafia, "sa aspettare" il momento giusto per far tornare i suoi conti. Quel che di certo ha raggiunto la fine di un suo ciclo di vita è il gangster movie, di cui Bellocchio certifica con questo film l'implosione naturale: qui non c'è la classica parabola di ascesa e caduta del boss criminale, databile fin dai tempi di Piccolo Cesare, poiché Il traditore inizia già dalla cattura di Buscetta e non ripercorre a ritroso la sua fama. Cosa Nostra è finita, afferma Buscetta, e adesso bisogna parlare: "Dì le cose", intima il boss, e Bellocchio racconta quel "teatro psicologico" che è il crimine organizzato, fatto di riti tribali e di brutalità ferina, ma anche un'Italia connivente che non garantisce protezione o lavoro e copre le sue mancanze con la retorica del Và pensiero. Uno Stato criminalmente assente che Bellocchio mette allo specchio con sarcasmo - lui che conosce bene la differenza fra sarcasmo e ironia - aggiungendo qua e là una pennellata pittorica (Buscetta come un Cristo del Mantegna) e una metafisica (Don Masino in bicicletta lungo il corridoio): tocchi d'autore, zampate di una tigre che (per fortuna) è ancora fuori dalla gabbia.
In un panorama cinematografico desolante il film di Bellocchio sembra fuori posto per la bellezza delle immagini, la forza dei dialoghi e la recitazione di tutto il cast. Bellissima la scena iniziale della festa di Santa Rosalia con l'effimera pace e tra i clan mafiosi in un ambiente barocco e decadente che sembra nascondere dietro l'apparenza la violenza di ciò che sta per accadere. [...] Vai alla recensione »
Fin dalla prima sequenza, dove la vecchia mafia e la nuova Cosa Nostra stanno cercando di accordarsi sul traffico di droga, nel contesto della festa palermitana di Santa Rosalia, Marco Bellocchio esplicita il suo intento. Quello di lavorare sulla dimensione teatrale del gesto mafioso. In effetti, uno dei criminali afferma da subito, rispondendo ai dubbi di Buscetta sulla credibilità del patto che si stava stringendo, "è tutto teatro".
In effetti, tutto Il traditore (guarda la video recensione) sembra possedere due anime, talvolta imperscrutabili. La prima è quella della "performance".
I personaggi - e non è certo la prima volta in Bellocchio - recitano continuamente una parte, sia all'interno della comunità criminale sia nei luoghi pubblici dove devono esplicitare un'identità. In questo modo, il tribunale - che occupa quasi metà del film, come set e come arena - è il luogo performativo per eccellenza, non importa se sia aperto al pubblico o chiuso in un bunker. Il confronto a due tra il "traditore" Buscetta e i giudici, o tra Buscetta e gli ex compagni, o persino tra Buscetta e Riina, diventano segni recitativi enfatici e lirici (altra tradizione, quest'ultima, nel DNA di Bellocchio, che ne utilizza il repertorio e la tradizione per esprimere alcune delle immagini più trasparenti, potenti del film, come la lettura delle sentenze del maxi-processo coperte dal Va' pensiero). Questo per il teatro. Per il cinema, invece, si apre un confronto molto più complesso, e certamente meno previsto per Marco Bellocchio. Il regista piacentino ha confessato in pubblico che Il traditore doveva essere inizialmente una mini-serie - e chissà che non sia questo il motivo per la scelta di focali corte e piani ristretti, oltre che per il tipo di immagine utilizzata, volutamente piena di aloni ed effetti televisivi. Poi che si è trasformato in un singolo film, che al primo montaggio era molto lungo, quindi tagliato fino a raggiungere le due ore e mezza con cui lo vediamo oggi nelle sale.
Si può dire qualcosa di nuovo su uno degli snodi fondamentali della storia recente d' Italia? Si possono trovare immagini nuove per raccontare ciò che i media hanno mostrato mille volte, rivedere la strage di Capaci, il pianto della vedova Schifani ai funerali, il primo maxiprocesso di Palermo o la "guerra di mafia" degli anni 80? E soprattutto: si possono schivare i luoghi comuni di quello che ormai, [...] Vai alla recensione »