Una delle classifiche tanto amate dagli americani riguarda i film western. Vengono interpellati cineasti, attori, critici. Il risultato: i cinque titoli apicali del genere emerso sono: Sentieri selvaggi, Mezzogiorno di fuoco, Il cavaliere della valle solitaria, Un dollaro d’onore e I magnifici sette. Ulteriori approfondimenti pongono Il cavaliere (Shane) nella posizione più alta del podio.
Era il 1953, la Paramount compiva 25 anni e decise di produrre un film che fosse all’altezza della ricorrenza e capace di tener testa alle altre prevalenti case hollywoodiane.
E così decise per Shane. Per il ruolo di protagonista ricorsero i nomi di Robert Taylor, Montgomery Clift e William Holden. Ma George Stevens, il regista, impose Alan Ladd.
Scelta perfetta. Avrebbe fatto la storia del western. Appunto. Comincerei da Ladd.
Il suo tirocinio è il solito, molti lavori e attività (anche giornalismo), prima di entrare alla Paramount. Qualche piccola parte (per esempio in Quarto potere), poi un paio di presenze più robuste fino alla grande occasione, Il fuorilegge del 1942, per la regia di Frank Tuttle, tratto da un romanzo di Graham Greene in cui incarna un killer freddo e crudele ma con sfumature intense e inquietanti. Ladd ha trovato quella che sarà la sua immagine della prima stagione della carriera: una grinta impassibile e durissima in contrasto col suo aspetto di biondo dagli occhi azzurri fragile e fin troppo bello. Negli anni ’40 diventa padrone di quel ruolo con film come La chiave di vetro, sempre del ’42, tratto dal un racconto del grande giallista Dashiell Hammett. Anche Raymond Chandler, l’inventore di Marlowe, è l’autore del testo La dalia azzurra, intensa interpretazione di Ladd. Ricordabili, in questo stile, anche Saigon e Calcutta. Spesso accanto a lui c’è la sua omologa (piccola, bionda, pettinatissima) Veronica Lake.

