| Anno | 2018 |
| Genere | Azione, Fantascienza, Thriller, |
| Produzione | USA |
| Durata | 140 minuti |
| Regia di | Steven Spielberg |
| Attori | Tye Sheridan, Olivia Cooke, Ben Mendelsohn, T.J. Miller, Simon Pegg, Mark Rylance Julia Nickson, Hannah John-Kamen, Lena Waithe, Kae Alexander. |
| Uscita | mercoledì 28 marzo 2018 |
| Tag | Da vedere 2018 |
| Distribuzione | Warner Bros Italia |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,44 su 7 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
|
Condividi
|
Ultimo aggiornamento mercoledì 2 gennaio 2019
Il film, ambientato nel 2045, racconta di un pianeta Terra ormai in declino dove l'unico svago per la popolazione si trova in un universo virtuale chiamato OASIS. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, 1 candidatura a BAFTA, 2 candidature a Critics Choice Award, In Italia al Box Office Ready Player One ha incassato 4,9 milioni di euro .
Ready Player One è disponibile a Noleggio e in Digital Download
su TROVA STREAMING
e in DVD
e Blu-Ray
Compra subito
|
CONSIGLIATO SÌ
|
Columbus, Ohio, 2045. La maggior parte dell'umanità, afflitta dalla miseria e dalla mancanza di prospettive, si rifugia in Oasis, una realtà virtuale creata dal geniale James Halliday. Quest'ultimo, prima di morire, rivela la presenza in Oasis di un easter egg, un livello segreto che consente, a chi lo trova e vince ogni sfida, di ottenere il controllo di Oasis.
Fin dalle prime anticipazioni, Ready Player One ha generato un'enorme aspettativa. La musica deliziosamente anni Ottanta e kitsch. La sfida tecnologica che vede Steven Spielberg alle prese con il digitale come mai prima d'ora.
La sensazione di un'opera definitiva sull'escapismo e il citazionismo, fenomeni che contraddistinguono, e in parte bloccano, la nostra epoca.
A conti fatti, forse "definitiva" non è la parola adatta per contraddistinguere Ready Player One, ma per una precisa intenzione dell'autore più che per un fallimento. A Spielberg interessava confezionare il perfetto meccanismo di intrattenimento, non una riflessione filosofica su sogni e bisogni dell'uomo. Portando fino in fondo la schizofrenia che caratterizza la sua carriera, in cui il narratore storico di Lincoln e The Post convive felicemente con il Peter Pan di Hook o di Ready Player One. Non c'è condanna dell'escapismo, ma umana comprensione per chi evade da una realtà priva di speranze. E se il ritorno al reale è un passaggio obbligato per il successo dell'eroe, questo non contraddice il fatto che il protagonista Wade, senza aver trascorso tonnellate di ore in Oasis, non avrebbe mai avuto una chance di salvezza.
Il videogioco e la cultura satellitare del microcosmo nerd rappresentano un sostegno e una lezione di vita. La forza trascinante di Oasis, che mira a un livello di capacità immersiva degna dei migliori videogame, è ancor più percepibile quando accostata alle scene ambientate nel mondo reale, dimesse e ordinarie, a tal punto da non sembrare girate dallo stesso regista. Se anche nella visione di Matrix realtà e virtuale erano contrapposti e la prima era dominata da colori grigi e paesaggi desolanti, il senso attribuito al virtuale è opposto: prigione per i Wachowski, oasi e unica speranza per Spielberg.
Delle molte cose che impressionano del film, la più sensazionale è costituita dal livello di dettaglio e dalla quantità di citazioni presenti nell'Oasi virtuale in cui si rifugia la specie umana. Ready Player One straborda di citazioni da ogni medium, ma soprattutto videoludiche, come una forma esasperata del postmodernismo già visto in The Lego Movie. Gli anni Ottanta sono ripresi in tutti i loro anfratti: si può dire che, a parte McGyver e TJ Hooker, tutto ciò che è stato prodotto in quel decennio e, in qualche caso,nel successivo, trovi uno spazio, anche minuscolo, nell'affresco di Spielberg. Che è vasto e onnicomprensivo quanto il Paradiso di Tintoretto, nel suo tentativo di abbracciare l'intero immaginario nerd di una generazione. Alcuni sono riferimenti fulminei, quasi invisibili - le cuffie di Ralph supermaxieroe, una comparsata di Spawn - altri sorprendenti - i Monty Python - altri ancora palesi ed estesi, come la lunga sequenza in cui l'Overlook Hotel di Shining riprende vita per divenire scenario interattivo.
Un segmento cruciale per lo svolgimento del film, quest'ultimo, una sfida tecnologica audace, in cui i contorni tra pellicola originale e rielaborazione digitale si fanno sempre più sfumati. L'enfasi sul livello di coinvolgimento sensoriale richiesto allo spettatore è tale da ribadire come oggi sia percepito Stanley Kubrick. Il regista inarrivabile e irraggiungibile per antonomasia della nostra epoca, colui che aveva compreso tutto prima degli altri. In un certo senso il vero James Halliday. Che questo tributo arrivi da Spielberg, già regista di A.I., non rappresenta una sorpresa, bensì una rassicurante conferma.
Non è esente da difetti, Ready Player One. Avrebbe potuto riflettere meglio sulla contrapposizione tra le due figure cardine degli anni Ottanta, il nerd e lo yuppie, magari rendendo quest'ultimo meno innocuo e disneyano. Oppure prendersi qualche rischio in più nella interazione tra i personaggi reali: in primis nella love story tra Wade e Sam, a partire dal momento sexy virtuale che resta appena sfiorato; o ancora nel rapporto tra Halliday e Morrow, appena abbozzato come molte delle relazioni umane al di fuori da Oasis.
Ma la logica del cesto formato maxi di popcorn, ideale compagno di visione, forse imponeva questo approccio. Spielberg, con la consueta umiltà, si è adeguato alla missione. Sta al pubblico trovare le proprie easter eggs non previste.
Il film che attualmente è nelle sale degli USA e nostrane con ottimi incassi, è costato almeno 175 milioni di dollari che senza dubbio renderanno utili al nostro Spielberg. Siamo nell'anno 2045 a Columbus nel Ohio, gran parte della popolazione vive in ristrettezze economiche e per fuggire dalla cruda realtà si rifugia in un mondo virtuale: OASIS.
La giovinezza di Spielberg sembra infinita. Non si tratta solamente di sorprendersi perché questo infaticabile settantunenne sforna un film dietro l'altro o per l'adeguamento - ogni qualche anno - alle più recenti forme di elaborazione visiva degli effetti digitali, ma proprio per la capacità di rinnovare la riflessione sul cinema. Ready Player One è capace di proporsi al tempo stesso come il film più pop che si possa immaginare e quello più profondamente teorico degli ultimi anni.
Ben lungi dall'essere contraddittorio rispetto all'umanesimo di The Post (con cui anzi costituisce un binomio di assoluta coerenza), Ready Player One è forse il più completo racconto sui videogame all'interno di un rapporto - quello tra mezzo cinematografico e mezzo videoludico - che notoriamente non ha sortito grandi risultati (se non quelli "indiretti" di Matrix o Inception).
L'immersione nel mondo di Oasis non è affatto, come qualcuno si ostina a credere, una metafora del cinema contemporaneo ma un esempio della nostra relazione con i media digitali. Scartando l'opzione nostalgica di Stranger Things (comunque importante, per come ha compreso gli anni Ottanta come modello di riferimento narrativo e immaginario), Spielberg costruisce una perfetta analisi dei media contemporanei, e ci spiega che il gioco o l'avventura altro non sono che uno schema di comprensione del mondo, un mezzo per conoscere noi stessi, i limiti delle nostre identità e le regole sociali. Nella sequenza più sorprendente, gli esseri umani (tutti dotati di un casco per la realtà virtuale) sembrano ipnotizzati in massa e si muovono come automi in una sorta di involontario flash mob: in verità si trovano su Oasis e stanno portando la rivoluzione nel mondo virtuale, che in quel momento è essenziale per le sorti del mondo reale. Un ribaltamento di prospettiva rispetto alla solita dinamica del risveglio dall'illusione per trovare il proprio posto nel mondo: l'idea di Ready Player One è che possa esistere una ecologia dei media, che sia bello giocare e reinventarsi, che non ci sia nulla di male nell'enciclopedia pop, a patto di trovare una misura uman(istic)a e di stabilire una cultura.
Il bestseller di Ernest Cline è un cilindro magico che racchiude i miti pop degli anni Ottanta, i sacri brand, i videogiochi, gli eroi e le icone di una controcultura ormai al limite della deificazione. Per sua natura la materia narrativa si prestava a meraviglia a un adattamento cinematografico, praticamente lo reclamava. La Warner corteggia Edgar Wright, Matthew Vaughn, Christopher Nolan, tutti cresciuti con le referenze evocate dal libro. Tutti tranne lui, Steven Spielberg, che quelle referenze le ha create, che vince l'incarico, realizza Ready Player One e trascende il racconto-compendio (omonimo) di Cline, ode sincera ma priva di orizzonte creativo. A questo punto del viaggio chi temeva l'autocelebrazione viene straordinariamente smentito. Certo gli anni (1975-1995) al cuore del racconto e della cultura di James Halliday, che ha concepito OASIS secondo le sue ossessioni, coincidono con l'età d'oro dell'iconografia spielberghiana ma Spielberg disattende gli ammiccamenti alla sua opera, a eccezione di un T-Rex e della DeLorean di Ritorno al futuro, di cui è produttore.
Partendo dall'omaggio di Cline, l'autore firma un autoritratto, ritornando sulla sua creazione, nascondendosi dietro i suoi avatar (Halliday, Watts e Sorrento) e confrontandosi con la sua eredità e le proprie responsabilità.
Se Halliday è lo Spielberg di oggi, demiurgo che ha forgiato l'immaginario collettivo e adesso deve farci i conti, Wade è lo Spielberg di ieri, abitato dal meraviglioso che supera i suoi predecessori e spinge più lontano le sue invenzioni. Tra loro c'è Nolan Sorrento, l'industriale cinico e pronto a tutto per sbaragliare la concorrenza. Tre avatar per l'uomo che ha stabilito le regole del gioco (del divertimento) e che adesso si affronta e si confronta coi suoi dei (l'incontro con Stanley Kubrick all'Overlook Hotel) per raccontarsi meglio. Insomma in Ready Player One non è tanto (e non è solo) questione di nostalgia, al centro del film c'è l'ambiguità della natura di Spielberg nella storia del cinema americano degli ultimi quarant'anni. Gigante industriale e sognatore irriducibile, Spielberg affronta il suo mito, realizza un film radicale e audace, senza dubbio uno dei più personali in cui cercarsi e cercare un erede alla sua altezza. Come Halliday rifiuta di indicarne uno, non spetta a lui farlo, non subito almeno. Prima ha ancora il quinto Indiana Jones da realizzare, il primo musical da pensare (West Side Story) e almeno altri sei o sette universi da costruire.
Alcuni registi americani (David Lynch o Michael Mann) deviano poco dal loro presupposto iniziale, Steven Spielberg diversamente è un mix di personalità e convenzione. In quasi cinquant'anni di carriera è stato tutto: enfant prodige con Duel, "un primo film perfetto" lo definì François Truffaut; inventore del blockbuster con Lo squalo, un prodotto culturale inedito costruito sulla scienza esatta dell'intrattenimento affettivo, ovvero la conoscenza infallibile delle leggi del mercato e del cuore degli adolescenti; re del mondo e del meraviglioso negli anni Ottanta sulla scia di E.T. l'extraterrestre, un record storico da 792 milioni di dollari mantenuto per undici anni; simbolo biasimato del cinema commerciale e del merchandising a oltranza, i suoi film diventano veri e propri marchi declinati in prodotti derivati (I predatori dell'arca perduta, Jurassic Park...); autore unanimemente acclamato che gira oggi film più compassati.
Ma c'è un'immagine che ha accompagnato sempre la sua carriera, quella del bambino che non vuole crescere, di Peter Pan del cinema che custodisce lo sguardo ingenuo dei fanciulli.
Aspettavamo ogni volta e a ogni film il momento preciso in cui il ragazzo sarebbe diventato adulto ma non era mai quello giusto. Passaggio (artistico) puntualmente rimandato, Spielberg lo cerca prima con Il colore viola e poi con Schindler's List, inaugurando una nuova stagione oscillante tra divertissement popolare (Jurassic Park) e film di prestigio (Schindler's List). Stagione cinematografica che persevera nella fanciullezza e realizza soltanto il desiderio infantile di piacere (ai più grandi). L'intrattenitore incontra il favore della critica, scoprendo che la rispettabilità non è incompatibile coi suoi affari e con una filosofia degli affari di cui custodisce ancora il segreto. Cresciuto tra l'insolenza dei produttori folli (e cocainomani) degli anni Ottanta (Don Simpson) e la nuova generazione di Wall Street (i fratelli Weinstein), Spielberg appartiene di fatto a una categoria a parte, un Rockefeller col berretto che coltiva il suo passato da nerd e mette in scena il meraviglioso con maestria linguistica e drammaturgica.
Nel 2045 nessuno ha ancora trovato l'Easter Egg, il marchingegno nascosto in qualche anfratto spazio-temporale del mondo virtuale di Oasis dal suo mitico creatore James Halliday, morto cinque anni prima. Privo di eredi, il mega-miliardario ha espresso la volontà di lasciare il suo impero a chi vincerà questa sorta di caccia al tesoro, il che ha scatenato gli interessi di una multinazionale concorrente [...] Vai alla recensione »