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La dolce vita stasera su Rai Movie. Il confronto con Rocco e i suoi fratelli

Entrambi i film uscirono in sala nel 1960 e il cinema divenne arte e cultura.
di Pino Farinotti

La dolce vita

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Marcello Mastroianni (Marcello Vincenzo Domenico Mastroianni) 28 settembre 1924, Frosinone (Italia) - 19 Dicembre 1996, Parigi (Francia). Interpreta Marcello Rubini nel film di Federico Fellini La dolce vita.
mercoledì 20 maggio 2020 - Focus

Rai Movie informa: “A sessant’anni dalla Palma d’Oro, mercoledì 20 maggio trasmettiamo in prima serata La dolce vita, che inaugura il ciclo Federico Fellini, realista visionario”. Passano immagini de I vitelloni, realiste, e de Il Casanova, visionarie.
La dolce vita fu il fenomeno di quel 1960. Non lo divenne all’istante ci fu un’incubazione perché Fellini aveva colto tutti di sorpresa e il movimento e il pubblico avevano visto il film... attoniti. Poco dopo esplose. Da noi e oltreconfine. Era uno di quei film che si era “obbligati” a vedere, come un Via col vento, o un Ben Hur. Pietro Germi fornì all’amico Federico un assist prezioso nel suo Divorzio all’italiana. Il barone Cefalù/Mastroianni vive nella città siciliana di Agromonte. Ha un suo progetto: uccidere, con delitto d’onore, la moglie per poi sposare la bellissima, quasi adolescente cugina Angela (Stefania Sandrelli) che gli ha fatto perdere la testa. Occorre, per il suo disegno, che la città sia completamente deserta. Così aspetta che il cinema programmi La dolce vita. E quella sera, tutti gli abitanti di Agromonte sono stipati nella sala. Sì, il film lo vedevano tutti, e non solo in quella città, in tutta Italia. 

 

Il film... meritava. Con quella sua storia triste e grottesca, quei personaggi che non sono mai quello che sembrano, come Steiner, grande amico di Marcello, colto e umano, che poi stermina la famiglia.
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E tutti gli altri abitanti di via Veneto, un’umanità apparentemente “patinata”, ma degradata. La diva americana là nella fontana di Trevi, l’orgia nella villa sul mare, i paparazzi spietati che non si fermano davanti a niente. C’è persino il rockettaro Celentano che, per fortuna, si limita a cantare. C’è anche qualcosa di buono, nel modello di Paola (Valeria Ciangottini), ragazzina dolce e pulita che, alla fine, sulla spiaggia saluta da lontano Marcello, che la guarda per un momento e poi si allontana. I due bambini che hanno visto la madonna. E quel Cristo appeso all’elicottero che sorvola Roma, lassù nel cielo, restio a intervenire. Fellini fece arrabbiare tutti.
Il regista e gli interpreti venivano insultati, la politica reagiva furibonda, per quell’immagine corrotta proprio quando l’Italia si stava lasciando alle spalle i disastri della guerra e si stava affacciando il boom economico. Il Vaticano incitava i fedeli a pregare perché Fellini, pecorella smarrita, si redimesse. Tutto questo naturalmente giovò al film.  


In foto Marcello Mastroianni in una scena de La dolce vita.
In foto Annie Girardot e Alain Delon in una scena di Rocco e i suoi fratelli.

Quel 1960 non si esaurisce al fenomeno “dolce vita”. C’è un altro titolo, e un altro autore che si impongono, Rocco e i suoi fratelli e Luchino Visconti. Ci sta il gemellaggio. Se Fellini si prese la Palma d’oro a Cannes, Visconti si aggiudicò il Leone d’argento a Venezia. 
Mentre il romagnolo-romano Fellini si occupava di Roma, il milanese Visconti si impegnava in Milano e raccontava una storia di meridionali che si confrontano con la civiltà industriale della città. E non possono che emergere tensioni interiori, turbe recondite dei caratteri di ciascun componente della famiglia. Il dramma esplode perché due fratelli amano la stessa donna che viene uccisa dal più debole e compromesso. Valendosi di scrittori veri come Pratolini, Festa Campanile e Suso Cecchi d’Amico, Visconti non rinuncia alla sua attitudine di riferirsi a grandi autori della letteratura universale: è il registro della sua vicenda artistica, con le opere tratte da Cain (Ossessione) Dostoevskij (Le notti bianche), Camus (Lo straniero), Mann (Morte a Venezia) e gli italiani D’annunzio (L’innocente), Verga (La terra trema), Lampedusa (Il gattopardo).
 

Il grumo di dramma e cultura compresso in tanta conoscenza portano Visconti a esprimersi sui grandi temi accreditati e sicuri: il contrasto fra chi ha e chi non ha, la tentazione dell’autodistruzione, l’impossibilità dolorosa, insopportabile di realizzare le proprie passioni, di decidere il proprio destino.
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Milano e Roma, con le loro anime così distanti e così vicine. Niente di rassicurante che veniva irradiato dovunque, ma è grazie a quei titoli e a quegli autori che il cinema evolveva i suoi codici primari, l’happy ending e l’evasione pura, e scalava di categoria, diventando arte e cultura. 
C’è dell’altro. Il Festival di Cannes, in quello stesso anno, premiava un altro italiano: Michelangelo Antonioni si aggiudicava il Premio della Giuria, con L’avventura
Ma non è finita, non si può non citare un altro gigante, De Sica, con La ciociara. E non è improprio dire che il regista ha catturato  l’Oscar, seppure per interposta persona, Sophia Loren.
Se poi si compie un piccolo salto temporale a ritroso, di un solo anno, ecco che il 1959 racconta il Leone d’oro vinto a pari merito da Rossellini (Il generale della Rovere) e da Monicelli (La grande guerra). E così il gotha si è completato. Un biennio di miracoli. Noi eravamo quel cinema, allora.    


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