Là fuori il fascismo mette in scena la sua recita, riempiendosi il petto di menzogne che suonano come un balsamo trionfalistico per chi insegue disperatamente sogni di grandezza. Dentro, invece, gli esclusi. Mentre vivono in un giorno solo il passato, il presente e il futuro di due destini beffati dalla Storia. Non è il loro tempo, non è il loro mondo, ma non c'è via di uscita. Le vite di Antonietta e Gabriele si sfiorano per un attimo fuggente, in cui, d'un tratto, appare nella sua chiarezza abbacinante il grande inganno che sta pericolosamente soggiogando una nazione.
Non una stanza, ma molte camere, quelle dell'Overlook Hotel affidato in custodia a Jack Torrance. Così isolato e sperduto, lassù nelle montagne del Colorado, da rendere la sua vastità ancor più gravosa per la famiglia Torrance. Stravolgendo il testo di Stephen King, Kubrick realizza un'opera destinata a ridefinire il cinema da un punto di vista stilistico e tecnologico. Il cinema d'autore e quello di genere negli anni a venire non potranno che fare i conti con l'eredità ingombrante di Shining. Un film-cervello, così arzigogolato e stratificato (ed esemplarmente rappresentato dal suo labirinto) da generare filiazioni bizzarre come Room 237, un documentario che raccoglie le teorie più audaci espresse negli anni in merito ai misteriosi simbolismi kubrickiani.
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In foto una scena del film Shining.

In foto una scena del film Shining.

In foto una scena del film Shining.
Dall'albergo di Shining alla scuola di Breakfast Club, che il sabato diviene una prigione per gli studenti più indisciplinati dell'istituto. Hughes si prepara così il terreno per un kammerspiel in cui raccontare una generazione ancora priva di voce su grande schermo. Benché gli Ottanta siano iniziati da un pezzo, nessuno prima di Breakfast Club ha raccontato sogni e disillusioni, aspirazioni e insofferenze dei teenager cresciuti nella confusione della reaganomics, dopo che le lotte e le ideologie delle generazioni passate sono finite repentinamente in soffitta. Ci pensa Hughes, filmando i sentimenti con rara sincerità.
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In foto una scena del film Breakfast Club.

In foto una scena del film Breakfast Club.

In foto una scena del film Breakfast Club.
Tape
(R. Linklater, 2001)
Una camera d'albergo per ricordare ed espiare, per sviscerare i rancori sopiti o per dimostrare la propria reale natura. Una doppia sperimentazione per Richard Linklater, che gira in digitale secondo i dettami del Dogma 95 di Lars Von Trier e in tempo reale, tra quattro mura. L'apice della teatralizzazione del cinema, affidato a un terzetto di assoluta eccellenza: Ethan Hawke, Uma Thurman e Robert Sean Leonard, che con Hawke riforma l'indimenticabile accoppiata de L'attimo fuggente. Ancora una volta uno spazio angusto diviene il luogo in cui discernere il vero dal falso, magari senza riuscire a stabilire con certezza l'uno o l'altro. Un Linklater forse minore, ma da recuperare.
TAPE: SCOPRI IL FILM

In foto una scena del film Tape.

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In foto una scena del film Tape.
I sottogeneri prison e home invasion fusi in un unico film, architettato da David Fincher con perizia pari a quella utilizzata per costruire l'inespugnabile "panic room" in cui trovano rifugio Jodie Foster e una giovanissima Kristen Stewart. Uno dei titoli apparentemente più convenzionali di Fincher e in verità più concettuali, per le letture psicanalitiche che cela e per le soluzioni di regia tutt'altro che ovvie, passaggio necessario per le opere future.
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In foto una scena del film Panic Room.

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In foto una scena del film Panic Room.
Come Hitchcock e Lumet, pure Roman Polanski predilige ambientazioni uniche, destinate a diventare protagoniste della storia e proiezioni concrete degli stati d'animo dei loro inquilini. Come per l'abitante del fatidico terzo piano nell'angosciante film omonimo (L'inquilino del terzo piano) o per la sconvolgente Catherine Deneuve di Repulsion. Carnage, di molti anni successivo, situa in un appartamento borghese l'incontro e lo scontro di due coppie: una discesa nel maelstrom senza sconti, che cancella ogni ipocrisia e palesa le psicosi di un'epoca carica di inquietudine e caratterizzata dal non detto. Anche quando si ride, restano l'amarezza e la sgradevole sensazione di osservare uno specchio.
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In foto una scena del film Carnage.

In foto una scena del film Carnage.

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Room
(L. Abrahamson, 2015)
Per il piccolo Jack la "stanza" è un'entità viva, meritevole persino di essere salutata. Per sette lunghi anni le sue quattro pareti sono state le sole testimoni della segregazione coatta a cui Jack e la madre Joy sono stati sottoposti, cancellando anni della loro vita e ogni chance di un'esistenza normale. Il processo di ritorno alla vita, doloroso almeno quanto la cattività, non potrà avere inizio senza prendere formale congedo dalla silenziosa presenza della "stanza".
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In foto una scena del film Room.

In foto una scena del film Room.

In foto una scena del film Room.
In sette, numero dispari non per caso, riuniti attorno a un tavolo, a condividere una cena e i propri smartphone, forzieri carichi di segreti inconfessabili. Un falò di vanità e di falsità destinato a sciogliere vincoli di amicizia, maschere sociali, a disintegrare quelle piccole e grandi bugie che aiutano gli amici o gli amanti a rimanere tali. O forse no. Comunque la si pensi, una prova singolare e importante per il cinema italiano odierno, da cui prendere spunto per individuare una maniera originale di tornare a raccontare ciò che siamo diventati. Senza mascherarne i tratti più orribili e purtroppo verosimili.
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In foto una scena del film Perfetti sconosciuti.

In foto una scena del film Perfetti sconosciuti.

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